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Nucleare nella transizione energetica: ecco perché è inutile parlarne

Alti costi, tempi lunghi, pericoli da radioattività e scorie: «il nucleare è su un binario morto, si punti sulle rinnovabili, straordinaria occasione di sviluppo per l’Italia», rilancia Nicola Armaroli

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Nucleare nella transizione energetica

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Ha senso inserire il nucleare nella transizione energetica? La Commissione Europea ha avviato le consultazioni su un progetto di testo riguardante la Tassonomia UE, sistema di classificazione che stabilisce una lista di attività economiche ambientalmente sostenibili. Tra le opzioni cui dirigere gli investimenti in attività necessarie per “raggiungere la neutralità climatica” al 2050, esso comprende anche gas e nucleare.

Il nucleare, in particolare, può essere avviato a un rilancio anche secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, che ritiene utile il raddoppio della produzione nucleare mondiale per raggiungere l’obiettivo net zero.

Secondo una recente notizia lanciata da Bloomberg, la Cina starebbe progettando almeno 150 nuovi reattori nei prossimi 15 anni, “più di quanto il resto del mondo abbia costruito negli ultimi 35”. Gli Stati Uniti, sempre secondo Bloomberg, starebbero puntando sugli small modular reactors (SMR) ovvero reattori a fissione nucleare, più piccoli dei reattori tradizionali. È una tecnologia tutt’altro che nuova con una serie di questioni, tecniche, economiche ed autorizzative ancora da definire.

Detto questo, oggi ha senso puntare sull’energia dall’atomo per centrare gli obiettivi net zero?

Nucleare nella transizione energetica: ecco perché è inutile parlarne 1«Per quanto riguarda la Cina, da tempo annuncia propositi di grandi piani nucleari. In 30 anni in quel paese sono stati installati 50 GW di nucleare. Solo nel 2021 i cinesi hanno installato 100 GW di rinnovabili non idro, quindi le sue priorità sono evidentemente altre (l’obiettivo è raggiungere 1 200 GW di capacità eolica e fotovoltaica totale entro il 2030, come evidenzia IEA, nda). Non c’è nessun boom nucleare in corso: dal 1996 a oggi la percentuale di elettricità prodotta da nucleare nel mondo è passata dal 17.6% al 10,1%. Nel 2021 sono stati disconnessi 8 reattori a fronte di 6 nuove accensioni. Quindi sui propositi a lungo termine dei singoli Stati è inevitabile essere scettici perché se c’è un settore che da decenni, sistematicamente, non raggiunge i propri obiettivi di espansione, questo è proprio il nucleare» risponde Nicola Armaroli, Research Director presso il CNR e uno degli scienziati italiani più citati nella letteratura internazionale. Oltre a un curriculum di assoluto prestigio, è autore di numerosi libri tra cui il recente “Emergenza energia. Non abbiamo più tempo”. Dirige inoltre Sapere, prima rivista italiana di scienza fondata nel 1935.

Come giudica la decisione della Commissione europea di porre nucleare e gas naturale nella tassonomia UE?

La tassonomia UE è un compromesso politico che cerca di non scontentare nessuno. Attenzione però che non sarà affatto un “liberi tutti”. Se il gas e il nucleare verranno inseriti, saranno poste condizioni molto stringenti in termini di emissioni (per il gas) e di ubicazione certa per i depositi definitivi dei rifiuti (per il nucleare). I margini dell’Italia per nuovo gas e nucleare saranno prossimi allo zero. E meno male.

Ma qual è secondo lei il problema col nucleare?

In un sistema elettrico liberalizzato non c’è spazio per nuovo nucleare, per motivi economici. Prendiamo il progetto EPR Hinkley Point C, il più grande cantiere d’Europa. Per realizzarlo si spenderanno almeno 23 miliardi di sterline, contro un preventivo iniziale di 16.

