Biodiversità, il Pianeta ne perde troppa a un ritmo senza precedenti nella storia

L’allarme delle Nazioni Unite rimbomba da tempo, adesso è diventato assordante. La perdita di natura si combatte con la lotta ai cambiamenti climatici, al consumo di suolo, all’agricoltura intensiva, alla sicurezza alimentare e idrica, alla salute pubblica. L’umanità piegata alla prova di Covid-19 non può far finta di non sentire questa voce

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Biodiversità, il Pianeta ne perde troppa a un ritmo senza precedenti

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Il declino della biodiversità viaggia a un ritmo senza precedenti nella storia dell’umanità. Un allarme, questo, che rimbomba da tempo e che adesso è diventato assordante. Non soltanto il clima che sfianca il Pianeta. Ma è la stessa Terra a togliere elementi essenziali alla vita delle persone.

Un disastro ecologico, che si trasformerà in una tragedia economica. La perdita di natura – avvertono gli esperti mondiali – va letta in relazione ai cambiamenti climatici, al consumo di suolo, all’agricoltura intensiva, alla sicurezza alimentare e idrica, alla salute pubblica. E l’umanità piegata alla prova di Covid-19 non può far finta di non sentire questa voce. Gli effetti delle attività dell’uomo mettono sempre più a rischio gli ecosistemi, e in pericolo le risorse e i servizi essenziali per la sopravvivenza dell’umanità.

Natura, le Nazioni Unite

La biodiversità – come ricordano le Nazioni Unite – è “la base che sostiene tutta la vita sulla terra e sott’acqua” e riguarda “ogni aspetto della salute umana, fornendo aria e acqua pulite, cibi nutrienti, conoscenze scientifiche e fonti di medicina, resistenza naturale alle malattie e mitigazione dei cambiamenti climatici. La modifica o la rimozione di un elemento di questa rete influisce sull’intero sistema di vita e può produrre conseguenze negative”.

L’emergere di Covid-19 ha messo in evidenza il fatto che “quando distruggiamo la biodiversità, distruggiamo il sistema che supporta la vita umana. Oggi si stima che, a livello globale, circa un miliardo di casi di malattia e milioni di morti si verificano ogni anno a causa di malattie causate da coronavirus; e circa il 75% di tutte le malattie infettive emergenti nell’uomo sono zoonotiche, cioè trasmesse alle persone dagli animali”. La natura – ha avvertito l’Onu – “ci sta inviando un messaggio”.

Nessun obiettivo è stato raggiunto

Nessuno dei 20 obiettivi stabiliti nel 2010, all’inizio del decennio delle Nazioni Unite sulla biodiversità e che dovevano essere raggiunti entro la fine di quest’anno, può considerarsi completato e solo sei si ritengono “parzialmente raggiunti”. Nel rapporto sono contenute alcune raccomandazioni, o “transizioni”, che delineano un percorso per abbandonare il “business as usual” e invertire la perdita di biodiversità.

La perdita di biodiversità

Nel mondo circa il 25% di tutte le specie animali e vegetali sono a rischio estinzione, con l’80% che vive nelle foreste sempre più diffusamente rase al suolo.

La perdita di biodiversità e gli animali a rischio estinzione

La scienza ha messo in guardia sul drammatico declino della biodiversità del Pianeta: circa un milione di specie animali e vegetali (su un totale stimato di circa 8,7 milioni) sono minacciate di sparire tanto da ritenere che siamo di fronte alla sesta grande estinzione massa.

Negli ultimi 150 anni, la copertura della barriera corallina viva è stata ridotta della metà, entro i prossimi 10 anni una specie su quattro conosciuta potrebbe essere stata spazzata via dal Pianeta e ci vorrebbero 1,6 terre per soddisfare le richieste che gli umani fanno alla natura ogni anno.

