La dissalazione per gestire l’emergenza idrica

Le tecnologie per la dissalazione e gli impianti per il trattamento delle acque possono avere un ruolo importante nella risposta alle sfide climatiche

La dissalazione per gestire l’emergenza idrica

Quella che abbiamo vissuto nell’estate 2022 è stata la peggiore siccità degli ultimi 500 anni. Secondo l’Osservatorio Globale sulla Siccità, lo scorso agosto il 47% dell’Europa era in condizioni allarmanti. I principali fiumi, come il Reno, Danubio e Po, avevano un livello così basso da diventare impossibili da navigare. I danni sono stati ingenti in agricoltura e allevamento, e purtroppo bisogna prendere atto del fatto che il fenomeno è destinato e consolidarsi. La carenza di acqua nel 2050 potrebbe essere un problema per 5 miliardi di persone in tutto il mondo.

L’acqua salata in risposta alla siccità

In realtà, in l’acqua sulla Terra non manca, il 70% del nostro suolo ne è ricoperto. Ma solo lo 0,4% è utilizzabile, in quando l’acqua dolce è il 3%, mentre l’1,6% è in ghiacciai e calotte polari. La sfida è quindi quella di avviare un processo per superare questa criticità in ottica di economia circolare.

La dissalazione e il riutilizzo di acque reflue possono essere una soluzione, come ha sottolineato Aqua Italia, l’Associazione Costruttori Trattamenti Acque Primarie facente parte di Anima Confindustria in occasione dei un recente convegno dal titolo “PNRR e gestione delle risorsa idrica” organizzato da Utilitalia.

Dissalazione, diffusa in tutto il mondo ma osteggiata in Italia

Trasformare l’acqua salata in risorsa idrica potrebbe essere una soluzione facilmente percorribile. Lo dimostrano i numeri relativi al tasso di diffusione della tecnologia, che cresce dell’8% ogni anni. Sono già 183 i Paesi che ne fanno uso, tra cui Medio Oriente, Israele, Cipro, Malta, Spagna. In Italia si contano più di 16.000 impianti funzionanti in grado di produrre 90 milioni di metri cubi di acqua dolce al giorno. Per il nostro Paese, esposto sul mare con ben 8.300 km di coste, la dissalazione potrebbe fare la differenza. Anche perché i costi per il funzionamento degli impianti, grazie alle tecnologie di ultima generazione, si sono abbassati e si attestano circa da 0,6 a 1,6 dollari/metro cubo, con consumi energetici ridotti grazie all’utilizzo di turbine.

L’impatto ambientale dello smaltimento dei residui è ridotto, come hanno dimostrato numerosi studi condotti anche in Italia (per esempio quella che l’ Università La Sapienza ha realizzato per Aqualatina sull’impatto degli scarichi del dissalatore Ventotene).

In Italia, però, la Legge Salvamare non promuove la dissalazione e, anzi, prevede un iter approvativo piuttosto complesso. Per questo motivo Aqua Italia sta promuovendo la rivisitazione di questa norma.


21 luglio 2021

La dissalazione in risposta alla mancanza d’acqua

Nel medio e lungo periodo la carenza di acqua diventerà una vera e propria emergenza climatica e sanitaria, anche in certe regioni italiane. La dissalazione può aiutare a risolvere il problema

Calano i costi per la realizzazione di impianti per la dissalazione dell’acqua e aumentano i vantaggi. La siccità è una fra le principali emergenze climatiche che già oggi stiamo affrontando ma che, nel medio periodo, rischia di diventare molto grave anche nel nostro paese, soprattutto nelle regioni del sud in cui è probabile che si verifichino situazioni di desertificazione.

Secondo i dati di Ispra infatti le risorse idriche in Italia nel lungo termine sono destinate a diminuire del 40% a livello nazionale e addirittura del 90% nelle regioni meridionali. Solo negli ultimi 50 anni abbiamo perso 5 miliardi di metri cubi d’acqua. I dati delle nazioni Unite parlano di 2 miliardi di persone che nel mondo patiscono la mancanza d’acqua. Una risorsa preziosa e necessaria anche per affrontare il cambiamento climatico.

Una delle soluzioni per affrontare la crescente siccità è la dissalazione, una tecnologia che sta evolvendo rapidamente e che permette di trasformare l’acqua marina o salmastra in acqua dolce. Tra gli impieghi più interessanti sicuramente l’approvvigionamento idrico nelle isole, spesso ancora oggi rifornite da navi cisterna, con alti costi sia economici (13-15 euro al metro cubo) che ambientali.

Al tema è stato di recente dedicato il convegno “Dal mare l’acqua per resistere al climate change. Le opportunità della dissalazione e il riutilizzo delle acque in Italia”, organizzato dall’azienda spagnola Acciona e Althesys. L’economista e ceo di  Althesys Alessandro Marangoni ha spiegato che il potenziale della dissalazione è enorme anche in Italia, considerando anche la diminuzione dei costi, il continuo miglioramento a livello tecnologico e la possibilità di sfruttare le energie rinnovabili.

Attualmente i costi variano dagli 0,6 e 1,6 dollari per metro cubo negli impianti normali, ma si arriva agli 0,50 dollari per metro cubo in quelli più performanti, “valore più che compatibile con le tariffe idriche di molte nazioni”.

Tra i nodi del processo di dissalazione vi sono i costi in termini ambientali per gli alti consumi energetici e lo smaltimento dei residui. A questo proposito il ricorso alle rinnovabili, principalmente fotovoltaico ed eolico,  è molto importante per garantire la sostenibilità del processo e la riduzione dei costi operativi. Nel dettaglio “Il 40% degli impianti usa il fotovoltaico, il 10% il solare termico, 20% l’eolico, mentre i rimanenti sono impianti ibridi che utilizzano più fonti”.

Attualmente in Italia sono presenti per lo più piccoli impianti nelle isole minori di Sicilia, Toscana e Lazio e la produzione di acqua dissalata è solo lo 0,1% del prelievo di acqua dolce. Per poter garantire lo sviluppo del settore andrebbe semplificata la burocrazia, snellendo i processi di permitting, considerando anche il percorso fissato dal PNRR.


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