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45 mila nuovi posti di lavoro e 6 milioni di CO2 in meno: è il fotovoltaico all'italiana

Una delle aree topiche, a livello mondiale, per la crescita del fotovoltaico, potrebbe essere quella dell'Italia centrale e meridionale. Se non che abbiamo un ritardo nello sviluppo di questo settore che si evidenzia in dati inequivocabili: soltanto al termine dello scorso anno, l'Italia si è approssimata alla soglia dei 1000 MW installati. La Germania e il Giappone erano oltre questi valori già nel 2004.
Individuare l'intreccio di ragioni che hanno provocato questo ritardo potrebbe farci perdere altro tempo. Conviene muoversi subito, e secondo il rispetto delle linee di sviluppo che emergono da un'analisi svolta da I-com, e presentata, a Roma, la scorsa settimana. Nel 2020, "con una potenza installata di 9 GW di impianti fotovoltaici, la spesa per la realizzazione e la gestione dei nuovi impianti potrebbe arrivare fino a 29 miliardi di euro, con un impatto complessivo sul sistema economico di circa 65 miliardi di euro e un valore aggiunto pari a 22 miliardi di euro". Saldamente ancorato a questa crescita sarebbe il benefico effetto della nascita di nuovi posti di lavoro: "23.000 unità di lavoro aggiuntive medie annue per la fase di cantiere, cioè di costruzione degli impianti, e 22.000 unità di lavoro per la fase di gestione degli impianti, una volta che questi entrino in esercizio".

L’ipotesi di fondo è che la produzione nazionale soddisfi il 50% del totale dell’installato. Il risultato delle simulazioni I-com dipende dalla nostra capacità di costruire, nei prossimi anni, una filiera industriale del fotovoltaico. Nell'ipotesi di una produzione italiana di 3000 MW di pannelli fotovoltaici, si otterrebbero: un valore aggiunto di 110 miliardi di euro e un’occupazione di circa 210.000 unità di lavoro, nel periodo 2010-2020. A guadagnarci sarebbe anche lo Stato. Nello scenario di 9 GW installati entro il 2020, le entrate fiscali per il periodo di riferimento sarebbero di 6,6 miliardi di euro (il 36,4% derivanti da redditi da lavoro, il 31% da redditi d’impresa e il resto da imposte indirette).
I benefici ambientali sono stimabili, in riferimento alle mancate emissioni   di gas ad effetto serra, in un intervallo di 2,4 – 3,3 miliardi di euro (a regime si avrebbe una riduzione delle emissioni di CO2 di circa 6 milioni di tonnellate annue). Si eviterebbe il ricorso all’uso di fonti fossili per 800 mila tonnellate di carbone, 1,6 miliardi di m3 di gas e 200 mila tonnellate di prodotti petroliferi medi annui.

Nel 2011, i costi d’installazione e gestione di un impianto fotovoltaico di 1 MW saranno inferiori del 15% rispetto al 2007. Questo dato è la conseguenza dalla forte diminuzione del costo industriale del sistema (-28%), parzialmente eroso dall’aumento degli oneri che si sono via via aggiunti. Con questi dati il rendimento industriale di un impianto fotovoltaico da 1 MW nel 2011 sarebbe del 10,5% con una tariffa pari a quella in vigore nel 2010, mentre scenderebbe all’8,8% in caso la nuova tariffa fosse ridotta del 20%. Questa condizione appare perfino più vantaggiosa di quella che si presentava nel 2007, quando il rendimento industriale di un investimento nel fotovoltaico era del 7,6%.
Se però si va ad analizzare il rendimento per l’investitore, a causa della riduzione della leva finanziaria (85%-80%) e dell’aumento dei costi per interessi (aumento degli spread dell’ordine di 1,8 punti percentuali), si scopre che questo arriverebbe al 10,8% nel caso di tariffa ridotta del 15%, a fronte di un dato pari al 19,1% nel 2007. Con una tariffa 2011 pari a quella in vigore nel 2010, il rendimento per l’investitore sarebbe invece lievemente inferiore al valore del 2007 (17,9%). Ridurre drasticamente la tariffa incentivante per il 2011 rischierebbe di rendere non finanziabili molti progetti.

Analizzando i regimi di incentivazione dei principali attori europei del settore, il primo dato che colpisce è la tardiva introduzione in Italia (2005) dei meccanismi di incentivazione sotto forma di feed-in tariff, rispetto a Paesi come Germania (1991), Spagna (1998) e Francia (2001). Questi incentivi hanno mostrato una qualche efficacia (sia pure molto limitata rispetto agli paesi europei) solo nel 2008, con l’introduzione del secondo conto energia. Dato che lo sviluppo del fotovoltaico è collegato ancora ai sistemi d’incentivazione promossi dagli stati, brusche discontinuità di policy rischiano di minare fortemente i trend di mercato e di stroncare sul nascere la filiera industriale che si è costituita e che ha ampi margini di crescita. Appare essenziale prevedere un orizzonte temporale d’incentivazione sufficientemente lungo, specie se si vuole stimolare la crescita di una filiera industriale, in modo tale da ridurre l’incertezza per gli investitori e consentire al sistema paese di cogliere i benefici indicati in precedenza.

Andrebbe semplificata e armonizzata l’architettura degli incentivi
. Interessante è il modello francese che, nel regime in vigore alla fine del 2009, prevedeva differenziazioni della tariffa non in base alla classe dimensionale ma solo in base all’integrazione. Se infatti sembrano esserci validi elementi a favore dell’integrazione architettonica degli impianti, non sembra esserci un’altrettanto valida giustificazione a supporto di una maggiore incentivazione degli impianti più piccoli rispetto a quelli più grandi.

45 mila nuovi posti di lavoro e 6 milioni di CO2 in meno: è il fotovoltaico all'italiana
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