Una road map per i prossimi 10 anni

Una road map a partite dal 2020 in poi, viene lanciata da Legambiente con 10 proposte sul contributo che l’Italia può dare al Piano strategico per la biodiversità entro il 2030. Proprio per via del “forte ritardo” nel raggiungimento degli obiettivi sulla conservazione della natura, il nostro Paese deve dare un importante contributo soprattutto con un rafforzamento della sua legislazione sulla tutela ambientale.

Il decalogo salva-natura prevede: ridurre l’impatto climatico sulla biodiversità; incrementare le aree protette e le zone di tutela integrale; migliorare conoscenza e monitoraggio della biodiversità; rafforzare rete Natura 2000; promuovere una gestione integrata della costa, dando piena attuazione alla strategia marina e favorendo la crescita della ‘blu economy’; migliorare gli ecosistemi agricoli; creare una rete nazionale dei boschi vetusti; contrastare le azioni illecite contro specie faunistiche e ecosistemi naturali; proteggere gli ecosistemi acquatici e migliorare i servizi ecosistemici dei corpi idrici superficiali; combattere le specie aliene invasive; sostenere l’economia della natura, finanziare la biodiversità e il capitale naturale, prevedendo investimenti nella bio-economia e agevolazioni imprese che investono in green jobs.

In generale “per rendere più forti i nostri ecosistemi serve incrementare le aree naturali protette, marine e terrestri, e porsi l’obiettivo di tutelare efficacemente il 30% del territorio nazionale entro il 2030. Importante realizzare aree in cui non siano permesse attività antropiche”.

Stiamo mangiando il Pianeta, con l’alimentazione si perde il 70% di natura

Secondo il Wwf “abbiamo solo 9 anni per rivedere il sistema di produzione alimentare a livello globale, attraverso un cambio dei regimi alimentari di ciascun Paese. Solo così potremo invertire il trend in picchiata della perdita di biodiversità. Il modo con cui ci alimentiamo ha, infatti, causato finora la perdita del 70% di biodiversità terrestre e del 50% di quella d’acqua dolce”.

In un rapporto ad hoc condotto sulle diete di 147 Paesi del mondo, ‘Invertire la rotta: il potere riparatore delle diete amiche del Pianeta’, la scelta di un “modello alimentare amico del Pianeta” a livello globale comporterebbe: aria più pulita e temperature più basse con una riduzione di circa il 30% delle emissioni di gas serra, maggiore biodiversità sul Pianeta, riducendone di almeno il 5% la perdita, più spazio per natura e specie poiché si ridurrebbe di almeno il 40% il bisogno di terreni agricoli, una popolazione più in salute e con un’aspettativa di vita più lunga poiché il tasso di mortalità prematura si ridurrebbe di almeno il 20%.

I materiali prodotti dall’uomo battono piante e animali

Nel 2020 sorpasso storico, la massa di edifici, strade, plastica e macchinari, ossia di tutti i materiali prodotti dall’uomo, ha superato la biomassa vivente, costituita da uomo stesso, vegetali e animali.

Questo perché nell’ultimo secolo la massa di oggetti e opere costruiti dall’uomo è aumentata a un ritmo record, raddoppiando ogni 20 anni, come viene raccontato dalla ricerca pubblicata sulla rivista Nature messa a punto dal gruppo dell’Istituto israeliano Weizmann per le Scienze. Dalla prima rivoluzione agricola a oggi – osservano infatti i ricercatori – l’uomo per esempio ha dimezzato la quantità di biomassa vegetale, perché è cambiato l’uso del suolo, che è stato disboscato per far posto all’agricoltura, ad altre attività umane e alle infrastrutture. Ulteriori attività umane, incluso l’allevamento del bestiame, caccia e pesca eccessiva hanno ridotto il numero di animali. I ricercatori stimano i cambiamenti nella biomassa globale e nella massa prodotta dall’uomo dal 1900 ad oggi, dimostrando che all’inizio del ventesimo secolo, la massa degli oggetti prodotti dall’uomo era ancora minima rispetto alla biomassa vivente ed era pari a circa il 3% di essa, mentre oggi la massa di questi materiali supera la biomassa che pesa circa 1.100 miliardi di tonnellate. Gli edifici e le strade costituiscono la maggior parte della massa artificiale, seguiti da plastica e macchinari.

