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Riuso temporaneo. Il progetto come strumento di condivisione

Il riuso temporaneo Ŕ un nuovo ciclo di vita di un edificio, una terra di mezzo tra vecchi e nuovi usi, in attesa di risorse economiche che permettano di agire in modo definitivo

 

 

L’Ordine degli Architetti PPC di Reggio Emilia insieme all’Assessorato alla Rigenerazione Urbana del Comune di Reggio Emilia (Assessore Alex Pratissoli), in collaborazione con gli altri ordini e collegi tecnici di Reggio Emilia (Ingegneri, Geometri, Periti Industriali), ha pensato a un workshop di progettazione -coordinato da Andrea Rinaldi - per sperimentare metodologie di progetto per il riuso temporaneo del quartiere S.Croce a Reggio Emilia.

 

Non possiamo pretendere che le cose cambino se non cambiamo il modo con cui le affrontiamo. La condizione attuale, che è una conseguenza e non la causa dello stato delle cose, ci dice che il modello di città che si è costruito nel mezzo secolo precedente è ormai inservibile. Ci dice che la tecnologia dell’informazione ha portato enormi cambiamenti negli ultimi decenni, che l’innovazione supera in rapidità ogni possibile immaginazione.
Tuttavia il 70% del patrimonio immobiliare italiano è ormai prossimo a fine vita per ragioni di obsolescenza o, ancor peggio, per errori di programmazione urbanistica. Prima di recuperarlo definitivamente trascorreranno anni, forse decenni se lo scenario economico attuale non cambia rotta. Decenni di abbandono, di degrado dello spazio urbano e conseguente degrado sociale. Invece che lasciare i vuoti urbani nella lunga attesa di risorse economiche ed adeguate destinazioni d’uso non è più logico introdurre un nuovo ciclo di vita tra quello che c’era e quello che ci sarà?

 

Diviene pertanto necessario rivedere con umiltà e intelligenza il nostro modo di progettare la città, utilizzando metodi diversi e strumenti capaci di intervenire sulla modificazione urbana. Devono nascere nuove trame all’interno della città capaci di riflettere i mutamenti dovuti alla precarietà economica e alla temporaneità dei cicli di vita, del lavoro e dello svago.

Riuso temporaneo

Edifici in via Gioia, nel quartiere di S. Croce a Reggio Emilia oggetto del workshop di progettazione per il riuso temporaneo 

 

Questo modo, queste trame, appartengono al riuso temporaneo. Il riuso temporaneo non va confuso con il restauro (dal quale è lontano anni luce, per fortuna), né con la riqualificazione o il recupero che hanno come obiettivo un intervento a lungo termine. Il riuso temporaneo è un nuovo ciclo di vita di un edificio, una terra di mezzo tra vecchi e nuovi usi, in attesa di risorse economiche che permettano di agire in modo definitivo. Si tratta di una metodologia dai benefici evidenti che consente di rigenerare porzioni di città dimenticate, recuperare spazi di socialità e innovazione, riattivare processi economici diffusi nel territorio che sono le basi di una migliore uguaglianza sociale su cui regge l’equilibrio di una comunità.


Ma può originare rischi, altrettanto evidenti. Il primo, ovvero il pericolo che il riuso temporaneo venga strumentalizzato dalle istituzioni come modo per eludere o procrastinare investimenti e problemi è in realtà poca cosa rispetto al fatto che questa pratica riguardi esclusivamente le minoranze (religiose, di origine, di cultura) senza intercettare la domanda, dell’intera comunità, di riappropriazione degli spazi in abbandono. Per ultimo, il peggiore, l’assenza d’idee e di una metodologia di progetto (certamente differente da quella che si utilizza per il progetto dell’architettura) rischia di generare spazi inospitali o inadeguati.

