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Impianto termico o di climatizzazione (invernale/estiva): tipologie, caratteristiche e componenti 28/05/2026
A cura di: Tommaso Tetro Lo smog in Lombardia non è soltanto colpa di traffico, caldaie per il riscaldamento, e industrie. A contribuire fino al 25% dell’inquinamento ci pensa anche l’allevamento. Un recente studio – realizzato da Università Bocconi, Fondazione Cmcc (Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici) e Legambiente – punta il dito su bovini e suini che fanno schizzare i dati su ammoniaca e particolato; mettendo allo stesso tempo in risalto anche come siano necessarie politiche integrate di coinvolgimento del settore agricolo nella sfida di arrivare ad una migliore qualità dell’aria. Anche perché – in base a quanto emerge dall’analisi ‘Exploring the impact of livestock on air quality: a deep dive into ammonia and particulate matter in Lombardy‘ – le azioni da intraprendere su ‘attività agricole’ e ‘allevamento’ vengono “spesso trascurate”. E invece bisognerebbe tener presente che anche le zone maggiormente colpite dall’inquinamento, causato dal bestiame quindi da emissioni prodotte da fonti agro-zootecniche, sono “notevolmente popolate”. La ricerca – condotta nel contesto del progetto INHALE (Impact on humaN Health of Agriculture and Livestock Emissions), finanziato dalla Fondazione Cariplo – si è concentrata su come le emissioni derivanti dall’agricoltura possano concorrere “ad elevate concentrazioni di particolato” e di conseguenza “un aumento del rischio sanitario per la popolazione”. Il lavoro stima l’impatto marginale dell’allevamento bovino e suino sui livelli di ammoniaca e PM10 nella regione Lombardia. Sono state utilizzate osservazioni giornaliere in 12 stazioni di monitoraggio dell’ammoniaca e 75 punti di misurazione PM10; queste sono poi state combinate con le fluttuazioni mensili delle unità di bestiame e delle condizioni meteorologiche giornaliere. Nello specifico i risultati mostrano come con un aumento di 1.000 unità di bestiame porti a un corrispondente incremento quotidiano delle concentrazioni di ammoniaca di 0,332 microgrammi per metro cubo (pari a circa l’1,8% di variazione rispetto alle concentrazioni medie) per i bovini, e di 0,04 microgrammi per metrocubo per i suini (circa 0,26% rispetto alle concentrazioni medie). Inoltre, per quanto riguarda il Pm10, i bovini sono responsabili di un incremento di 0,289 microgrammi per metro cubo, i suini di 0,04 microgrammi per metro cubo. A questo bisogna aggiungere che bovini e suini potrebbero essere responsabili fino a un quarto dell’inquinamento locale dell’aria. Secondo Jacopo Lunghi dell’università Bocconi e del Cmcc, primo autore del lavoro, “la pianura padana colpisce tristemente per la scarsa qualità dell’aria che respirano i suoi abitanti”; in quest’area, “una delle più inquinate d’Europa” con “livelli record di particolato”, soprattutto in inverno, indagare le fonti di “quest’aria malsana è fondamentale per ridurre il benessere” della popolazione. Soprattutto la gestione delle deiezioni zootecniche e l’uso di fertilizzanti è la principale fonte di ammoniaca, che ‘aiuta’ (essendo un composto gassoso) alla formazione di aerosol inorganici che reagendo con altri composti – come gli ossidi di zolfo (SOx) e gli ossidi di azoto (NOx) – contribuisce a gran parte della composizione delle polveri sottili (PM2.5). Ne deriva quindi l’associazione dell’inquinamento atmosferico degli allevamenti “a malattie ostruttive delle vie aeree e a polmoniti gravi”. La pianura padana – fa notare la ricercatrice del Cmcc Lara Aleluia Reis – “soffre di una sfortunata combinazione di condizioni orografiche sfavorevoli” che vanno “dall’alta densità” di abitanti “all’alta intensità industriale e agricola”. Per questo, proprio a cominciare da qui, anche l’agricoltura e l’allevamento “devono essere incluse in politiche più severe di mitigazione dell’inquinamento atmosferico”. Quindi, grazie allo studio – dichiara Maurizio Malpede dell’università di Verona – si possono “sviluppare pratiche agricole più efficienti e sostenibili che non solo riducono al minimo i danni ambientali ma anche i rischi per la salute pubblica”. C’è però necessità di ulteriori approfondimenti, tanto che secondo gli esperti la ricerca futura dovrebbe concentrarsi sulla “valutazione attenta del compromesso costi-benefici”, considerando la tecnologia e l’evoluzione del settore verso “un percorso più sostenibile”. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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