Agricoltura urbana: i vantaggi ambientali e sociali degli orti in città

La realizzazione degli orti urbani è un sistema “green”, sempre più diffuso, perriqualificare aree urbane degradate, per migliorare la qualità della vita nei quartieri e per favorire lo sviluppo del verde in città.
Dalla riduzione di CO₂ alla coesione sociale
: come gli orti urbani stanno trasformando le città italiane e il rapporto dei cittadini con il cibo

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Agricoltura urbana: i vantaggi ambientali e sociali degli orti in città

Gli orti urbani non sono più una piccola curiosità, ma un fenomeno in forte espansione che sta ridisegnando il modo in cui le città vivono, respirano e si relazionano con il cibo. In Italia, secondo i dati Istat, negli ultimi cinque anni le superfici messe a disposizione dagli enti locali hanno registrato una crescita superiore al 18%, superando i 2,1 milioni di metri quadrati coltivati. Un numero destinato ad aumentare, trainato da un’attenzione sempre più diffusa verso la sostenibilità urbana, la qualità dell’alimentazione e la coesione sociale.

Orti urbani: un fenomeno in piena crescita

Gli orti urbani, per quanto sembri essere una tendenza contemporanea, affondano le loro radici nell’Ottocento, quando moltissimi contadini si trasferirono in città. A quei tempi erano una soluzione per soddisfare una richiesta alimentare crescente da parte di famiglie operaie e, in secondo luogo, per ritrovare un equilibrio tra città e aree verdi sempre più precario a causa della continua crescita urbana e industriale. Un secondo rilancio della pratica dell’agricoltura urbana fu nel secondo dopoguerra, quando i ceti meno abbienti si trovarono in una situazione di forte disagio economico. Nei decenni successivi, l’urbanizzazione e la crescita economica aumentarono e gli orti urbani tornarono a diminuire.
Fino ad oggi, quando la necessità di migliorare le nostre città e renderle più verdi ha riportato in auge questa interessante e vantaggiosa pratica.

Coldiretti stima che oggi siano circa 1,2 milioni gli italiani che coltivano un orto urbano. Tra coloro che hanno accesso a uno spazio coltivabile, l’incidenza raggiunge il 44%. Secondo i dati raccolti in occasione dell’Earth Day 2024, oltre sei italiani su dieci (61%) dedicano parte del proprio tempo libero alla cura di orti e giardini, soprattutto in primavera.

Non si tratta solo di un hobby: dietro questi numeri emerge un cambiamento culturale profondo, che intreccia preoccupazioni ambientali, bisogno di comunità e desiderio di ristabilire un rapporto diretto con il cibo.

A guidare questa classifica virtuosa è l’Emilia-Romagna, seguita da Lombardia, Toscana, Veneto e Piemonte. Un dato che riflette non solo la tradizione agricola di queste regioni, ma anche politiche locali attente alla valorizzazione del verde urbano e alla partecipazione dei cittadini nella gestione degli spazi pubblici.

Ci sono esempi interessanti in tutto il mondo. In Giappone, vicino a Tokyo, le persone sono costrette a pagare cifre considerevoli per l’acquisto della verdura importata a causa della difficoltà di coltivare la terra locale, molto inquinata. Così, unendo la necessità alimentare con un progetto di rigenerazione urbana, Toshiba ha trasformato una vecchia fabbrica di Floppy disk in una fattoria verticale idroponica.

Un altro esempio di riutilizzo di uno spazio urbano altrimenti in disuso arriva da Berlino. Nella capitale tedesca il più grande orto urbano, Allmende Kontor, è stato realizzato sulle piste d’atterraggio dell’ex aeroporto di Tempelhof, chiuso nel 2008. Il progetto è nato dall’impegno di 12 persone che, prendendo in concessione l’area, hanno sostituito l’asfalto delle piste con verdure, fiori e piante.

Il ruolo delle istituzioni e le politiche di supporto

La diffusione di queste pratiche dipende anche dal supporto delle istituzioni locali. I Comuni possono mettere a disposizione terreni inutilizzati, semplificare le procedure di assegnazione, finanziare progetti di riqualificazione e promuovere attività di formazione e sensibilizzazione. In molte città italiane si stanno sperimentando modelli di gestione partecipata. Il sistema degli “orti in concessione” si sta diffondendo rapidamente, favorito da un quadro normativo sempre più favorevole.

A livello europeo, l’agricoltura urbana è entrata nelle strategie ambientali e agricole. Il Green Deal e la strategia “Farm to Fork” sottolineano la necessità di avvicinare la produzione alimentare ai consumatori, ridurre l’uso di pesticidi e aumentare le superfici biologiche. In questo scenario, gli orti urbani sono pienamente coerenti con gli obiettivi di sostenibilità e transizione ecologica.

