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Img by CESVI @Roger LoGuarro I dati dell’Indice Globale della Fame 2024 realizzato dalle organizzazioni umanitarie Welthungerhilfe e Concern Wordlwide e curato da CESVI per l’Italia sono chiari: la fame cronica, alimentata da conflitti e crisi climatiche, continua a crescere, allontanando sempre più l’obiettivo di eliminare la fame nel mondo entro il 2030. In soli 4 anni è aumentato del 26% il numero di persone che soffrono la fame. Secondo il nuovo rapporto GHI, malnutrizione e insicurezza alimentare sono condizioni quotidiane per milioni di persone, soprattutto in Africa e Asia, a causa di eventi meteorologici estremi e conflitti armati che distruggono le risorse essenziali. La COP29 in corso a Baku riaccende i riflettori sull’importanza di azioni rapide per invertire la rotta, sottolineando l’urgenza di un cambiamento strutturale: crisi climatica e conflitti rallentano i progressi verso l’obiettivo Fame Zero entro il 2030, continuando al ritmo attuale si raggiungerà un livello basso solo nel 2160. Il binomio crisi climatica e fame globale La fame nel mondo cresce a ritmo allarmante: nel 2023 ne hanno sofferto 733 milioni di persone. Un fenomeno che aumenta anche a causa della crisi climatica, che mette in ginocchio i sistemi agricoli. Eventi estremi, come siccità e inondazioni, continuano a colpire le colture di base, riducendo la produttività agricola e aumentando i prezzi alimentari, rendendo insostenibile una dieta sana per quasi 3 miliardi di persone. Il GHI riporta che nel solo 2023 si sono registrati 399 eventi climatici estremi, che hanno colpito 93 milioni di persone, generando perdite economiche che superano i 200 miliardi di dollari. Stefano Piziali, direttore generale di CESVI sottolinea che “l’uso della fame come arma di guerra sta dilagando e alla base di questi dati allarmanti c’è uno stato di crisi permanente causato da conflitti diffusi, dal crescente impatto dei cambiamenti climatici, da problemi di ordine economico, dalle crisi del debito e dalle disuguaglianze. Intervenire è ancora possibile, anche se diventa sempre più urgente farlo in maniera rapida e strutturata”. Il Rapporto GHI si basa su 4 indicatori: denutrizione, deperimento infantile, arresto della crescita infantile e mortalità dei bambini sotto i cinque anni. Sebbene i dati siano migliorati in alcuni paesi, in altri il livello di fame è assai grave. “Purtroppo dal 2016, quando il punteggio GHI globale era 18.8 (oggi è 18.3), per il mondo nel suo complesso e per molti Paesi, i progressi si sono arenati e in alcuni Paesi si sono registrate addirittura delle inversioni di tendenza”, commenta Piziali. Tra le regioni più vulnerabili c’è l’Africa subsahariana, dove il cambiamento climatico ha ridotto la produttività agricola del 34% dal 1961. Paesi come Somalia, Etiopia e Sudan si trovano a fronteggiare una fame allarmante che, insieme all’insicurezza politica, ha portato la situazione alimentare al limite. CESVI, presente in Somalia e Etiopia, fornisce assistenza salvavita e nutrizione per i più vulnerabili, unendo interventi di peacebuilding e progetti di supporto agricolo che mirano a restituire stabilità a comunità provate. Fame e disuguaglianze di genere La fame globale ha un volto prevalentemente femminile. Le donne, che rappresentano oltre il 60% della popolazione affetta da insicurezza alimentare, sono spesso responsabili della sicurezza alimentare familiare ma scontano forti disuguaglianze nell’accesso alle risorse agricole, come sementi e terreni. Questa ingiustizia crea un ciclo di povertà e malnutrizione che passa da madre a figlio, con gravi conseguenze già nelle prime fasi della vita dei bambini. Nel 2023 oltre 36 milioni di bambini sotto i cinque anni hanno sofferto di malnutrizione, e molti di questi necessitano di cure urgenti. Secondo CESVI, colmare i divari di genere nei sistemi agroalimentari potrebbe ridurre la fame globale di milioni di persone entro il 2030, promuovendo sicurezza e giustizia alimentare. “Secondo le stime della FAO, colmare i divari di genere nei sistemi agroalimentari potrebbe aumentare il PIL globale di quasi 1.000 miliardi di dollari, riducendo di 45 milioni il numero di persone afflitte dall’insicurezza alimentare– spiega Piziali – Se ciò non dovesse accadere entro il 2030 quasi un quarto delle donne e delle ragazze di tutto il mondo (23,5%) sarà in condizioni di moderata o grave insicurezza alimentare“. La COP29 pone quindi un accento importante sulla necessità di politiche climatiche e alimentari che integrino la giustizia di genere, offrendo alle donne risorse per partecipare attivamente allo sviluppo sostenibile e al contrasto della fame. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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