 

Per questo l’Ordine degli Architetti PPC di Reggio Emilia insieme all’Assessorato alla Rigenerazione Urbana del Comune di Reggio Emilia, ha pensato a un workshop di progettazione che coinvolgesse gli altri ordini e collegi tecnici (ingegneri, geometri, periti) per sperimentare metodologie di progetto per il riuso temporaneo del quartiere S.Croce a Reggio Emilia. Cambiare il punto di vista dei progettisti sulla metodologia di progetto del riuso temporaneo e provare a generare spazi ad alta qualità di vita a costi limitati era l’obiettivo principale del workshop. Come facilitare, supportare, progettare lo spazio di queste nuove forme dell’abitare, del lavoro, dello svago con progetti di riuso temporaneo, era il quesito principale a cui rispondere. Che cosa si potesse ottenere con un processo condiviso ponendo al centro il progetto, era la scommessa. Si tratta di progetti semplici, esatti, costruiti con tecniche realizzabili in autocostruzione. Qualità e costo sono i temi principali di un progetto per il riuso temporaneo, condizionati da una serie di fattori quali la durata prevista per il riuso, il programma di riuso, lo stato di manutenzione dello spazio, oltre che, dagli attori del processo. Il proprietario dello spazio e l’usufruttuario sono i cardini principali del processo, ma non possono da soli originare soluzioni innovative senza un intermediario facilitatore e a progettisti capaci di cambiare il modo di approccio al progetto.

In tutto questo esistono tre virtù fuori moda, che sembrano essere dimenticate dall’architettura e che, riscoperte, possono modificare la metodologia di progetto e, di conseguenza, il risultato. La loro importanza dipende dal concepire il progetto di architettura come dialogo critico con le condizioni al contorno (di luogo, di necessità, di compatibilità ambientale ed economica) e non come disciplina isolata o ”incessante novità senza necessità”.[1]

Le tre virtù: semplicità, esattezza, tecnica

La semplicità, molto diversa dalla semplificazione o dall’appiattimento, è un modo per invitare a restituire necessità ed essenzialità al mestiere dell’architetto (di conseguenza all’architettura) e renderlo meno esercizio decorativo. Il modo più semplice per assegnare la semplicità è attraverso una riduzione ragionata. Ridurre il superfluo, usare di meno per ottenere di più, è un principio etico a ogni livello di vita. Ridurre significa lavorare sul concetto di minimo, significa concentrare la percezioni sulle cose gerarchicamente più importanti incorporando le altre, significa evitare di  mostrare ciò che non è utile al raggiungimento dell’obiettivo.

Lo sviluppo della conoscenza, a tutti i livelli, permette di applicare il concetto di semplicità perché aiuta a selezionare ciò che realmente è necessario da ciò che non lo è. Semplice in questo caso è il contrario di misto, caotico, indefinito, eccessivo: corrisponde all’idea di un ordine complicato, di limite, di esatto.

 

Per esattezza, non s’intende in questo caso solamente il concetto di precisione della misura benché fondamentale per la pratica dell’architettura, ma quello del servire a una causa ben definita.

Esatto in questo modo vuol dire efficace, scelto, definito. La crisi dell’energia e i cambiamenti climatici degli ultimi anni ci hanno fatto capire che la qualità di vita dipende molto di più dall’energia e dalle risorse disponibili di ciò che credevamo in passato. E’ ovvio che come società costruiremo macchine più efficienti, sistemi di mobilità a ridotto impatto ambientale, edifici a consumo zero, ecc. Quest’attitudine ad aumentare l’efficienza è utile e inevitabile. Tuttavia in questo modo si curano i sintomi piuttosto che la causa dei problemi -l’eccesso di consumo- e si antepone il concetto tecnico dell’efficienza al concetto umano dell’efficacia.  Ricerca dell’esattezza vuol dire in questo caso coniugare l’efficacia delle scelte con l’efficienza delle condizioni tecniche. Definire e scegliere ciò che è utile e ciò che è inutile al risultato finale. Passare efficacemente dal concetto di possesso al concetto dell’accesso, dal consumo all’uso delle cose, da un’economia di tipo lineare ad una di tipo circolare, (ovvero riusare le cose prima di trasformarle in rifiuto), dal concetto di provvisorietà al concetto di durata. Rivoluzionare il modo di approccio al progetto per elaborare nuovi modelli di vita.