Bologna, Milano e Roma: gli esempi

Se l’Emilia-Romagna è in testa, non sorprende che Bologna sia la città italiana con la maggiore superficie dedicata agli orti urbani. Secondo i dati Istat, il capoluogo emiliano conta 165.843 metri quadrati di orti comunali, distanziando nettamente le altre grandi città. L’orto urbano più grande d’Italia sorge a Borgo Panigale, in pochi anni l’orto è cresciuto fino a servire 150 famiglie e dare occupazione ad una decina di ragazzi.

Anche Milano ha sviluppato una rete capillare di verde urbano produttivo. La città ospita oltre 2.000 orti e giardini condivisi, assegnati dal Comune a privati e associazioni tramite bandi pubblici. Questo sistema si inserisce nel contesto più ampio del Parco Agricolo Sud, un’area di circa 47.000 ettari che abbraccia la cintura metropolitana. Si tratta di uno dei più grandi parchi agricoli periurbani d’Europa, dove l’agricoltura non è un elemento decorativo, ma una funzione produttiva reale che convive con la città.

A Roma, la situazione è più frammentata, ma altrettanto vivace. A giugno 2024 si contavano oltre 200 orti urbani distribuiti su circa 130 ettari di suolo, regolamentati dal Comune e coordinati da associazioni, cooperative e gruppi informali di cittadini. Un patrimonio in crescita costante, sostenuto da nuove concessioni nei diversi Municipi.

Esempi virtuosi si trovano per esempio a Firenze, dove dal 2013 sorge un orto sociale su una vecchia pista di atletica nella zona di Borgo Pitti. Qui si sviluppa anche un progetto che coinvolge ragazzi con disabilità e la vocazione didattica del luogo è molto forte.

I benefici ambientali: molto più che verde decorativo

Coltivare in città non è solo un gesto estetico o simbolico. Questi spazi producono effetti concreti sull’ambiente, a partire dalla riduzione delle emissioni di CO₂. La produzione locale accorcia la filiera, limitando i trasporti su lunghe distanze, tra le principali fonti di inquinamento del sistema alimentare globale.

I benefici ambientali degli orti urbani: molto più che verde decorativo

Le aree coltivate contribuiscono anche alla tutela della biodiversità. Negli spazi verdi urbani trovano rifugio insetti impollinatori come api e farfalle, spesso in difficoltà nei contesti agricoli intensivi. Inoltre, la coltivazione di varietà locali e antiche aiuta a preservare un patrimonio genetico che l’agricoltura industriale tende a omologare. In questo senso, ogni orto urbano rappresenta un piccolo presidio di biodiversità.

Un altro aspetto riguarda la gestione dell’acqua e del suolo. Le superfici coltivate assorbono l’acqua piovana, riducendo il deflusso superficiale e limitando il rischio di allagamenti localizzati. Le radici stabilizzano il terreno e favoriscono la formazione di suolo vivo, ricco di microrganismi. Oggi, con eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, la presenza di superfici permeabili e vegetate non è un lusso, ma una necessità.

Questi spazi migliorano anche la qualità dell’aria. Le piante assorbono CO₂ e rilasciano ossigeno, ma soprattutto catturano polveri sottili e altri inquinanti atmosferici, contribuendo a ridurre l’effetto isola di calore tipico delle città dense. Una fascia verde produttiva non si limita a nutrire le persone: contribuisce a sostenere l’equilibrio dell’intero ambiente urbano.

Un dato interessante proviene dalla ricerca condotta dal team di SustUrbanFoods dell’Università di Bologna nel 2018, dedicato a studiare l’impatto della pratica agricola in città. I dati emersi sono positivi: un orto urbano comporta una moltitudine di vantaggi in termini di sviluppo sociale ed economico. I ricercatori hanno stimato che, grazie ad un piccolo orto di circa 10-20 metri quadrati, è possibile produrre un buon numero di ortaggi tale da soddisfare il fabbisogno annuo di una persona.  Gli studiosi dell’Università di Bologna hanno analizzato il caso di un orto domestico di circa 30 metri quadrati situato a Padova, chiedendosi se potesse soddisfare il fabbisogno di una famiglia oppure fosse solo una piacevole e divertente attività da svolgere all’aperto. Il team di ricerca ha osservato 21 cicli di raccolto valutando numerosi aspetti tra cui l’uso dell’acqua, di fertilizzanti e pesticidi, oltre ai materiali utilizzati e alle tipologie di coltivazioni impiegate. Dall’analisi è emerso che alcune specie vegetali come pomodori e melanzane sono l’opzione più ecosostenibile da adottare, rispetto ad altre coltivazioni con frutti più piccoli. Dunque, un orto urbano è una pratica da perseguire o meno? Ha un reale vantaggio per l’economia di una famiglia? La risposta è sì: con un terreno che va dai 10-20 metri quadrati, tenendo conto delle specie vegetali e delle risorse utilizzate, si può produrre una quantità di verdura che soddisfa l’intero fabbisogno annuale di una persona.

