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A cura di: Raffaella Capritti Indice degli argomenti: Mancano le linee guida per lo smaltimento e il riciclo Le mascherine per il viso peggiorano l’inquinamento da plastica Le possibili soluzioni per tagliare la plastica dell’80% Le mascherine usa e getta, che tutti noi ci siamo abituati ad indossare, potrebbero diventare la prossima tragedia ambientale legata alla plastica. L’allarme arriva dai ricercatori Elvis Genbo Xu, tossicologo ambientale della University of Southern Denmark e Zhiyong Jason Ren, professore di ingegneria civile e ambientale della Princeton University, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Frontiers of Environmental Science & Engineering. Da quanto si legge, recenti studi stimano che ogni mese a livello globale usiamo ben 129 miliardi di mascherine per il viso – ovvero 3 milioni al minuto, per la maggior parte sono monouso fatte di microfibre di plastica. Considerando che molto spesso vengono smaltite in maniera inappropriata, è facile capire che si tratti di una vera e propria minaccia ecologica che va affrontata con urgenza. Mancano le linee guida per lo smaltimento e il riciclo Le mascherine per il viso sono prodotti di plastica, non biodegradabili, che possono frammentarsi in particelle più piccole, cioè micro e nanoplastiche che si diffondono negli ecosistemi. Anche la loro produzione registra numeri enormi, si stima una scala simile a quella delle bottiglie di plastica, intorno ai 43 miliardi al mese. Ma i ricercatori sottolineano che il 25% delle bottiglie di plastica viene riciclato mentre, non essendoci linee guida sul riciclo delle mascherine, perlopiù vengono smaltite come rifiuti solidi e non come rifiuti plastici, aumentando il rischio che finiscano nell’ambiente, nei sistemi di acqua dolce e negli oceani, generando in poco tempo micro particelle altamente inquinanti. L’impatto delle microplastiche è ulteriormente aggravato dalle nanomascherine di nuova generazione, che utilizzano fibre di plastica di dimensioni ancora più piccole. Per cercare di arginare il problema i due ricercatori suggeriscono alcune azioni tra cui mettere ovunque bidoni specifici per la raccolta e lo smaltimento delle mascherine, predisporre delle linee guida rigorose per la gestione di questo rifiuto, incentivare l’utilizzo di mascherine riutilizzabili di cotone e studiare la realizzazione di mascherine biodegradabili 3 agosto 2020 Le mascherine per il viso peggiorano l’inquinamento da plastica La pandemia COVID-19 ha peggiorato l’inquinamento da plastica a causa dell’uso di mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione usa e getta. Secondo le agenzie e i partner delle Nazioni Unite è necessario attuare misure efficaci per ridurre, o addirittura eliminare, la quantità di plastica scartata ogni anno. In questi mesi durante i quali il mondo è stato colpito dalla pandemia Covid-19, l’inquinamento da plastica è peggiorato a causa dell’enorme aumento delle vendite di mascherine usa e getta, guanti e altri dispositivi di protezione. L’organismo commerciale dell’ONU, UNCTAD, stima che quest’anno le vendite globali delle mascherine ammonteranno a circa 166 miliardi di dollari, rispetto agli 800 milioni di dollari circa del 2019. Recentemente tutti noi abbiamo visto foto e video di subacquei che raccolgono maschere e guanti dai fondali di mari e oceani, immagini che ci hanno ricordato, se ce ne fosse bisogno, che il problema dell’inquinamento da plastica va affrontato subito e con misure efficaci. Se i dati storici sono un indicatore affidabile, ci si può aspettare che circa il 75% delle mascherine usate in questo periodo, così come altri rifiuti legati alla pandemia, finiscano nelle discariche o nei mari. A parte i danni ambientali, il costo finanziario stimato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), in aree che vivono sul turismo e la pesca, è a circa 40 miliardi di dollari. E’ necessario gestire in modo corretto la grande quantità di rifiuti sanitari, in gran parte costituiti da plastica monouso, per evitare danni molto gravi per il prossimo futuro. L’UNEP, che ha prodotto una serie di schede informative sull’argomento, parla infatti di rischi per la salute pubblica derivanti da maschere usate infette e dal loro incenerimento incontrollato, che porta al rilascio di tossine nell’ambiente, con il rischio secondario di trasmissione di malattie per l’uomo e di danni permanenti per l’ambiente. Proprio per questo l’UNEP esorta i governi a trattare la gestione sicura e lo smaltimento finale di questi rifiuti, compresi quelli medici e pericolosi, come un servizio pubblico essenziale e vitale. “L’inquinamento da plastica era già una delle più grandi minacce per il nostro pianeta prima dell’epidemia di coronavirus”, dice Pamela Coke-Hamilton, direttore del commercio internazionale dell’UNCTAD. “L’improvviso aumento dell’uso quotidiano di certi prodotti per evitare la trasmissione della malattia sta peggiorando molto le cose”. Le possibili soluzioni per tagliare la plastica dell’80% Un recente e ampio rapporto sui rifiuti in plastica pubblicato da The Pew Charitable Trusts e da Sustainability Thinktank Systemiq spiega che le soluzioni per risolvere il problema plastica esistono. Lo studio, “Breaking the Plastic Wave: A Comprehensive Assessment of Pathways Towards Towards Stopping Ocean Plastic Pollution”, dall’agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente UNEP, prevede che, se non si interviene, la quantità di plastica scaricata nell’oceano triplicherà entro il 2040, passando da 11 a 29 milioni di tonnellate all’anno. Ma circa l’80% dell’inquinamento da plastica potrebbe essere eliminato nello stesso periodo, semplicemente introducendo una regolamentazione inadeguata, incentivi ad hoc e cambiando i modelli di business così da garantire la riduzione della produzione di plastica. Altre misure raccomandate includono la progettazione di prodotti e imballaggi che possano essere più facilmente riciclati e l’aumento della raccolta dei rifiuti, in particolare nei Paesi a basso reddito. E’ inoltre consigliabile introdurre politiche commerciali globali, efficaci e coordinate per combattere l’inquinamento da materie plastiche. L’UNCTAD sta esortando i governi a promuovere alternative alla plastica, non tossiche, rispettose dell’ambiente, biodegradabili o facilmente riciclabili, come le fibre naturali, la lolla di riso e la gomma naturale. Ci potrebbero essere molti vantaggi in termini di creazione di posti di lavoro per i paesi in via di sviluppo, che sono i principali fornitori i molti sostituti della plastica. Il Bangladesh, ad esempio, è il principale fornitore mondiale di iuta, mentre le esportazioni più importanti di gomma naturale arrivano dalla Thailandia e Costa d’Avorio. Data creazione articolo 3 agosto 2020 – articolo aggiornato Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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