Edilizia dopo il coronavirus: il piano già c’è, ed è un Manifesto

L’edilizia dopo l’emergenza coronavirus dovrà essere ripensata in maniera più sostenibile, circolare e le città più green. Lo indica il GBC Italia e lo spiega il presidente Giuliano Dall’O’

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Giuliano Dall’O’: Edilizia dopo il coronavirus: il piano già c’è, ed è un Manifesto

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L’emergenza coronavirus deve essere un’occasione di rinascita dell’edilizia, più green. Ma questa va ripensata in maniera più strutturale, più attenta al concetto di abitare sostenibile, che sappia ripensare le città in modo che siano più verdi, più “circolari”.

Giuliano Dall’O’ presidente di Green Building Council Italia (GBC Italia)«Uno degli elementi positivi che dobbiamo ricavare da questo momento è che siamo forzati a ragionare su un cambiamento; così quanto stiamo vivendo può essere una grandissima occasione per rinnovare in meglio gli edifici, le città, un’occasione non più rinviabile. Non abbiamo alternative». Giuliano Dall’O’, docente al Politecnico di Milano, esperto di fama mondiale in sostenibilità dell’ambiente costruito e presidente di Green Building Council Italia (GBC Italia), illustra la visione che c’è dietro al Manifesto Un ambiente costruito sostenibile per l’Italia del futuro” realizzato dalla stessa associazione per l’edilizia sostenibile.

È un piano programmatico, una serie di proposte strutturate, che va ad affrontare diverse aree tematiche, alcune delle quali indicate dal Nuovo Green Deal europeo per il clima e dal Piano d’azione per l’economia circolare della Commissione europea.

Edilizia sostenibile: come si struttura il Manifesto

Il piano per l’edilizia sostenibile, che intende attivare in modo concreto azioni per raggiungere il traguardo del 2030 con dei risultati, si articola in sette azioni del cambiamento: decarbonizzazione, economia circolare, efficienza idrica, uso del suolo e biodiversità, resilienza, benessere e salubrità, giustizia nella transizione.

Manifesto edilizia sostenibile GBC Italia

Indica anche strumenti per attuare il cambiamento: legislativi e normativi, finanziari, ricerca e sviluppo, digitalizzazione, informazione ed educazione.

Si completa con la individuazione di una governance del cambiamento, con la proposta di: rafforzare di una cabina di regia con il compito di coordinare le politiche interministeriali volte allo sviluppo sostenibile delle costruzioni, nella quale coinvolgere enti e associazioni non governative qualificate; integrare nei processi decisionali degli indicatori riconducibili agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu.

Prof. Dall’O, perché avete presentato il Manifesto in piena emergenza Covid-19?

«Avevamo fissato con anticipo con un evento in Senato una presentazione ufficiale, successiva al Green New Deal. Dopo che si è conclamata la pandemia e le conseguenti misure, ci siamo domandati se valesse la pena mantenere presentarlo. Ci siamo fermati come tutti nella primissima fase dell’emergenza, ma abbiamo anche ragionato sul fatto che quest’emergenza ci potesse insegnare qualcosa: siamo forzati a ragionare su un cambiamento. Non ci sono alternative. Il manifesto nasce come un’iniziativa dedicata al nostro Paese. È una proposta su cui ragionare e che guarda alla green economy».

Quale reazione c’è stata dopo la presentazione del Manifesto?

«Abbiamo ottenuto un grandissimo apprezzamento da parte dei soci e appartenenti alla filiera, che non è così scontato. GBC Italia è un’associazione senza scopo di lucro cui aderiscono imprese, associazioni e comunità professionali italiane operanti nel segmento dell’edilizia sostenibile, raggruppando molte voci. Ora intendiamo comunicarlo più diffusamente e spiegarlo: per questo lunedì 20 aprile (oggi – nda) organizziamo due webinar di presentazione del manifesto, cui parteciperà il direttore dell’European Regional Network del World GBC, James Drinkwater e Josefina Lindblom della Direzione Ambiente della Commissione Europea (primo appuntamento alle ore 11.30 e replica alle 17.30)».

A livello economico, servono strumenti dedicati per attuare il Manifesto?

