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I decenni passati, con il rilievo dato alla tecnica e alla scienza, hanno spento ogni piacere visivo. (…) La tradizione del colore che si è sviluppata attraverso i secoli è stata sommersa dal concetto di “contegno”, che non è altro che opacità e incapacità d’impiegare nell’architettura lo strumento artistico più importante dopo la forma: il colore. (…) Noi sottoscritti sosteniamo l’architettura colorata. Non vogliamo più costruire e veder costruire case senza colore, e con questa nostra stringata dichiarazione vogliamo ridare all’architetto, all’urbanista, il gusto del colore all’interno e all’esterno delle case, perché anch’essi sostengano la nostra scelta (Bruno Taut, 1922)[1]. Il significato del colore nello spazio esterno Negli anni venti del novecento, l’architetto e urbanista Bruno Taut dava atto di una trasformazione ricorrente nelle principali città d’Europa che interessava i caratteri morfologici e identitari degli spazi urbani. La propensione degli architetti del tempo, infatti, consisteva nell’associare l’immagine delle città in cui erano chiamati a collocare il proprio segno progettuale a consolidate dinamiche relazionali e sociali[2]. La crescita di una salda borghesia commerciale, tra gli altri fattori, ha comportato il delinearsi di un gusto estetico “contenuto” che si discostava da quello “schietto” e non accademico delle popolazioni rurali, soprattutto in merito alle componenti formali dello spazio costruito e i relativi aspetti cromatici. La reazione principale fu pertanto quella di annullare ogni tentativo di colorazione dell’architettura come attributo spaziale e comunicativo, e si configurò nella scelta prevalente, a diverse scale, di tinte poco sature in sostituzione di tonalità più luminose e contrastate. In questo modo ha avuto luogo una modificazione rispetto a una cultura del colore che aveva tratto le proprie origini in principio dai greci, i quali ricoprivano templi e abitazioni più ricche con marmi colorati, e dalle molteplici influenze orientali, il cui linguaggio espressivo comprendeva l’uso di soluzioni policrome applicate su intere superfici interne o esterne. Il colore e la materia che circondano ogni individuo sono elementi complementari e imprescindibili che concorrono a definire le specificità dei luoghi in cui si abita, i quali rappresentano la base delle valutazioni qualitative che ciascuno compie nei confronti del contesto circostante, in quanto “ciò che più colpisce nell’esperienza visiva quotidiana è che essa si configura, a livello intuitivo, come un’esperienza prevalentemente cromatica. (…) Vedere è, in primo luogo, vedere i colori” (Tomàs Maldonado, 1995). L’uso del colore risultava meno complesso quando le realtà urbane erano contrassegnate da gerarchie proporzionali coerenti tra centro e periferia, ambienti costruiti e vuoti urbani, piazze e strade, in altri termini – secondo la teorizzazione di Cedric Price[3] – quando vi si poteva distinguere facilmente il nucleo storico di fondazione (denso e compatto, spesso protetto da perimetri difensivi) dalle rispettive aree di espansione. In passato vi era inoltre un rapporto più stretto fra città, territorio e colore: i materiali utilizzati erano per la maggior parte locali e contribuivano alla riconoscibilità delle città stesse. A oggi, gli ambienti urbanizzati risultano da articolati processi di frammentazione, in conseguenza dei quali le città appaiono sgrammaticate e caotiche, difficili da gestire con strategie di recupero e pianificazione ad ampia scala. Dato questo quadro iniziale, il colore può assumere un ruolo determinante come elemento ordinatore dello spazio, se messo in relazione con il significato attuale di spazio aperto, ovvero conforme alla sensibilità e al gusto contemporanei. Il colore come componente progettuale È possibile individuare casi studio in cui il ricorso al colore è risultato fondamentale per conferire un carattere identitario (sulla base di considerazioni desunte dalla storia dei luoghi), di appartenenza e peculiarità a molteplici aree di progetto, in particolare laddove vi era la necessità di elaborare nuovi approcci stilistici. Le così dette periferie, a esempio, poiché generalmente contrassegnate