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Il tema Smart City ha assunto nel corso degli ultimi anni una notevole rilevanza, da un lato per una mera questione di “numeri” – con la popolazione urbana che per la prima volta nel 2008 ha superato quella rurale e con previsioni di crescita demografica che riportano al 2050 una situazione in cui il 70% dei 9 miliardi di abitanti del nostro pianeta vivrà in agglomerati urbani – e dall’altro lato perché sempre più frequente nel dibattito sul “come” devono essere organizzate e infrastrutturate le città del futuro si è fatto spazio al concetto di smartness, nella sua accezione più lata di uso diffuso della tecnologia. Nonostante quindi il termine Smart City sia addirittura talora abusato nel dibattito pubblico sul futuro delle città, si percepisce l’esigenza di mettere un po’ di ordine, sia in merito alla definizione di smartness e ai suoi fattori abilitanti, sia soprattutto con riferimento ai modelli di governance e al reale potenziale di investimenti per il nostro Paese. La “costruzione” di una Smart City passa attraverso l’interazione di tre “builiding block”: (i) tecnologie, abilitanti, che fanno riferimento principalmente a soluzioni tecnologiche per l’efficienza energetica in ambito domestico ed urbano, a soluzioni di trasporto innovative e sostenibili e a tecnologie che permettono l’utilizzo efficiente delle fonti energetiche disponibili, l’integrazione di nuove fonti di energia rinnovabile e la riduzione degli sprechi nella gestione delle risorse idriche e dei rifiuti; (ii) attori (sia pubblici che privati), che sono chiamati ad effettuare ed attuare gli investimenti in tecnologie; (iii) modelli di finanziamento, anche in questo caso considerando sia le fonti pubbliche (nazionali e sovranazionali), sia le forme di finanziamento privato, sia i modelli cosiddetti PPP, ossia di partenariato pubblico-privato. Ad oggi esiste un forte mismatch tra le caratteristiche delle tecnologie, degli attori e dei modelli di finanziamento in gioco e quelle che gli stessi dovrebbero avere per favorire la diffusione della smartness in città. Ad esempio, le tecnologie che garantiscono maggiori benefici economici sono quelle più mature e meno correlate alla tematica Smart City: è il caso delle fonti energetiche rinnovabili, delle soluzioni per l’efficienza energetica e dei sistemi di mobilità condivisa (quest’ultima caratterizzata da un grado di maturità inferiore rispetto alle altre). Al contrario, le tecnologie maggiormente «focalizzate» sul tema Smart (ad esempio mobilità elettrica e smart grid) risultano attualmente poco mature, richiedono volumi d’investimento notevolmente più elevati rispetto ad analoghe soluzioni non Smart e mostrano tempi di ritorno dell’investimento piuttosto elevati. Emerge pertanto un problema «di sistema», quasi di natura strutturale, che riguarda le possibili interazioni fra i diversi “building block”. L’unica via di uscita sembra quindi essere quella di adottare business model, meccanismi di governo dei progetti di Smart City che permettano di temperare il mismatch e riallineare gli interessi dei diversi soggetti in campo. Il modo migliore per identificare il business model più adatto alla creazione di Smart City è desumerlo dall’analisi dei casi di successo che già oggi contraddistinguono il panorama europeo e italiano. Sono due i business model ricorrenti che è possibile isolare: modello di sviluppo “organico”; modello di sviluppo “additivo”. Il modello di sviluppo organico è in primo luogo caratterizzato dalla presenza di una “cabina di regia” composta di solito da tutti i soggetti tipicamente coinvolti nella realizzazione di progetti Smart City, la quale coordina sin dall’inizio le attività di pianificazione e realizzazione dei progetti. Tale struttura è tipicamente formalizzata, dotata di una propria governance ed assume quindi un ruolo formale nella gestione dei progetti. Esiste una roadmap che indica gli obiettivi da raggiungere e le relative modalità e tempistiche. Il modello di finanziamento privilegiato è il Partenariato Pubblico-Privato (PPP), che permette agli enti pubblici di attrarre e reperire risorse finanziarie non disponibili al proprio interno. Nel modello di sviluppo additivo è la Pubblica Amministrazione ad assumere tipicamente il ruolo di principale promotore dei progetti di Smart City: il supporto degli altri soggetti risulta piuttosto limitato. Viene a mancare di fatto quella “cabina di regia” che guida lo sviluppo e non esiste alcuna roadmap. Spesso è l’emanazione di bandi di finanziamento spot a dare l’input alla realizzazione dei progetti. La forma di finanziamento utilizzata con maggiore frequenza fa riferimento ai fondi pubblici, sia nazionali che europei. Si registra infatti una forte difficoltà ad attrarre finanziamenti privati, dal momento che tali iniziative sono giudicate poco appetibili dai potenziali soggetti finanziatori. E’ facilmente intuibile come il modello prevalente delle città maggiormente evolute sia quello organico, segno dell’importanza di un forte coinvolgimento “formale” di tutti gli attori e di una vision condivisa sin dalle prime fasi di sviluppo. D’altro canto, le città che mostrano un grado di smartness inferiore adottano nella maggior parte dei casi un modello additivo. In Italia la strada da fare su questo tema è ancora lunga ed anche le città italiane più avanzate in ambito smartness sono “un passo indietro” rispetto alle città europee più “virtuose”. La ragione principale di questa “distanza” va ascritta alla prevalente adozione da parte delle città italiane