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Energia (e lavoro) rinnovabile

La produzione di elettricità da sole, vento e acqua apre nuove prospettive sia per la salvaguardia del pianeta che per la creazione di posti lavoro. In Italia il settore è in crescita: nel 2008 il fatturato è aumentato del 60% e si prevede ancora un più 40%. Serviranno operai e tecnici specializzati, ingegneri, geometri, architetti economisti e giuristi. 

Un toccasana per l’ambiente e per l’occupazione. Il business delle energie rinnovabili apre nuovi orizzonti nella lotta per la conservazione e la salute del pianeta e offre tanti (tantissimi) posti di lavoro. Anche in Italia. Sulla green economy sta puntando forte Barack Obama. Visitando qualche mese fa una piccola fabbrica dell’Ohio, che produce componenti per le turbine a vento, il presidente americano è stato molto chiaro: «La storia di questa azienda dimostra che un’economia fondata sulle energie rinnovabili non è una torta in cielo, una cosa futurista: sta accadendo in America, offre un’alternativa al petrolio e può creare milioni di posti di lavoro, producendo energia pulita, costruendo turbine e pannelli solari, rendendo ecologicamente compatibili le nostre case, le nostre fabbriche, i nostri uffici» (da Orgoglio industriale, A. Calabrò, Mondadori). Il futuro è qui ed è anche adesso (non solo domani). Negli ultimi anni l’Italia ha recuperato posizioni su questo fronte rispetto agli altri Paesi avanzati. Ma occorre continuare sulla strada intrapresa.
«Nonostante la crisi economica – spiega Marco Pigni, direttore di Aper, Associazione produttori energia da fonti rinnovabili –, il nostro settore è in crescita. Nel 2008 il fatturato è salito del 60% rispetto al 2007, quest’anno ci aspettiamo un incremento attorno al 40%. Di conseguenza si creerà nuova occupazione. Oggi gli addetti diretti sono circa 40mila, ma sono destinati ad aumentare di molto. E poi c’è da considerare anche l’impatto sull’indotto – edilizia, impiantistica, agricoltura –, che sarà significativo». L’Aper prevede un aumento della domanda di manodopera qualificata (tecnici con specializzazioni in campo elettrico, elettrotecnico, elettromeccanico), di progettisti e ricercatori (laureati in materie scientifiche e tecnologiche), di esperti in gestione e sviluppo con competenze miste manageriali e tecniche (ingegneri, economisti, giuristi, architetti).
 
Tra i diversi comparti del settore, hanno "il vento in poppa" anche le imprese dell’eolico. «L’Italia – osserva Simone Togni, segretario generale dell’Anev, Associazione nazionale energia del vento – è il terzo Paese in Europa e il sesto nel mondo per produzione eolica. Tra il 2007 e il 2008 c’è stata una crescita del 37%, mentre nel 2008 abbiamo registrato investimenti per quasi 1,4 miliardi di euro. Non solo, le nostre imprese esportano tecnologia all’estero. La maggior parte degli impianti si concentra nel Sud, con in testa la Puglia, seguita da Sicilia e Campania. Nella penisola si contano 120 impianti e quasi 3.600 aerogeneratori (i mulini, ndr). Per il futuro ci aspettiamo la creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro». Oggi il settore impiega circa 13.600 addetti, di cui 3.500 diretti. L’Anev, in uno studio realizzato in collaborazione con la Uil di Luigi Angeletti, ha calcolato che entro il 2020 gli occupati saliranno a quota 66mila (di cui 19mila diretti). Serviranno operai e tecnici specializzati per la costruzione, assemblaggio e manutenzione di impianti e aerogeneratori, operai edili, progettisti (ingegneri, geometri, architetti), figure manageriali (ingegneri, economisti, giuristi). Il 2020 non è una data casuale. È, infatti, la scadenza fissata dall’Unione europea entro cui ogni Paese membro deve raggiungere un certo obiettivo sul fronte del risparmio energetico, della produzione di energia pulita, della riduzione di Co2 nell’aria. Le cifre sono indicate in una direttiva (di prossima pubblicazione) che gli addetti ai lavori chiamano "20-20-20" (20% è la media da perseguire sui tre fronti a livello Ue: all’Italia è stato assegnato un obiettivo del 17%).
 