«Quello che già oggi c’è potrebbe essere sufficiente. Secondo alcuni imprenditori con cui ho avuto modo di parlare, specializzati in interventi di ristrutturazione edile del patrimonio esistente, le agevolazioni attuali sono molto generose. Penso all’Ecobonus integrato al Sismabonus e alla cessione del credito, ma non solo. A mio parere non c’è quindi necessità di ulteriori sforzi in questo senso.

Tuttavia, occorre ragionare più in là del fattore economico, se vogliamo raggiungere gli obiettivi ambiziosi di un parco edilizio decarbonizzato al 2050, obiettivo ambizioso del Green New Deal. Servono interventi mirati sul territorio, coinvolgendo in questo il settore pubblico, oltre che privato. C’è da lavorare perché gli interventi si estendano in tutta Italia. Oggi invece l’avanzamento è a macchia di leopardo. E poi c’è dell’altro».

Che cosa in particolare?

«L’impostazione normativa e legislativa impegna chi costruisce o ristruttura a rispondere a requisiti precisi in termini di elevate prestazioni energetiche: noi spingiamo maggiormente non solo sull’efficienza energetica, ma anche sulla sostenibilità, sull’economia circolare.

Su quest’ultimo tema in particolare occorre ragionare in modo sistemico. Inoltre, è anche importante comunicare efficacemente l’importanza di questi temi e i risultati ottenuti. L’anno scorso, per esempio, avevamo presentato la mappa “Milano Green City”, in cui si erano individuati 250 edifici green certificati. Stavamo uscendo con l’edizione aggiornata, prima dell’emergenza Covid-19, che attesta una crescita significativa: a Milano siamo arrivati a 350 edifici».

“Passare da edifici a energia quasi zero a edifici a zero emissioni di CO2”. Lo indica il Manifesto. Cosa rappresenta in concreto questa evoluzione?

«È una definizione dell’edificio che prende in considerazione l’intero suo ciclo di vita, comprendendo così i materiali utilizzati e l’energia necessaria per realizzarli insieme al quantitativo energetico consumato nel tempo. È un approccio più organico, parte della visione più sistemica che si prefigge il Manifesto, che va oltre il pur necessario miglioramento delle prestazioni energetiche di un edificio.

Edilizia sostenibile su scala urbana

Un altro aspetto su cui ragionare in maniera più ampia è farlo su scala urbana. Se vogliamo arrivare all’obiettivo “zero emissioni” al 2050 non significa rendere tutti gli edifici a energia quasi zero, o ancora più efficienti, ma strutturare il territorio in modo da favorire compensazioni virtuose, passando da un concetto di edificio sostenibile a quello di abitare sostenibile. Quest’ultimo passa anche dal sistema dei trasporti, delle infrastrutture di servizio e di altro ancora. Serve quindi una visione ad ampio respiro, non solo dal punto di vista degli obiettivi, ma anche dal punto di vista dimensionale, tenendo conto della rigenerazione urbana, della riduzione del consumo di suolo».

Nelle città c’è bisogno di verde, lo sostiene anche il Manifesto. Ma di che tipo e sotto che forma vanno pensate le green city?

«Il verde va considerato come un vero e proprio sistema di infrastrutture, una sinergia tra ingegneria e botanica. Lo dico anche da esperto di green planning, in cui rientrano molti elementi: sono particolarmente sensibile al tema del verde in città.

Il green non deve essere solo come elemento di bellezza, pure importante, ma come punto di integrazione tra lo spazio antropizzato – tenendo conto che nel 2050 il 70% della popolazione vivrà in città – e quello naturale. Serve un piano del verde, pensato come uno strato che si sovrappone alla città e non in contrapposizione con quello che c’è anche al di fuori: la natura deve potere entrare nelle città senza incontrare barriere, occorre ricercare una nuova alleanza tra gli spazi urbani e gli ecosistemi naturali. Un punto contenuto nel Manifesto mette in luce la valorizzazione della biodiversità all’interno dello spazio urbano. È un elemento che va oltre l’edificio e che, ancora una volta, rientra nel concetto di abitare sostenibile. Prevedere infrastrutture per il verde, come pure per una mobilità dolce. Tutto ciò significa anche saper rinunciare ad alcune “comodità” per cambiare il nostro status quo ed elevare la qualità di vita comune.

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