I benefici sociali: l’orto come spazio di comunità

Ancora più profondi sono i benefici sociali. In un’epoca segnata da isolamento e frammentazione del tessuto urbano, un orto condiviso può diventare un luogo di ricostruzione delle relazioni.

Lavorare la terra insieme, prendersi cura di un bene comune e condividere i frutti del raccolto sono pratiche antiche che producono effetti molto attuali: riduzione della solitudine, rafforzamento del senso di appartenenza e nascita di reti di solidarietà informali.

Questi spazi si rivelano anche strumenti efficaci di inclusione sociale. Possono mettere in relazione generazioni diverse, favorendo lo scambio di competenze e conoscenze. In molte città italiane, gli orti sociali sono stati inseriti in programmi di reinserimento per persone in situazioni di disagio, dimostrando il valore terapeutico e riabilitativo della coltivazione.

La dimensione educativa è un altro pilastro fondamentale. Avvicinare i bambini alla natura, insegnare il ritmo delle stagioni e il rispetto per le risorse naturali sono obiettivi sempre più diffusi nelle scuole. Gli orti didattici permettono di integrare biologia, geografia, educazione civica e alimentare in modo concreto e coinvolgente. Coltivare significa imparare a prendersi cura di sé, degli altri e dell’ambiente.

Agricoltura urbana e sicurezza alimentare

Il tema della sicurezza alimentare sarà sempre più centrale nella pianificazione urbana dei prossimi decenni. Le Nazioni Unite prevedono che entro il 2050 quasi l’80% della popolazione mondiale vivrà in città. Garantire l’accesso a cibo fresco, sano e accessibile rappresenterà una delle sfide più complesse per i governi locali.

In questo contesto, l’agricoltura urbana non è una soluzione completa, ma costituisce un elemento importante di un sistema alimentare più resiliente. La produzione locale riduce la dipendenza da filiere lunghe e vulnerabili, facilita l’accesso a cibo di qualità anche nei quartieri meno serviti e contribuisce a stabilizzare i prezzi nei periodi di crisi.

Agricoltura urbana e sicurezza alimentare

La FAO ha riconosciuto queste pratiche come strumenti fondamentali per contrastare la povertà alimentare nelle città, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Tuttavia, il principio è sempre più rilevante anche nelle metropoli occidentali.

Innovazione e nuove frontiere della coltivazione urbana

L’agricoltura urbana non è solo tradizione, ma anche innovazione. Accanto agli orti comunitari si stanno diffondendo nuove tecniche che utilizzano tecnologie avanzate per massimizzare la produzione in spazi ridotti.

Il vertical farming — ovvero la coltivazione su più livelli — permette di produrre grandi quantità di verdure a foglia, erbe aromatiche e microgreens indipendentemente dalle condizioni climatiche. Anche i tetti verdi produttivi rappresentano una frontiera interessante. Sempre più edifici trasformano le coperture in superfici coltivabili, unendo produzione alimentare, isolamento termico e gestione delle acque piovane.

Tetti verdi e orti urbani

A queste soluzioni si affiancano gli orti idroponici e acquaponici, che consentono di coltivare senza suolo, utilizzando soluzioni acquose ricche di nutrienti e, in alcuni casi, integrando l’allevamento di pesci in sistemi chiusi e sostenibili.

L’economia circolare trova qui un’applicazione concreta. I rifiuti organici domestici possono essere compostati e reimmessi nel ciclo produttivo come fertilizzante naturale, riducendo gli scarti e restituendo nutrienti al terreno.

Coltivare in città: come iniziare

Iniziare è più semplice di quanto sembri. Anche un balcone, una terrazza o un davanzale soleggiato possono ospitare un piccolo orto domestico con erbe aromatiche, pomodorini o insalate.

Le piante più adatte ai principianti sono basilico, prezzemolo, rucola, ravanelli, lattuga e fragole: crescono rapidamente, richiedono poche cure e offrono risultati quasi immediati.

Come organizzare un orto domestico

Per chi desidera un’esperienza più strutturata, gli orti condivisi rappresentano un’opportunità preziosa. Nelle principali città italiane è possibile iscriversi a liste comunali o partecipare ad associazioni e cooperative che gestiscono spazi collettivi.