da una diffusa povertà percettiva, rappresentano un efficace luogo di sperimentazione quale opportunità per individuare inediti scenari urbani e condizionarne il vissuto. Un’equilibrata pianificazione del colore[4], non intesa solo come tutela delle cromie nei centri storici ma anche come visione strategica allargata, può rafforzare la connessione e il rapporto fra gli spazi, rendendo più espliciti il significato e la riconoscibilità di una funzione (a esempio, tramite l’“unificazione cromatica” di alcuni elementi di utilità urbana). Il colore rappresenta un mezzo rapido ed economico per contrastare il “grigiore” – nell’accezione teorizzata da Taut – inespressivo dell’ambiente urbano degradato, che ha aperto un confronto tra architetti e urbanisti in molteplici città europee. Nel 2015, iII-Studio, in collaborazione con Stéphane Ashpool, ha sperimentato la realizzazione di un campo da basket trasformando un vuoto urbano presente nel nono arrondissement di Parigi in una composizione di vernice, gomma, metallo e plexiglass. Il progetto, caratterizzato da una grafica rigorosa dai colori accesi, ha conseguito come obiettivo raggiunto la creazione di un ambiente fortemente identitario, che ha dato avvio a nuove dinamiche di aggregazione sociale all’interno di uno spazio di risulta precedentemente non utilizzato. La “Pigalle Duperré court”, realizzata in rue Duperré a Parigi, come esito di una sperimentazione attuata da iII-Studio in collaborazione con il fashion designer Stéphane Ashpool, fondatore del brand francese Pigalle. La riflessione che ha dato avvio al carattere geometrico degli elementi è definita da un riferimento alla poetica di Malevic e in particolare al suo quadro “Les Sportifs”. Il playground ha costituito un’opportunità di rinnovamento per il quartiere, come inedito luogo di aggregazione (foto di iII-Studio). Il campo da basket urbano “Pigalle Duperré court” in relazione agli edifici del contesto parigino. L’intervento si pone come elemento di dialogo tra la nuova realizzazione e il suo intorno storico. L’uso del colore definisce con chiarezza il perimetro dell’area che è stata oggetto di riqualificazione (foto di iII-Studio). Un ulteriore esempio relativo all’interpretazione delle corti urbane tramite l’uso del colore riguarda l’elaborazione del graphic landscape di un cortile berlinese in Stresemannstrasse, ideato dallo studio di architettura del paesaggio Topotek1 (nell’immagine di apertura). Il pattern geometrico proposto in questo contesto richiama la scansione dei prospetti degli edifici circostanti e si propone di connettere, secondo una gerarchia di segni sulla superficie orizzontale[v], gli accessi principali ai diversi fabbricati. All’interno del sistema grafico è possibile riconoscere accenni ai codici consolidati della segnaletica stradale (a esempio l’attraversamento pedonale) che viene reinterpretata nella geometria e nei caratteri cromatici. Il “graphic landscape” ideato da Topotek1, in Stresemannstrasse. La composizione delle geometrie, è fortemente gerarchizzata e contribuisce alla comprensione unitaria della corte urbana in cui il progetto è stato realizzato (foto di Topotek1). La scelta di intervenire sul livello zero, ovvero sul contesto urbano con il quale interagiamo maggiormente, rappresenta un tema progettuale fondante anche per la realizzazione del parcheggio di Flamingstrasse, pensato come playground-parking, ovvero come luogo in cui è resa possibile l’integrazione delle diverse funzioni gioco-posteggio-sosta. Il colore è utilizzato in primo luogo per smorzare l’atonalità dell’asfalto tramite l’uso di tinte complementari quali il blu e l’arancione e secondariamente per comporre una sovrapposizione articolata di linee e forme regolari, come ad indicare una scansione immateriale di spazi tridimensionali. Il disegno finale risulta da un rapporto gerarchico fra i tracciati che delimitano i posti auto, i segni dei percorsi per i pedoni e i layout geometrici che appartengono al sistema playground per i bambini. Il playground–parking progettato da Topotek1 a Berlino. I tracciati di colore, vivaci e complementari, suggeriscono la possibilità di svolgere diverse funzioni, appartenenti ai sistemi auto e gioco, che solitamente appaiono