I caschi verdi per proteggere la natura

I ‘caschi verdi’ tuteleranno i siti patrimonio mondiale dell’umanità. Questo il cuore dell’intesa tra il ministero dell’Ambiente e l’Unesco per avviare il nuovo programma ‘Unesco international environmental experts network‘ per le aree protette e i territori riconosciuti sul piano mondiale per gli elevati valori naturalistici.

In questo modo – viene spiegato – parte la prima ‘Rete internazionale di esperti ambientali’ a favore di siti patrimonio mondiale, ‘Intangible heritage’, riserve della biosfera e geoparchi Unesco, che sarà impegnata ad aiutare sul campo enti gestori e tecnici in azioni di conservazione, gestione, formazione ed educazione ambientale. “Coniugare la biodiversità e la cultura – ha affermato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – è fondamentale per tutelare la vita del Pianeta. Il nostro Paese ci crede e porterà questa iniziativa al prossimo G20, che presiederà nel 2021, come strumento operativo avviato nei territori di eccellenza selezionati dall’Unesco”.
Attualmente l’Unesco ha riconosciuto 252 siti patrimonio mondiale per criteri naturali in oltre 100 Paesi, 161 geoparchi in 44 Paesi, 714 riserve della biosfera in 129 Paesi – di cui 21 siti a carattere transfrontaliero, oltre a diversi elementi del cosiddetto patrimonio immateriale riconosciuti in aree protette e parchi nazionali, come il Cilento e l’isola di Pantelleria in Italia.

Le banche e miliardi contro la biodiversità

Nel 2019 le più grandi 50 banche a livello mondiale hanno fornito prestiti e sottoscrizioni per oltre 2.600 miliardi di dollari a settori economici (come alimentare, silvicoltura, minerario, combustibili fossili, infrastrutture, turismo, trasporti e logistica), che secondo scienziati e governi sono i principali motori della perdita di biodiversità; e per il rapporto ‘Bankrolling extinction’ di Portfolio Earth, le banche che hanno fornito la maggior parte dei finanziamenti sono state Bank of America, Citigroup, Jp Morgan Chase, Mizuho Financial, Wells Fargo, Bnp Paribas, Mitsubishi UFJ Financial, Hsbc, Smbc Group e Barclays.

Nessuna delle banche in questione – viene spiegato – ha messo in atto sistemi sufficienti per monitorare o misurare l’impatto dei propri prestiti sulla perdita di biodiversità.

In media, ciascuna delle 50 banche è stata collegata a finanziamenti con un rischio di perdita della biodiversità di 52 miliardi di dollari. Anche l’Italia ne fa parte, e con due banche (Intesa Sanpaolo e Unicredit) ha speso 56.222 milioni di dollari nel 2019 in investimenti che mettono a rischio la biodiversità.

Nuova strategia sulla biodiversità

La nuova strategia sulla biodiversità per il 2030 è un piano a lungo termine, globale, sistemico e ambizioso per salvaguardare la natura e invertire la tendenza al degrado degli ecosistemi. Costituisce uno dei pilastri del Green deal europeo e della leadership dell’Ue nel settore dell’azione internazionale a favore dei beni pubblici globali e degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

La strategia, che si propone di riportare la biodiversità europea sulla via della ripresa entro il 2030, definisce nuove modalità per attuare con maggior efficacia la normativa già in vigore, ma anche nuovi impegni, misure, obiettivi e meccanismi di governance.

Ecco alcuni degli aspetti principali.

Trasformare almeno il 30 % della superficie terrestre e dell’ambiente marino d’Europa in zone protette gestite in modo efficace. Lo scopo è fare leva sui siti Natura 2000 esistenti e integrarli con zone protette a livello nazionale, garantendo al contempo una protezione rigorosa delle aree particolarmente ricche di biodiversità e ad altissimo valore climatico.