I vantaggi non sono solo pratici. La condivisione di attrezzi, sementi e competenze riduce costi e difficoltà. Inoltre, si entra a far parte di una comunità basata su valori comuni di sostenibilità, collaborazione e rispetto per la terra.

FAQ Orti urbani

Cos’è l’agricoltura urbana?

L’agricoltura urbana è la pratica di coltivare alimenti all’interno o nelle immediate vicinanze delle città, attraverso orti condivisi, tetti verdi, vertical farming e sistemi idroponici. Non si tratta di un semplice hobby, ma di un fenomeno culturale e ambientale in forte espansione che ridisegna il rapporto tra le città e il cibo.

Quali sono i benefici degli orti urbani?

I benefici sono sia ambientali che sociali. Sul piano ambientale, gli orti urbani riducono le emissioni di CO₂, tutelano la biodiversità, migliorano la gestione dell’acqua e del suolo, migliorano la qualità dell’aria e contrastano l’effetto isola di calore. Sul piano sociale, favoriscono la coesione comunitaria, riducono la solitudine, promuovono l’inclusione sociale e offrono opportunità educative per bambini e adulti.

Dove si possono creare orti in città?

Gli orti urbani possono nascere in molti contesti: terreni comunali concessi in assegnazione, spazi condivisi gestiti da associazioni e cooperative, tetti e coperture di edifici, ma anche su balconi, terrazze e davanzali soleggiati, dove è possibile coltivare erbe aromatiche, pomodorini e insalate anche con spazi minimi.

L’agricoltura urbana è sostenibile?

Sì, è pienamente sostenibile. La produzione locale accorcia la filiera alimentare riducendo i trasporti, favorisce il recupero dei rifiuti organici attraverso il compostaggio e promuove la coltivazione di varietà locali e antiche. È inoltre coerente con gli obiettivi del Green Deal europeo e della strategia “Farm to Fork”, che puntano a ridurre i pesticidi e aumentare le superfici biologiche.

Quanto si può produrre in un orto urbano?

La produzione dipende dalle dimensioni e dalle tecniche utilizzate. Un piccolo balcone può offrire erbe aromatiche e ortaggi per uso domestico, mentre le tecniche di vertical farming e coltivazione idroponica permettono di produrre grandi quantità di verdure a foglia, erbe aromatiche e microgreens in spazi ridotti e in modo indipendente dalle condizioni climatiche. Il testo non indica una quantità precisa espressa in chili o volumi.

Chi può partecipare a un orto urbano?

Chiunque. Gli orti urbani sono spazi inclusivi, aperti a persone di ogni età e condizione sociale. Sono strumenti di integrazione tra generazioni diverse e in molte città italiane sono stati inseriti in programmi di reinserimento per persone in situazioni di disagio. Anche i bambini ne sono protagonisti attraverso gli orti didattici nelle scuole.

Esistono incentivi per l’agricoltura urbana?

Sì. I Comuni possono mettere a disposizione terreni inutilizzati, semplificare le procedure di assegnazione, finanziare progetti di riqualificazione e promuovere attività di formazione. A livello europeo, il Green Deal e la strategia “Farm to Fork” sostengono esplicitamente l’avvicinamento della produzione alimentare ai consumatori, creando un quadro normativo sempre più favorevole agli orti urbani.

Quali colture sono più adatte agli orti cittadini?

Le piante più adatte ai principianti — e quindi ideali per gli orti cittadini — sono basilico, prezzemolo, rucola, ravanelli, lattuga e fragole. Crescono rapidamente, richiedono poche cure e offrono risultati quasi immediati. Le tecniche avanzate come il vertical farming si prestano particolarmente a verdure a foglia, erbe aromatiche e microgreens.

Gli orti urbani migliorano la qualità dell’aria?

Sì. Le piante assorbono CO₂ e rilasciano ossigeno, ma soprattutto catturano polveri sottili e altri inquinanti atmosferici. Contribuiscono inoltre a ridurre l’effetto isola di calore, tipico delle città densamente edificate. Una fascia verde produttiva, quindi, non si limita a nutrire le persone, ma concorre attivamente all’equilibrio dell’intero ambiente urbano.

Qual è il ruolo sociale degli orti urbani?

Gli orti urbani sono veri e propri spazi di comunità. In un contesto urbano segnato da isolamento e frammentazione sociale, coltivare insieme favorisce la nascita di reti di solidarietà informali, rafforza il senso di appartenenza e riduce la solitudine. Hanno anche un forte valore educativo e terapeutico-riabilitativo, riconosciuto da numerosi programmi sociali nelle città italiane.


Articolo aggiornato – Prima pubblicazione 2019

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