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Verso Copenaghen: un "new Deal" verde, perché la terra ha caldo

"Il costo dell’inazione (5-6% del Pil mondiale) è superiore a quello dell’azione: c’è quindi un vantaggio a assumere l’iniziativa per salvare il pianeta", ha detto nel proprio intervento di ieri Lieve Fransen, Direttore della Comunicazione della Commissione europea. La Fransen ha anche evidenziato che, entro il 2020, è auspicata la creazione di 700mila nuovi posti di lavoro nelle rinnovabili. Ha parlato di aiuti offerti dall’Unione Europea ai paesi in via di sviluppo, per 50 miliardi di euro entro il 2020. Partendo da questi assunti, si è svolto Verso Copenaghen: il ruolo dell’UE nella sfida globale sul clima. Un seminario per giornalisti, tenutosi ieri, 17 novembre ’09, a Milano, nella Sala Conferenze del Parlamento europeo a Palazzo delle Stelline. Incontro voluto dalla rappresentanza a Milano della Commissione europea, dall'Ufficio a Milano del Parlamento europeo e dal WWF: una preziosa occasione per accertare quanto di fondamentale per l’ambiente accadrà tra pochi giorni in Danimarca. Dal 7 al 18 dicembre, nella capitale danese si terrà la più importante conferenza mondiale degli ultimi anni sull'ambiente: la Conferenza sul clima della Nazioni Unite. E il “protocollo di Copenaghen” dovrà sostituire, dal 2012 in poi, quello del dicembre 1997 di Kyoto, che fu concordato da 184 governi e che entrò in vigore nel 2005. Il protocollo concordato nella città giapponese chiedeva a 37 Paesi industrializzati di ridurre le proprie emissioni del 5% al di sotto dei livelli del 1990, tra il 2008 e il 2012. Copenaghen deve portare a risultati migliori, perché oggi il mondo è più caldo, e maggiori del 25% rispetto al 1990 sono le emissioni di gas a effetto serra. L’unione europea vuole un “new Deal” verde. E il Parlamento europeo vuole che l’UE non tralasci il ruolo di guida mondiale anche nei negoziati danesi. Dal vertice, si attende impegni vincolanti, per ridurre le emissioni per i Paesi sviluppati e per quelli in via di sviluppo. E chiede sanzioni per chi non raggiunge gli obiettivi. Entro il 2020, per i Paesi avanzati, taglio delle emissioni del 25-40%, rispetto ai livelli del 1990 e, per i Paesi in via di sviluppo, del 15-30%: sono le proposte della risoluzione adottata dalla commissione Ambiente del Parlamento in vista del vertice. Mariagrazia Midulla, responsabile clima e energia WWF Italia, ha parlato di ciò che il WWF cerca di pretendere: un ruolo politico dell’Europa. Il problema di Copenaghen non “è che non ci sia abbastanza carne sul fuoco”. Anzi…! “L’accordo si può raggiungere in un giorno. Il problema reale è la volontà politica di raggiungerlo”. Midulla ha espresso precise necessità: “Oggi ci vogliono due cose nella politica ambientale: vincoli e politica”. E non ha tralasciato di rimarcare la responsabilità storica dei Paesi sviluppati nell’affrontare la lotta ai cambiamenti climatici. “Questa giornata porta fortuna, perché le parole pronunciate da Obama fanno ben sperare: il presidente americano chiede che ci siano azioni immediate dopo Copenaghen”, ha detto Antonio Tajani, Vice Presidente della Commissione europea responsabile trasporti. “Credo che si debba essere ottimisti: l’UE deve continuare a insistere chiedendo a Brasile, Cina e India di combattere una lotta climatica comune. Credo che a Copenaghen si possa fare bene. Certo, l’ottimo, a volte, è nemico del bene: non possiamo pensare di risolvere tutto a Copenaghen. Ma se da lì uscissero accordi politici importanti è già un risultato apprezzabile”, ha concluso Tajani. Carlo Corazza, Direttore della rappresentanza a Milano della Commisione europea, ha sottolineato come la scelta ambientalista oggi deve, e può, non essere in contrasto con la politica industriale. Di particolare interesse l’intervento di Stefano Camerini, Docente di Fenomeni di Inquinamento al Politecnico di Milano. Ha esordito deprecando l’atteggiamento dei giornali sul tema ambientale: da una parte, pare che siamo prossimi al disastro, mentre, dall’altra, c’è negazione del problema. Manca, amara considerazione, l’approccio scientifico al problema. L’informazione sul clima si dibatte tra estremismi di differente natura: catastrofismo e negazionismo. In realtà, fa presente Camerini che nel dibattito scientifico si parla d’altro: non si discute ormai più se l’uomo è responsabile o no del riscaldamento del pianeta (è assodato che lo sia), ma si analizza l’evoluzione dell’indubitabile aumento della temperatura. Il riscaldamento in corso non è usuale, se confrontato agli ultimi 1.000 anni. Da segnalarsi anche l’intervento di Andrea Poggio, vice Direttore Generale di Legambiente: parlando dell’Italia, ha detto: “Siamo l’ultima grande nazione industriale al mondo negazionista” sul problema ambientale. Annalisa Corrado, Direttore tecnico Kyoto Club, ha evidenziato quanto sia centrale, per il Kyoto Club, il ruolo dell’edilizia sostenibile nella battaglia climatica. La velocità con cui avviene la mutazione del clima è un problema reale per Antonio Villafranca, Senior Research Fellow, ISPI: “Abbiamo, per la prima volta nella storia, davvero un fenomeno globale nelle cause e negli effetti”. La giornata seminariale si è chiusa con l’auspicio di un nuovo modo di sensibilità: il problema del riscaldamento riguarderà centinaia di generazioni future e si è evidenziato che, in ogni modo, già il 77% dei cittadini europei considera i problemi climatici come i maggiori, dopo la fame nel mondo, da risolvere.

Verso Copenaghen: un 'new Deal' verde, perché la terra ha caldo
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