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100 miliardi di euro annui al 2030, ovvero il 4,5% del PIL nazionale nel 2019. E’ questo l’impatto che l’adozione di buone pratiche per l’economia circolare nell’industria potrebbe generare sull’economia, aiutando inoltre la transizione energetica, la sostenibilità di processi, servizi e prodotti e lo sviluppo economico e sociale. Ma sono ancora troppo poche le imprese (anche se aumentano di anno in anno) che hanno fatto proprie tali pratiche. E’ il dato principale che emerge dalla seconda edizione del Circular Economy Report 2021 presentato dall’Energy&Strategy Group – School of Management Politecnico di Milano. Secondo l’indagine fatta, che ha coinvolto gli operatori di sei macrosettori importanti per la nostra economia – costruzioni, automotive, impiantistica, food&beverage, elettronica di consumo, mobili e arredo – sono infatti solo il 44% le imprese virtuose che hanno adottato pratiche di economia circolare, ma diminuiscono (sono oggi il 34%) quelle che non intendono andare in questa direzione. Le più virtuose sono le aziende delle costruzioni in cui il 60% degli intervistati ha introdotto almeno una pratica di economia circolare, chiude la classifica il settore mobili e arredo con una percentuale del 23%. Le pratiche maggiormente utilizzate coinvolgono in particolare le fasi di progettazione dei prodotti per limitare l’impatto ambientale e riutilizzare i materiali all’interno dei propri sistemi produttivi. Le aziende segnalano che a fronte di alti investimenti, l’adozione di pratiche di economia circolare ha garantito benefici economici e lo sviluppo di progetti e tecnologie innovativi ed efficienti. Ma segnalano anche che i principali ostacoli riguardano l’incertezza normativa e i costi elevati. Davide Chiaroni, direttore dell’Osservatorio sulla Circular Economy dell’E&S Group, spiega che l’economia circolare è un processo complesso, che coinvolge l’intera filiera, ma anche una grande opportunità e non va confusa con sviluppo sostenibile e rispondenza ai criteri ESG: “È un approccio che prevede la rigenerazione del capitale naturale, non la ‘semplice’ limitazione del danno ambientale: si minimizzano le risorse usate, ma senza diminuire la crescita economica e sociale, il progresso tecnico e l’innovazione”. Spesso, continua Chiaroni, si riduce il processo dell’economia circolare alle pratiche di riciclo e di gestione dei rifiuti ed è un grave errore. Anche nel PNRR c’è una voce specifica, per raggiungere i target fissati dalle normative nazionali ed europee, che prevede 5,27 miliardi di euro di investimenti, di cui 2,8 destinati alla sostenibilità della filiera alimentare, per la realizzazione di nuovi nuovi impianti di trattamento dei rifiuti e l’ammodernamento di quelli esistenti. Non è la direzione in cui si dovrebbe andare anche se le buone notizie ci sono: “almeno nelle previsioni di riforma prevista entro giugno 2022 che dovrebbero integrare concetti quali ecodesign, ecoprodotti, blue economy, bioeconomia, materie prime critiche”. Secondo il Rapporto il potenziale di 100 miliardi di euro annui al 2030 grazie all’adozione di buone pratiche di economia circolare sarebbe così suddiviso tra i macrosettori coinvolti dall’indagine: Le piattaforme digitali in questo processo avranno un ruolo da protagoniste, massimizzando lo scambio di domanda e offerta di prodotti, materiali o risorse, riducendone il consumo nei cicli produttivi, limitando l’utilizzo delle materie prime e della produzione dei rifiuti. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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