in conflitto dialettico. Con questo progetto si è dimostrata la possibilità di negare l’accezione negativa di frequente attribuita alle aree di sosta veicolare (foto di Topotek1). Gli esempi qui esposti concorrono a delineare un palinsesto di buone pratiche di progettazione degli spazi urbani, al fine di definire luoghi condivisi per la socialità con segni netti e artificiali, in linea con la complessità del nostro tempo. Il Parco Industriale di Mancasale: un’opportunità di innovazione per l’Area Nord di Reggio Emilia Le tipologie di città individuate da Price (in particolare quella post fordista, policentrica e indefinita che ha seguito le fasi antica e borghese), rappresentano dei riferimenti consolidati da poter confrontare con plurime realtà urbane attuali. L’indeterminatezza dei margini perimetrali e dei segni sequenziali di sviluppo può essere individuata, a esempio, nel quartiere industriale di Mancasale, situato nella così definita Area Nord di Reggio Emilia[6], il cui tessuto edificato non risulta in continuità con il centro urbano a causa di una forte cesura rappresentata dal rettilineo autostradale e, in parallelo, dall’asse ferroviario per l’alta velocità. A partire da questo segno sul paesaggio, il quartiere si sviluppa all’interno di un quadrilatero di strade, che conferiscono al comparto un’identità a sé stante, rispetto al palinsesto di episodi satelliti alla città storica. Il comune di Reggio Emilia nel 2016 ha messo in atto misure per il recupero dell’area, dal controllo videosorvegliato dei flussi veicolari, alla riorganizzazione della segnaletica stradale, finanche a operazioni altrettanto consistenti ma meno visibili quali l’installazione delle reti di fibra ottica. Si è deciso pertanto di accostare a questi interventi un segno architettonico – a scala urbanistica – chiaro e riconoscibile, teso a indicare l’inizio di una fase di rinnovamento qualitativo e identitario, per riattivare un nuovo scambio di significati tra gli utenti e la forma schematica, omologante e acromatica dell’intorno industriale. Il potenziamento dell’area, sacrificata da una solida ragione produttiva, ha portato alla caratterizzazione di un luogo simbolico, un “Parco Industriale”, come progetto pilota per promuovere la programmazione di futuri processi di rigenerazione con premesse analoghe. Si è stabilito di intervenire principalmente su via Filangieri, in quanto asse di scorrimento veicolare tra i ponti e la stazione Mediopadana progettati dall’architetto Santiago Calatrava, interpretata come una netta linea di demarcazione a sud di Mancasale. La necessità di definire, lungo questo tracciato, una componente di dialogo fra il sistema infrastrutturale e quello edilizio, ha portato alla realizzazione di una pista ciclo-pedonale, come ulteriore invariante gerarchica tra i diversi elementi del territorio, caratterizzata da un colore blu acceso, piatto, sintetico, pensato per stimolare il desiderio di innovazione e mettere in rapporto dialettico natura e artificio, città storica e città contemporanea, quali elementi della quotidianità che entrano comunemente in conflitto reciproco. Il percorso ciclo-pedonale di nuova realizzazione nell’area industriale di Mancasale. Il progetto architettonico è stato sviluppato da Sara Codarin come collaboratrice esterna per il Comune di Reggio Emilia, sotto la supervisione di David Zilioli (foto di Sara Codarin). L’uso della cromia, come mezzo per comunicare concetti di salvaguardia-recupero e riqualificazione-valorizzazione, è integrato alla componente temporale contraddistinta da una scansione di infografiche a terra, che riportano informazioni su direzione e tempi di percorrenza per raggiungere, rispettivamente, la stazione, il centro storico e il parcheggio per la lunga sosta dell’Ente Fiera, ideale punto di partenza del percorso. Un dettaglio della grafica a terra progettata per la ciclabile di Mancasale. L’effetto tridimensionale è dato dall’apposizione a fiamma sull’asfalto di moduli composti da materiale termoplastico (foto di Sara Codarin). Per rafforzare il livello di lettura – astratto, sospeso, transitorio – delle indicazioni posizionate sul piano orizzontale (realizzate in rilievo sull’asfalto con materiale termoplastico bianco), si