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A cura di: Erika Bonelli Indice degli argomenti Toggle Dal potenziale tecnico alle filiere: cosa dicono i numeriDove nasce il gas rinnovabile: matrici e pesi relativiLa dimensione territoriale: cinque regioni “sotto la lente”Norme, incentivi e sostenibilità: cosa abilita davvero la crescitaDalla digestione anaerobica all’upgrading: qualità del gas e controllo delle emissioniLe priorità indicate da Legambiente: dal “dopo PNRR” alla domanda di mercatoFAQ BiometanoQuanto può incidere il biometano sul fabbisogno nazionale di gas?Quali sono le matrici più importanti per produrlo in Italia?Perché la gestione del digestato è determinante per l’impatto ambientale?Quali sono gli strumenti incentivanti?Dove si concentra il potenziale del biometano secondo Legambiente? Nell’ambito della transizione energetica italiana, il biometano si sta ritagliando uno spazio particolare: è una fonte rinnovabile “molecolare” che può sostituire quote di gas fossile in usi difficili da elettrificare rapidamente (processi industriali, trasporti pesanti, alcune reti di calore), valorizzando al contempo scarti e sottoprodotti di filiere agro-zootecniche e agroindustriali. È quanto emerge dal Rapporto nazionale Legambiente 2026, che collega il tema alla volatilità dei mercati energetici, alla riduzione della dipendenza dall’import e alla necessità di tagliare le emissioni climalteranti senza rinunciare alla sicurezza degli approvvigionamenti. Partiamo dal dire che nel 2024 la domanda italiana di gas è indicata in 61,8 miliardi di m³, con una copertura dall’estero pari al 95,2%. In questo contesto, produrre gas rinnovabile “a casa”, usando infrastrutture esistenti e risorse locali, diventa naturalmente un tassello utile della strategia complessiva di decarbonizzazione. Dal potenziale tecnico alle filiere: cosa dicono i numeri La parte più rilevante del documento è la stima del potenziale nazionale da matrice agricola di scarto, sviluppata con DAFNAE – Università di Padova e costruita su fonti dati (tra cui ISTAT, ISPRA, CRPA, IZSVe, ENEA) e rese specifiche con il supporto del CIB. Secondo Legambiente, il potenziale annuo associato agli scarti agricoli arriva a circa 5.698.507.341 m³ di biometano (a fronte di un biogas potenziale complessivo stimato in 10.181.663.885 m³). Il report propone anche una conversione indicativa in potenza equivalente, pari a circa 2.700 MW, e una possibile copertura intorno al 9% del fabbisogno nazionale attuale di metano (ordine di grandezza, legato alle ipotesi dello studio). Un aspetto che merita attenzione è la composizione delle matrici: la quota principale deriva dagli effluenti zootecnici (75%), seguiti da scarti di colture erbacee (20%), scarti agroindustriali (~5%) e sottoprodotti da macellazione (~1%). Dove nasce il gas rinnovabile: matrici e pesi relativi Di seguito una tabella sintetica (valori arrotondati) che rende immediata la “gerarchia” delle matrici e l’ordine di grandezza dei volumi, calcolati applicando le percentuali indicate da Legambiente al potenziale complessivo. Matrice (scarti/sottoprodotti) Quota sul potenziale Stima volume annuo (m³/anno) Nota tecnica Effluenti zootecnici ~75% ~4,27 miliardi Prima fonte; integra gestione reflui e recupero energetico Scarti colture erbacee ~20% ~1,14 miliardi Disponibilità da valutare caso per caso (bilanci agronomici e ambientali) Scarti trasformazione agroindustriale ~5% ~0,28 miliardi Valorizzazione di residui di filiera; logistica spesso determinante Sottoprodotti da macellazione ~1% ~0,06 miliardi Quota più ridotta; richiede gestione stringente delle matrici Fonte percentuali e potenziale complessivo: Rapporto Legambiente 2026 (elaborazione su dati di studio). La dimensione territoriale: cinque regioni “sotto la lente” Per tradurre il potenziale in scelte industriali e di pianificazione, il report propone analisi regionali (nell’ambito della campagna “Fattore Biometano”) su Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Puglia, Sicilia e Veneto, evidenziando come la specializzazione zootecnica o agricola influenzi il mix di matrici e quindi la “forma” del potenziale. Regione (focus Legambiente) Potenziale stimato (Nm³/anno) Composizione prevalente (indicazione dal report) Friuli-Venezia