del modello di sviluppo “additivo”, ulteriormente favorito da specifici fattori di contesto tipicamente italiani, quali: la scarsa diffusione del PPP, per di più talvolta “malvisto” come una modalità di relazione «poco trasparente» tra soggetto pubblico e soggetti privati; l’elevata “burocratizzazione” del nostro Paese, che ha un impatto netto negativo sulla possibilità di usufruire di finanziamenti pubblici (possibili abilitatori di tali progetti); la ridotta “capacità di spesa” delle Pubbliche Amministrazioni, legata ad un’indisponibilità di cassa e/o ai vincoli di bilancio vigenti (con riferimento ad esempio al patto di stabilità). E’ comunque vero che in alcune città italiane, come ad esempio Milano e Torino, si sta affermando un modello di sviluppo classificabile come “organico”, seppur attualmente caratterizzato da importanti limitazioni che potrebbero minarne l’efficacia (ad esempio la “cabina di regia” non ha la stessa valenza formale che assume negli esempi europei più “avanzati”). Anche quindi se vi sono quindi indubbi ritardi nel livello di smartness delle città italiane, è però importante sottolineare l’enorme potenziale di investimento nel nostro Paese. Facendo riferimento alle prime 50 città italiane per numero di abitanti si stima il potenziale di mercato «teorico» delle Smart City in Italia – inteso come somma degli investimenti necessari per ottenere il massimo grado di smartness– in circa 65 mld €, pari ad oltre 7 volte il cumulato degli investimenti ad oggi realizzati in tale ambito. Di questo enorme potenziale, la parte destinata a tradursi in mercato “reale” da qui al 2020 è pari a 10 mld €, solo il 16% del mercato “teorico” ma con un volume annuo di investimenti di circa 2 mld € all’anno, ossia con una “progressione doppia” rispetto al ritmo medio degli investimento tenuto nell’ultimo quinquennio (si veda anche la figura seguente). Il risultato però è positivo solo in parte e merita qualche ulteriore riflessione. È possibile classificare ciascuna tecnologie abilitanti in base al tasso di penetrazione atteso, ossia la reale diffusione che ci si aspetta per la tecnologia da qui al 2020, e alla “rilevanza” del mercato, ossia il potenziale di crescita degli investimenti rispetto a quanto fatto sino ad ora per quella specifica tecnologia. Da tale classificazione emergono: Le tecnologie “affermate”, caratterizzate da un significativo livello di sviluppo attuale cui fa seguito un elevato tasso di penetrazione atteso (dovuto all’assenza di forti barriere all’adozione). Queste rappresentano per la maggior parte tecnologie poco strettamente correlate alla tematica Smart City. Si fa riferimento ad esempio alle tecnologie per la pubblica illuminazione, che attualmente registrano un buon livello di diffusione e su cui si prevedono ulteriori interessanti sviluppi nel breve-medio termine, in virtù dei progressi tecnologici registrati e della crescente sostenibilità economica di tali investimenti. Le tecnologie “rallentate”, che sebbene abbiano registrato un interessante grado di diffusione negli ultimi anni, mostrano una “battuta d’arresto” nel livello di diffusione previsto per i prossimi anni a seguito del manifestarsi di specifiche barriere all’adozione. Si fa riferimento ad esempio alle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico in primis), le quali, sebbene mature da un punto di vista tecnologico ed ampiamente diffuse ad oggi, registreranno una sensibile riduzione dei volumi installati a seguito della ben nota conclusione del programma d’incentivazione diretta (cd. Conto Energia), che ne riduce la sostenibilità economica. Le tecnologie “in attesa di sviluppo” che permetterebbero di incrementare notevolmente i volumi d’investimenti realizzabili, grazie all’elevato potenziale di sviluppo intrinseco, ma presentano forti barriere all’adozione che ne frenano la penetrazione sul mercato. Si fa riferimento ad esempio alle tecnologie per la mobilità elettrica, le quali presentano barriere alla diffusione legate sia a fattori “tecnologici” (ad esempio, in termini di costo e prestazioni delle batterie che equipaggiano i veicoli) sia a fattori “culturali” (ad esempio, in termini di cambio di abitudini necessario da parte degli automobilisti). Le tecnologie “ad alta crescita”, che hanno elevato potenziale di sviluppo e di cui si prevede un elevato livello di diffusione.Grazie a queste sarebbe possibile conseguire un vero e più deciso “cambio di marcia” in termini di volumi d’investimenti realizzabili, ma, almeno per il momento, nessuna delle tecnologie in ambito Smart City appartiene a questa categoria. E’ possibile uscire da questa situazione? E’ possibile trasformare le tecnologie “in attesa di sviluppo in tecnologie “ad alta crescita”, agendo quindi sul tasso di penetrazione? La risposta ancora una volta viene dal business model. La “trasformazione” è possibile se gli attori in gioco saranno in grado, attraverso una cabina di regia condivisa e forme di finanziamento PPP appositamente studiate, di “sopportare” gli orizzonti di investimento e la “invasività” di questi interventi. Ancora una volta una sfida per il nostro Paese sulle sua capacità di fare “sistema”. Giovedì 29 ottobre in occasione del convegno Smart City Report: Definizione, valutazione delle ricadute economiche e modelli di business per le Smart Cities in Italia e in Europa, sarà presentato il Report. Ore 14.30 Istituto Mario Negri – Milano (Bovisa), via Privata Giuseppe La Masa 19 – Aula Magna Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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