Il progetto fu presentato nel 2007 con la promessa che gli inglesi avrebbero cotto il tacchino con l’energia dell’impianto nel Natale del 2017. Ora la previsione è di collegarlo in rete non prima del 2026.  Hinkley Point produrrà elettricità a un prezzo garantito di 123 €/MWh, che è almeno il doppio del prezzo dell’eolico offshore nel Regno Unito negli ultimi anni. Detto questo, sono il primo a rammaricarmi che il nucleare abbia fallito sistematicamente tutti i suoi obiettivi: è una sconfitta per tutti. Se ne prenda atto, come hanno fatto Germania e Svizzera, due Paesi che stanno uscendo dal nucleare e che non è facile tacciare come retrogradi o disattenti alle questioni economiche o di sicurezza. Oggi a chi conviene puntare sul nucleare in Italia? Dove sono fiumi di miliardi pubblici da investire su un rilancio del nucleare nel nostro Paese? E quelli privati? Chi si fa avanti?

Torniamo al tema del nucleare nella transizione energetica. C’è un altro problema: la transizione energetica deve essere socialmente sostenibile. Ebbene del nucleare possiamo dire tutto, ma è arduo considerarlo socialmente sostenibile. È un’opzione con una caratteristica unica: se accade un grave incidente (e purtroppo può accadere, come sappiamo) non ha confini nello spazio e nel tempo, quindi i danni sono totalmente imprevedibili. E le radiazioni sono un nemico invisibile di cui le persone hanno insopprimibilmente paura. Io ricordo quando, all’epoca di Chernobyl, ci raccomandavano di non uscire a giocare a pallone o di non raccogliere l’insalata. Lo shock subito dall’Austria in quelle settimane ha contribuito a renderlo uno dei paesi più antinucleari al mondo. Non possiamo far finta che sia una tecnologia come tutte le altre: ha una bassissima accettabilità sociale. E se manca quella, non si fa nulla.

C’è anche la questione scorie. Lei che ne pensa?

Ancora oggi sentiamo dire che uno dei pregi del nucleare è che il quantitativo di scorie prodotte da un reattore è irrisorio. Il problema però non è la quantità, ma la qualità o, meglio, cosa c’è dentro. Ufficialmente nel mondo sono state separate 260 tonnellate di plutonio weapons grade. La dose carcinogenica per un essere umano è un milionesimo di grammo: fa 33000 dosi carcinogeniche a testa per ognuno dei 7,8 miliardi di abitanti del pianeta. Bene, io vorrei vivere in un mondo in cui non si producono tonnellate di plutonio, l’elemento più tossico dell’universo. Dovrebbe volerlo chiunque pensa cha la nostra generazione non ha nessun diritto di lasciare eredità come queste, da vigilare per decine di migliaia di anni, a chi non è ancora nato.

Nel 1977 il Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter emise un ordine esecutivo per vietare il riprocessamento del combustibile nucleare esausto per estrarre plutonio, al fine di limitare i rischi di proliferazione nucleare. In oltre 40 anni si sono succeduti sette presidenti, democratici e repubblicani, e nessuno ha cancellato quella decisione. Nel Regno Unito sono stoccate 139 tonnellate di plutonio, che rappresentano un problema non solo per quel Paese, ma per tutti. Intanto gli Stati Uniti, la nazione più ricca e tecnologicamente avanzata del mondo, piena di luoghi a bassissima densità abitativa, non ha ancora trovato un deposito definitivo per la messa in sicurezza delle scorie nucleari ad alta attività. Il progetto Yucca Mountain, è stato definitivamente abbandonato nel 2009, dopo decenni di studi e un fiume di miliardi spesi. Non esiste un’altra industria al mondo che dopo 70 anni di attività non ha ancora opzioni credibili per smaltire i propri rifiuti. Non sono dettagli.

Quindi lei è contrario anche al nucleare di nuova generazione?

Guardi, il “nuovo” nucleare di cui si parla in queste settimane non esiste. Lo studiavamo all’università 30 anni fa: nuovi layout di impianti, nuovi assemblaggi di combustibile.

In decenni non si è fatto nulla di concreto e industrialmente rilevante. Io non sono contrario a continuare la ricerca sul nucleare civile (fermo restando che è inestricabilmente legato al nucleare militare, come ha rivendicato lo stesso Macron in questi giorni), ma sono convinto che rimarrà solo un bellissimo campo di ricerca.

Fra 30 anni – ammesso e non concesso che avremo l’araba fenice del nuovo nucleare – le rinnovabili saranno totalmente dominanti sul mercato elettrico. Costruire una centrale nucleare fra 30 anni sarà come entrare oggi in un negozio di elettronica e chiedere un TV a tubo catodico.