Ripristinare in tutta l’Ue gli ecosistemi degradati che versano in condizioni precarie e ridurre le pressioni sulla biodiversità.

La strategia propone un piano Ue di ripristino della natura di ampia portata, che contempla le azioni seguenti: elaborare, previa valutazione d’impatto, una proposta relativa a un nuovo quadro giuridico per il ripristino della natura, con obiettivi vincolanti di ripristino degli ecosistemi danneggiati, compresi quelli più ricchi di carbonio; migliorare lo stato di conservazione o la tendenza alla conservazione per almeno il 30 % degli habitat e delle specie Ue il cui stato non è soddisfacente; recuperare almeno 25 000 km di fiumi a scorrimento libero; arrestare e invertire il declino degli uccelli e degli insetti presenti sui terreni agricoli, in particolare gli impollinatori; ridurre l’uso e i rischi dei pesticidi chimici in genere e ridurre del 50% l’uso dei pesticidi più pericolosi; adibire almeno il 25 % dei terreni agricoli all’agricoltura biologica e migliorare in modo significativo la diffusione delle pratiche agroecologiche; ridurre le perdite dei nutrienti contenuti nei fertilizzanti di almeno il 50% e l’uso di fertilizzanti di almeno il 20%; piantare almeno 3 miliardi di alberi, nel pieno rispetto dei principi ecologici, e proteggere le foreste primarie e antiche ancora esistenti; evitare le catture accessorie di specie protette, oppure ridurle a un livello che consenta il pieno recupero delle popolazioni e non ne pregiudichi lo stato di conservazione; creare le condizioni per un cambiamento profondo mettendo in moto un nuovo processo, finalizzato a migliorare la governance della biodiversità e garantire che gli Stati membri integrino nelle politiche nazionali gli impegni delineati nella strategia.

Un centro di conoscenze sulla biodiversità e un partenariato per la biodiversità sosterranno una migliore attuazione della ricerca e dell’innovazione in materia a livello europeo. La strategia mira a far sì che i regimi fiscali e i prezzi rispecchino in modo più accurato i veri costi ambientali, compreso il costo della perdita di biodiversità, e che la biodiversità sia realmente integrata nel processo decisionale pubblico e delle aziende.

Biodiversità e ripresa economica

Il Green deal europeo, di cui fa parte la strategia sulla biodiversità, rappresenta la strategia di crescita europea e darà impulso alla ripresa dopo la crisi, apportando benefici economici e rafforzando la nostra resilienza alle crisi future.

I tre settori economici principali sono agricoltura, edilizia, prodotti alimentari e bevande; che producono un volume d’affari di oltre 7mila miliardi di euro e sono tutti fortemente dipendenti dalla natura.

Dal canto suo Natura 2000, la rete dell’Ue di protezione naturalistica, genera benefici del valore di 200-300 miliardi di euro l’anno. Investire nella natura significa anche investire in posti di lavoro e opportunità imprenditoriali a livello locale, ad esempio nei settori del ripristino della natura, dell’agricoltura biologica e delle infrastrutture verdi e blu. Si prevede che il fabbisogno di investimenti della rete Natura 2000 creerà fino a 500mila nuovi posti di lavoro. L’agricoltura biologica offre il 10-20 % di posti di lavoro in più per ettaro rispetto alle aziende agricole tradizionali e le città verdi forniscono numerose opportunità di lavoro innovative, dal design alla pianificazione urbana fino all’agricoltura e alla botanica urbane. Il mancato intervento sulle questioni ambientali e climatiche avrebbe enormi costi sociali ed economici e le sue conseguenze sarebbero frequenti eventi meteorologici estremi e catastrofi naturali, oltre a una riduzione del Pil medio dell’Ue dell’ordine del 2% o più in alcune parti dell’Unione. Si stima che dal 1997 al 2011 i cambiamenti della copertura del suolo abbiano causato perdite pari a 3.500-18.500 miliardi all’anno in servizi ecosistemici a livello mondiale e che il degrado del suolo sia costato 5.500-10.500 miliardi all’anno.

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