Insomma, volenti o nolenti bisogna investire nelle energie rinnovabili. Come quella solare. «Negli ultimi tre/quattro anni – evidenzia Alex Sorokin, del direttivo di Gifi, Gruppo imprese fotovoltaiche italiane aderente a Confindustria – il settore ha avuto uno sviluppo fortissimo: siamo passati da circa un migliaio di addetti agli attuali 15mila. Quest’anno, vista la crisi economica, probabilmente i valori resteranno stabili ma, passato il momento difficile, ci aspettiamo un nuovo significativo incremento dell’occupazione». Secondo alcune proiezioni di Gifi, se la tendenza mondiale di crescita si confermerà attorno al 30%, com’è accaduto in questi anni, nel 2020 gli occupati in Italia dovrebbero raggiungere quota 80/90mila persone. Ciò che induce all’ottimismo è anche la facilità di diffusione della tecnologia fotovoltaica, che può essere utilizzata sia per grandi impianti che per fornire elettricità a una villettina privata. Il settore avrà bisogno, soprattutto, di profili tecnici, e più in particolare di ingegneri per le qualifiche più alte e di periti (meccanici, elettrici, elettromeccanici) per le figure degli installatori.
 
Dall’energia elettrica a quella termica, lo scenario non cambia. Anche le imprese che utilizzano i raggi del sole per produrre calore si aspettano un ulteriore sviluppo da qui ai prossimi anni. «Tra il 2006 e il 2007 – nota Valeria Verga, segretaria generale di Assolterm, Associazione italiana solare termico – il mercato è cresciuto del 77%, mentre nel 2008 il giro d’affari è stato di 400 milioni di euro. Oggi il solare termico dà lavoro a circa 10mila persone e ci aspettiamo un aumento significativo degli occupati nei prossimi anni. Per proseguire su questo trend le imprese hanno, però, bisogno di operare in un quadro normativo chiaro e definitivo. E qui tocca alla politica intervenire». La Federazione europea delle industrie del solare termico (Estif) ha disegnato due scenari possibili da qui al 2020: il primo prevede uno sviluppo annuo del 17% (in linea con gli obiettivi indicati da Bruxelles), il secondo del 37%. In Italia tutto ciò si tradurrebbe, rispettivamente, in 66mila o 400mila posti di lavoro, con figure che vanno dal tecnico fino al progettista. In particolare, il settore chiede il riconoscimento formale del profilo dell’installatore solarista, ancora non previsto (oggi la maggioranza dei piccoli impianti vengono installati dagli idraulici).
Il futuro sembra dunque carico di aspettative. Ma va assecondato. Le imprese, come ha sottolineato Verga, invocano una burocrazia più efficiente (e meno macchinosa) oltre a regole e norme certe e chiare, perché senza certezze non è facile investire e sviluppare le attività (detto in altri termini: ogni nuovo governo non può cambiare le carte in tavola). L’Enel, nel dossier Codice delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica 2009, (ancora da Orgoglio industriale, A. Calabrò, Mondadori), fa l’elenco dei «provvedimenti da cui scaturiscono vincoli e lentezze, "lacci e lacciuoli" per lo sviluppo: 84 leggi nazionali e comunitarie, 27 delibere dell’Autorità per l’energia, sette circolari e risoluzioni, 120 leggi regionali e 21 sentenze della Corte costituzionale, del Consiglio di Stato e dei Tar. Un apparato normativo imponente, complesso, difficile da applicare, spesso contraddittorio». Insomma, all’italiana.
 
Fonte www.avvenire.it

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