Veniamo all’Italia. A parte la questione di inserire o meno il nucleare nella transizione energetica, il nostro Paese sconta un problema: la difficoltà ad accettare persino fotovoltaico ed eolico, spesso vittima della sindrome Nimby. Di fronte a obiettivi non più rimandabili, cosa serve per centrare l’obiettivo di energia prodotta da fonti rinnovabili?

Nel 2011 l’Italia ha installato quasi 11 GW di rinnovabili. Il sistema di incentivazione aveva aspetti sbagliati, ma abbiamo buttato il bambino con l’acqua sporca.  Il problema è che si vide nell’avanzata delle rinnovabili una minaccia al sistema energetico e non un’opportunità: bastò per mettere ogni ostacolo al processo, di fatto bloccandolo (nel 2011 si installarono 10600 MW di fotovoltaico ed eolico, nel 2014 si passò a 733 MW ricorda Legambientenda).

Energia prodotta da rinnovabili in Italia

Questo fu un danno enorme per l’Italia non solo a livello energetico, ma anche economico e occupazionale: furono distrutte centinaia di imprese e bruciati migliaia di posti lavoro in poco tempo, nel disinteresse generale. Ripartiamo da dove eravamo nel 2011, l’anno che ci insegnò che la transizione energetica è possibile. Oggi la principale fonte di energia primaria per l’Italia è il metano, che rappresenta il 40% dei consumi nazionali, contro il 24% della media UE. È una dipendenza quasi patologica, siamo secondi solo a Paesi come Russia e Turkmenistan, con la differenza che loro possiedono alcune tra le più grandi riserve al mondo.

E sulla inserzione del gas?

In questi giorni è emersa la possibilità di aumentare la produzione di gas italiano. Benissimo, però non raccontiamoci che questo abbasserà i costi del gas che sono stabiliti sui mercati internazionali. La nostra bolletta non calerà di un centesimo. Del resto l’Italia non ha un prezzo del petrolio o della benzina più bassi della Francia perché dispone dei giacimenti in Basilicata. Eppure queste “notizie” passano quotidianamente sui media più autorevoli.

D’altro canto, occorre non ostacolare con veti e assurde barriere burocratiche la costruzione di impianti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, mini-idroelettrico, geotermico). Penso, per esempio, alle obiezioni poste alla installazione di pale eoliche nell’Adriatico settentrionale, che, praticamente invisibili all’orizzonte, deturperebbero il paesaggio di una delle coste più cementificate d’Europa. Non se ne può più di sentire queste cose. Il surplus di rinnovabili permetterà, dopo il 2030, di produrre idrogeno verde per alimentare utenze energivore e industria pesante, liberandoci progressivamente dal gas. Si può fare, si deve fare.

Cosa occorre fare per la transizione energetica?

Innanzitutto serve una campagna di comunicazione chiara ed efficace per fare comprendere a tutti quali siano le alternative se non puntiamo con decisione sulle rinnovabili: inasprimento dei cambiamenti climatici e dei loro effetti sulle nostre vite, asservimento alla volatilità cronica dei prezzi dei fossili e molto altro. Occorre spiegare alle persone che una transizione a 100% rinnovabile sarà possibile perché non siamo più negli anni Ottanta, quando non c’erano le smart grid, la digitalizzazione, le batterie che abbiamo oggi. La transizione energetica può avvenire solo con un ampio e consapevole consenso tra i cittadini.

Inoltre, occorre riscrivere da zero la normativa sull’installazione di impianti rinnovabili.

Il problema in questo momento non sono i soldi: la disponibilità a investire c’è ed è imponente, anche e soprattutto da parte di imprese, banche e istituzioni finanziarie. Latitano invece le prerogative chiave: certezze normative e visione a lungo termine. Ma non è facile, in un Paese che cambia governo ogni 13 mesi.

Abbiamo davanti una transizione lunga e difficile, che è anche una straordinaria opportunità di sviluppo per un paese manifatturiero come l’Italia. Incontro quasi ogni giorno imprenditori entusiasti che sono pronti alla transizione alle rinnovabili con progetti bellissimi. C’è un fervore incredibile nel Paese, che dobbiamo coltivare. Non possiamo deludere i migliori imprenditori del mondo. Quelli che sanno adattarsi meglio di tutti alle situazioni nuove: gli imprenditori italiani.

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