è scelto di non fare ricorso a geometrie consuete della segnaletica stradale, bensì di proporre un format innovativo di wayfinding, sull’esempio, fra gli altri, della Bikeway di Lisbona[7] , progettata da P-06 Atelier, o di Les Berges de la Seine[8] , dello studio francese Azzi Architecture. Il colore del tracciato si è coniugato con l’elaborazione di totem segnaletici per migliorare l’accessibilità all’area, attribuendo a ciascun accesso una tinta specifica e una lettera identificativa, in modo da orientare i fruitori alla comprensione delle logiche di viabilità interne a Mancasale. Il presente caso studio ha rappresentato un apporto qualitativo, in uno spazio che in precedenza appariva indistinto, grazie alla progettazione di una nuova cromia urbana che ha permesso di definire un’inedita esperienza percettiva dell’Area Nord di Reggio Emilia. Annotazioni conclusive Accanto ad un approccio storico del colore nella città consolidata, l’uso della componente cromatica nei progetti di nuova realizzazione e nei processi di pianificazione urbana può rappresentare uno strumento di controllo efficace per gestire le complessità dei luoghi e per valorizzare le rispettive potenzialità espressive ed emozionali. In particolar modo questo metodo risulta adeguato quando è volto a stravolgere la monotonia del grigio che, come fosse un filtro monocromatico, avvolge città e periferie contemporanee. Occorre dunque che la cultura di progetto si rappropri del valore intellettuale del colore quale componente fondamentale ed educativa dell’intero processo, in quanto, come affermava lo scrittore Paul Scheerbart, più volte citato nelle opere di Bruno Taut, “chi sfugge il colore, nulla può vedere dell’universo”. Approfondimento realizzato in collaborazione con Architettura>Energia, centro ricerche del Dipartimento Architettura dell’Università degli Studi di Ferrara. ____________________________________________ [1] Taut B., “L’arcobaleno. Invito all’architettura colorata”, in “Frühlicht 1920-1922: gli anni dell’avanguardia architettonica in Germania”, Mezzabotta, 1974. [2] Lynch K., “The image of the city”, first edition, The MIT Press, Cambridge, 1960 [3] L’architetto inglese Cedric Price nel XXI secolo condensò in modo teorico l’evoluzione urbana in tre tipologie di uova: sode, in camicia e strapazzate (in quest’ordine cronologico). La città antica è rappresentata come un uovo sodo, racchiusa entro mura difensive e organizzata per livelli gerarchici concentrici ben definiti e riconoscibili. La città borghese, ovvero quella che ha avuto luogo in seguito agli sviluppi della rivoluzione industriale è associata all’uovo in camicia: il suo perimetro non è facilmente riconoscibile e si è deformato anche in conseguenza all’ampliamento delle reti infrastrutturali. La città post fordista è un uovo strapazzato, informe e policentrico. [4]Boeri C., Formaggini F., “La pianificazione urbana del colore”, in Lo scenario del colore, a cura di Valentina Vezzani, Aracne, Roma, 2009. [5] L’uso del colore può comprendere anche un aggregato di elementi, come l’arredo urbano, senza limitarsi ai soli piani ortogonali orizzontale e verticale, come è stato sperimentato dall’architetto Carlos Martinez, in collaborazione con Pipilotti Rist, nel progetto City Lounge a San Gallo. Si veda: https://www.carlosmartinez.ch/cms/?generator=stadtlounge (online: 11/05/2017). [6]La riqualificazione del quartiere industriale di Mancasale si innesta nelle politiche di sviluppo della città e delle sue imprese, programmate con il Piano d’azione dell’Area nord, che riguardano anche il Nodo intermodale Mediopadano, l’area Reggiane, il quartiere Santa Croce, il Campovolo, il completamento della Tangenziale nord, il Campus universitario San Lazzaro”. Per maggiori informazioni si veda: https://www.municipio.re.it/retecivica/urp/retecivi.nsf/DocumentID/4BE8A838214B9EABC1257FE200213576?Opendocument (online: 10/05/2017). [7] Per maggiori informazioni si veda: https://www.p-06-atelier.pt/2009/lisbon-bikeway–environmental/ (online: 11/05/2017). [8] Per maggiori informazioni si veda: https://www.franklinazzi.fr/ (online: 11/05/2017). Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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