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ANAB ha 30 anni: così l’edilizia ha scoperto l’architettura bioecologica

Attenzione alla salute, materiali edili naturali, visione olistica: così ANAB compie 30 anni. Lo racconta il presidente onorario, Siegfried Camana, figura storica dell’architettura bioecologica

A cura di: Andrea Ballocchi

Siegfried Camana, figura storica dell’architettura bioecologica, ci racconta i 30 anni di Anab

 

Indice degli argomenti:

Quando è nata in Italia la bioedilizia, o meglio l’architettura bioecologica? Se è difficile stabilirlo in generale, possiamo però dire con certezza che 30 anni fa nasceva la prima associazione nazionale del settore, ovvero ANAB.

 

Nel novembre 1989 un gruppo di persone, architetti ma non solo, uniti da un comune intendere la visione del mondo, prima ancora che l’architettura sostenibile, si ritrovarono per fondare ANAB, Associazione Nazionale Architettura Bioecologica. Di quel giorno si ricorda bene Siegfried Camana, architetto, che fu artefice e tra i fondatori. «Credo che fossimo in 70-80, tra liberi professionisti, insegnanti, qualche simpatizzante e rappresentante del mondo produttivo, venuti da più parti d’Italia; abbiamo fondato l’Associazione ed eletto il primo presidente nazionale. Fu una giornata carica di emozioni e speranze», rammenta in uno scritto che compare nel sito web dell’associazione.

 

Anab, associazione nazionale architettura bioecologica, compie 30 anni

 

Oggi, trent’anni dopo quella giornata, quasi coincidente con un avvenimento epocale, la caduta del Muro di Berlino, rileggendo quanto scritto allora nel Manifesto ANAB, appare tutto così attuale, fin dall’esordio:

“Se osserviamo la situazione del pianeta Terra dobbiamo constatare che l’attuale modello di sviluppo sta per raggiungere il punto di rottura. È necessaria una presa di coscienza generale…”

 

Partendo da questo riscontro si arriva a mettere in evidenza l’azione dell’edilizia, troppo spesso fonte di distruzione per l’ambiente, e a richiedere un cambio di rotta, in cui l’architettura assume “funzione essenziale in questa opera di risanamento”. Da qui all’architettura bioecologica il passo è naturale e consequenziale: l’unica strada “attualmente capace di arginare il degrado dell’ambiente, dell’edilizia, e del vivere dell’umanità”. Questo modo di intendere l’architettura, considera l’edificio “come un organismo vivo, che deve inserirsi naturalmente nello spazio”.

 

Oggi alla conclusione della COP25 per il clima e alla copertina di Time dedicata a Greta Thumberg, a un’attenzione forte su ambiente e clima. Lo segnala lo stesso Camana, che abbiamo incontrato per comprendere con lui cosa sia effettivamente cambiato nel modo di intendere la bioedilizia, o meglio edilizia ecosostenibile: «c’è stato sì uno sviluppo positivo, ma la crisi economica ha in buona parte annullato i progressi fatti. Molte amministrazioni hanno recepito il nostro messaggio e accolto i suggerimenti, nel redigere norme e regolamenti, anche a livello di pubblica amministrazione centrale: siamo stati invitati spesso ai tavoli tecnici a livello ministeriale per far sì che gli intendimenti di ANAB potessero arrivare. Tuttavia a lungo andare ho l’impressione che gli interessi economici e industriali siano stati più determinanti». 

Quali ostacoli incontra l’architettura naturale e la sua attuazione?

«Siamo ancora vincolati alla pura questione economica. Una delle domande che mi viene fatta spesso dai potenziali committenti è “quanto mi costa una casa realizzata secondi i criteri bioecologici?” a cui rispondo con un’altra domanda, che dovremmo porci tutti: “qual è il capitale più importante?” La risposta dev’essere la salute. L’economia più importante si basa proprio sulla sua tutela, la sua cura. Ecco perché bisogna puntare a una casa sana, sostenibile. Non possiamo fermarci al solo risparmio energetico, pure importante, se poi quel livello di efficienza energetica e di risparmio economico si ottengono adottando tecniche e materiali insalubri e dannosi per l’ambiente. In occasione del 20esimo anniversario di ANAB pubblicammo alcune cartoline con delle frasi provocatorie. Una di queste era “il risparmio energetico è un rischio”: volevamo sottolineare come spesso si investe in materiali edili derivati dal petrolio per assicurare il giusto isolamento termo-acustico e ridurre esclusivamente consumi e costi, ma senza una corretta valutazione delle ricadute sulla salute umana e ambientale. Occorre un maggiore stimolo a livello politico per invertire questo modo di intendere le cose». 

Cosa rappresenta per lei l’Associazione dell’Architettura Bioecologica?