 

Costruire significa anche dare un ordine tecnico alle cose, sperimentare nuove tecnologie e metodologie costruttive, forzare i limiti della conoscenza per ampliarli e innovarli. Un quarto di secolo fa si costruiva allo stesso modo con cui si costruisce nella condizione attuale. Nel frattempo la tecnologia ha compiuto passi da gigante passando dal computer rudimentale al tablet, dalla tecnologia analogica a quella digitale, mutando profondamente modi di vita, di comunicazione, di evoluzione.

L’incapacità della condizione tecnica dell’architettura di evolvere ha limitato anche l’innovazione e la sperimentazione di nuovi linguaggi di espressione. La tecnica deve riappropriarsi del suo ruolo per rafforzare i concetti di contemporaneo, di durata, di adattabilità e flessibilità, di disassemblaggio a fine vita utile.

E’ l’idea di una progettazione per strati, individuati dal progettista e riconoscibili dall’utente. Una progettazione per strati ha un carattere semplice e immediato ed è concepita per durare ed essere reversibile nel tempo, è flessibile perché capace di adattarsi ai diversi mezzi esistenti, è coerente perché crea un senso di appartenenza e di riconoscibilità, è chiara perché nota a tutti gli attori coinvolti. Ogni strato ha una sua funzione, una sua durata nel tempo, una sua incidenza economica.

Da questi principi deve passare una nuova metodologia di progetto per il riuso della città: usare il passato per ricostruire il presente guardando al futuro.

Gruppo di progetto per spazio temporaneo per praticare l’atletica indoor

 

Andrea Rinaldi (coordinatore), Livio Beneventi, Elena Cattani, Laura Credidio, Lucio Iotti, Irene Passerini, Anna Scuteri (coordinatore per l’Amministrazione Comunale)

 

Il progetto per il riuso di un manufatto industriale destinato allo stoccaggio delle merci da destinare a spazio temporaneo per praticare l’atletica indoor, applica il principio di una progettazione per strati, coniugando la ricomposizione architettonica della staticità dell’edificio con la dinamicità dei nuovi usi individuati. 

 

 

Una serie di strati successivi (attrezzature per l’atletica, i box/container servizi e spogliatoi, le sedute per il pubblico in pallet di recupero, la soffittatura acustica in polistirene di recupero, gli impianti termici ad aria) caratterizzano il riuso dello spazio e possono essere attuati dalla comunità sportiva per gradi anche in funzione dell’appropriazione dello spazio che faranno gli utenti. Ogni strato è indipendente, removibile e riutilizzabile in altro luogo o per altre funzioni, costruibile in parte dagli utenti stessi per limitare i costi economici. Il tutto a costi veramente irrisori, se paragonati a spazi per lo sport simili, pari a circa 60 €/mq, meno di un normale pavimento di legno. 

Gruppo di progetto per un museo della meccanica

 

Andrea Zamboni (coordinatore) Giacomo Bassmaji, Giampaolo Bendinelli, Emiliano Davolio, Antonella Forlè, Alberto Marzi, Manuela Senese

 

Il progetto per un museo della meccanica reggiana muove da tre principi. Innanzitutto il riciclo di materiali a fine vita, nello spirito del progetto di riuso, che contempla il possibile smontaggio e riadattamento in altri spazi. Poi il principio dell’autocostruzione, che rientra in pieno nelle capacità della committenza, abituata a questo tipo di sfide, con la possibilità di realizzare il progetto per step in base a disponibilità e risorse. Ultimo, l’idea di utilizzare il fabbricato, le sue attuali condizioni e la sua spazialità come risorse per il progetto, lasciandosi guidare da quel che ispira.