Giulia 147.640.775 Effluenti ~72% Lombardia 1.217.819.959 Effluenti ~83% Puglia 287.865.642 Effluenti ~50%, erbacei ~41% Sicilia 339.037.923 Effluenti ~56%, erbacei ~34% Veneto 881.539.926 Effluenti ~76% Fonte: Rapporto Legambiente 2026 Dai dati emerge che non esiste un modello unico. In aree ad alta densità zootecnica, la leva principale è la gestione degli effluenti; in contesti agricoli con forte presenza di residui erbacei, la questione diventa anche agronomica (fertilità, sostanza organica, pratiche di restituzione al suolo), oltre che logistica. Norme, incentivi e sostenibilità: cosa abilita davvero la crescita Se i numeri descrivono un potenziale, la realizzabilità dipende da regole, incentivi, autorizzazioni e accettabilità. Legambiente ricostruisce un quadro aggiornato “a gennaio 2026” che mette insieme PNRR, decreti e sistemi di certificazione della sostenibilità. Il report richiama il DM 15/09/2022 (sviluppo biometano nel perimetro PNRR), che combina una tariffa omnicomprensiva per 15 anni e un contributo in conto capitale fino al 40% tramite procedure competitive. In parallelo vengono citati riferimenti al recepimento RED II (D.Lgs 199/2021) con soglie di risparmio GHG richiamate dal report (65% trasporti e 80% altri usi) e un quadro di certificazione della sostenibilità nazionale aggiornato nel 2024, collegato al recepimento RED III tramite D.Lgs 9 gennaio 2026, n. 9. Dalla digestione anaerobica all’upgrading: qualità del gas e controllo delle emissioni Sul piano tecnico, Legambiente ripercorre la filiera: digestione anaerobica (con le sue fasi biochimiche) e upgrading per ottenere gas idoneo all’immissione in rete o all’uso come carburante, con rimozione di CO₂, H₂S e umidità. Ma la parte “sotto osservazione” è quella delle emissioni reali, incluse le perdite di metano, e la gestione del digestato: la sostenibilità non dipende solo dalla fonte rinnovabile, ma anche da come si gestiscono i flussi materiali.Il report sottolinea l’importanza del PUA (Piano di Utilizzo Agronomico) e di pratiche che riducano emissioni e odori, come l’iniezione/interramento del digestato invece dello spandimento superficiale. Le priorità indicate da Legambiente: dal “dopo PNRR” alla domanda di mercato Nelle 10 proposte finali, Legambiente insiste su alcuni snodi: continuità degli strumenti oltre la finestra PNRR, semplificazione autorizzativa senza abbassare i requisiti ambientali, investimenti nelle connessioni e nella capacità di utilizzo/assorbimento, oltre alla creazione di domanda nei segmenti dove il gas rinnovabile può avere un ruolo (hard-to-abate). In più, ritorna la centralità del modello “scarti e sottoprodotti al centro”, con tracciabilità e controlli per evitare distorsioni. FAQ Biometano Quanto può incidere il biometano sul fabbisogno nazionale di gas? Secondo il Rapporto Legambiente 2026, il potenziale annuo da scarti agricoli è nell’ordine di 5,7 miliardi di m³, che il documento collega a una copertura indicativa di circa 9% del fabbisogno nazionale di metano (dipende dalle ipotesi e dallo scenario considerato). Quali sono le matrici più importanti per produrlo in Italia? Il report indica come prima fonte gli effluenti zootecnici (circa 75% del potenziale), seguiti da scarti erbacei (20%) e residui agroindustriali (~5%). Perché la gestione del digestato è determinante per l’impatto ambientale? Perché incide su emissioni (anche odorigene) e sulla restituzione di nutrienti al suolo. Legambiente richiama il ruolo del PUA e pratiche che riducano le emissioni, come l’interramento/iniezione nel suolo. Quali sono gli strumenti incentivanti? Tra i principali, il DM 15/09/2022 in ambito PNRR (tariffa omnicomprensiva 15 anni + contributo fino al 40% tramite procedure competitive) e il quadro di sostenibilità/certificazione richiamato dal documento, con riferimenti al recepimento delle direttive europee sulle rinnovabili. Dove si concentra il potenziale del biometano secondo Legambiente? Nei focus regionali, la Lombardia e il Veneto emergono per volumi stimati elevati, legati soprattutto alla presenza zootecnica; in Puglia e Sicilia è più rilevante anche il contributo degli scarti erbacei. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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