«Ho sempre detto che ANAB è la mia vita. L’Associazione sta facendo il suo percorso coerente con gli obiettivi fissati all’origine nel manifesto. Forse quest’ultimo dovrebbe essere aggiornato alla luce di quelli che sono elementi contemporanei come ad esempio la digitalizzazione, i cambiamenti climatici, le migrazioni. Per quanto riguarda il digitale, si è affermato il mondo dell’effimero: se da una parte è divenuto essenziale per la trasmissione di informazioni e per l’uso delle tecnologie più avanzate, dall’altro è diventato un mezzo potentissimo per manipolare la percezione della realtà e la qualità dei rapporti umani sotto il profilo emotivo e sociale.

 

A proposito dei cambiamenti climatici e di ciò che li provoca deve essere approfondita la riflessione sull’uso delle risorse e sui cicli produttivi perché le scelte economiche e imprenditoriali che hanno determinato lo scenario attuale vengano rapidamente modificate e si approdi in tempi strettissimi a quell’economia circolare che per ora rappresenta l’unico orizzonte possibile. Quale migliore “circolarità” dell’uso dei prodotti provenienti dall’agricoltura come materiali edili? E quindi via libera all’uso di sughero, bamboo, paglia, canapa e altre fibre vegetali potenziando anche l’uso già affermato del legno.

 

In una visione estesa della salute che coinvolge anche il “benessere sociale” come parametro che incide sulla valutazione della qualità della vita, le migrazioni di dimensione planetaria a cui stiamo assistendo lanciano nuove sfide alla creazione di habitat urbani multietnici nei quali necessita trovare nuovi stili e modi di convivenza. Ecco quindi che l’“architettura bioecologica” allarga i suoi confini operativi per diventare “urbanistica e pianificazione territoriale bioecologica”». 

Per i primi 30 anni di ANAB cosa state organizzando? Come sarà caratterizzata la strategia futura?

«Abbiamo intenzione di formulare una proposta da presentare alla prossima edizione di “Klimahouse” con alcuni punti salienti a proposito di architettura bioecologica e non solo. Bisogna lavorare su una comunicazione dei temi che sia quanto più possibile chiara, anche se può essere scomoda, perché occorre che ognuno di noi si assuma la propria responsabilità: quanto accade oggi al clima impone risposte e azioni concrete perché non c’è più tempo da perdere.

 

Occorre anche metter in risalto che quanto oggi è percepito principalmente solo sotto il profilo ambientale avrà presto delle maggiori evidenze anche sotto il profilo economico-sociale. Eminenti studi attestano infatti che a fronte dei cambiamenti climatici la possibilità o meno di attuare opportuni interventi di riqualificazione energetica sugli immobili porterà a un aggravio della stratificazione sociale in senso economico.

 

Chi potrà avvalersi di interventi adeguati migliorerà la sua situazione mentre i meno abbienti, se non opportunamente guidati e sostenuti, saranno oberati dai sempre maggiori costi dell’energia con evidenti ricadute sul piano della propria condizione economica. Occorre quindi stimolare la componente politica perché ponga mano ad azioni che correggano questa tendenza.

 

In pratica intendiamo dare più importanza a quel livello “sociale” che insieme a quelli “ambientale” ed “economico” definiscono l’edilizia sostenibile anche se il termine italiano “sostenibile” non significa molto». 

Che significato dare allora all’edilizia sostenibile?

«Premesso che “sostenibile” dà adito a molte interpretazioni e alibi, la parola tedesca ha una valenza diversa, intesa come maggiore durevolezza. La stessa ambiguità è anche nell’uso del prefisso bio- che si applica un po’ in generale – e a volte a sproposito – perdendo spesso il suo significato».  

A proposito di edilizia e di architettura ecosostenibile, quali sono i materiali edili naturali che predilige?

«Ho sempre apprezzato e utilizzato quei materiali che fanno parte della “pelle” della Terra: quindi, pietra, terra cruda, legno. Essi non fanno solo parte del pianeta, ma anche di noi umani. Ed è nell’alleanza di tutti noi, facendo ognuno la propria parte, che è possibile cambiare le sorti del nostro Pianeta, migliorandole». 

Quale consiglio può dare a un giovane che voglia avvicinarsi al mondo dell’architettura sostenibile?

«Innanzitutto, il mestiere dell’architetto implica grosse responsabilità. Consiglierei di studiare tutti gli aspetti che riguardano l’ambiente perché la casa deve essere in assoluta armonia con quanto la circonda. Ecco perché si giustifica l’importanza dei materiali edili naturali. Premesso che ovunque possibile va privilegiato il recupero e il rinnovo dell’esistente, anche dovendo affrontare il tema del “nuovo” l’edificio ecologico deve essere pensato scegliendo accuratamente il sito dove realizzarlo, su un terreno non particolarmente fertile, orientando la costruzione in modo da cogliere i benefici della luce solare e, se possibile, del paesaggio che la circonda. Una volta progettato, va realizzato con materiali quanto più possibile a chilometro zero, utilizzando la terra di scavo per erigere i muri e le zolle erbose, incise con attenzione al momento dello scavo e messe da parte, per utilizzare quale manto erboso per il tetto verde. Ogni “casa” deve così essere tornare a far parte del Pianeta una volta che terminerà il suo ciclo».

 

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