 

 

Gruppo di progetto per la sede dell’associazione teatrale MAMIMO’

Giorgio Teggi (coordinatore), Cristiana Campani, Stefano Curli, Marina Parmeggiani, Carlo Pezziga, LAAI (laboratorio Arte Ambientale Itinerante)

 

Il concept ideativo per la sede dell’associazione teatrale MAMIMO’, più che un progetto edilizio in senso stretto, propone un doppio cortocircuito riferito all’enfatizzazione delle caratteristiche dello spazio e alla loro messa in scena: tre spazi con differenti livelli di luminosità che diventano il “teatro bianco”, il “teatro nero” e il “teatro rosso” (neutro).  L’allestimento degli spazi avverrà in prevalenza con l’impiego di materiali di recupero dismessi da allestimenti teatrali. 

I tre spazi dovranno funzionare in contemporanea per attività distinte: la produzione degli spettacoli, la scuola di teatro secondo varie fasce d’età. Essi saranno concepiti come involucri leggeri dalla trama tessile che daranno forma agli elementi di separazione e disimpegno.

Gruppo di progetto per spazio da destinare a tre associazioni

Alessandro Ardenti (coordinatore), Francesca Bosonetto, Andrea Costi, Arris Di Donato, Simone Ganapini, Paolo Guidetti

 

Il progetto di uno spazio da destinare a tre differenti associazioni è risolto con tre unità spaziali all’interno della sala principale (980 mq): una piazza con la sua nuova centralità; un collegamento per agevolare la permeabilità assiale verso le altre sale del complesso ex manifatturiero; un nuovo riferimento costituito dal ponte (quinta) che andrebbe a suddividere funzionalmente in due metà lo spazio posto a nord della sala.

 

Gruppo di progetto per un'associazione di skating

Marzia Zamboni (coordinatore), Giovanni Avosani, Matilde Bianchi, Arianna Bordina Stefano Carbone, Giacomo Giacalone, Giuseppe Hermann, Silvia Fornaciari, Anna Pach Rudnicka

Per il riuso destinato ad un’associazione di skating si è scelto l’approccio più insolito nel riuso temporaneo e cioè di annullare il ‘capannone’, azzerarne il linguaggio, trattandolo come scatola/involucro indifferente, allestendo al suo interno una nuova scatola ‘performante’, fatta su misura a non pregiudicare le richieste di adeguamento funzionale e impiantistico, un vestito stagionale confezionato ad hoc. Potenzialmente l’approccio è corretto in termini di reversibilità: il contenuto è trasferibile perché quando finisce la disponibilità di questo specifico capannone, mero perimetro spaziale, si prende la ‘scatola interna’ costruita su misura per il fruitore, con le sue dotazioni, la si smonta e come un pop-up la si ricostruisce altrove, ripristinando lo stato di partenza. Ma quanto costa ‘costruire’ la nuova scatola ‘performante’, un nuovo dispositivo che ‘nega’ l’esistente?


Bibliografia
V. Gregotti, Le scarpe di Van Gogh- Modificazioni nell’architettura, Einaudi, Torino, 1994
V. Gregotti, Il possibile necessario, Milano, Bompiani, 2014
C. Ratti, Architettura Open Source, Einaudi, Torino, 2014
S. Latouche, , Usa e getta - Le follie dell’obsolescenza programmata, Bollati Boringhieri, Torino, 2013
D. Chesire, Building Revolutions, Riba Publishing, Newcastle upon Tyne (UK), 2016
I.Inti, G. Cantaluppi, M. Persichino, Temporiuso – Manuale per il riuso temporaneo di spazi in abbandono, in Italia, Edizioni Altraeconomia, Milano, 2014

__________________________________________________________________________
[1] V. Gregotti, Il possibile necessario, Milano, Bompiani, 2014

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