APE, Attestato di Prestazione Energetica: cos’è, quando è obbligatorio, quanto costa e chi lo rilascia 24/09/2026
Comfort domestico e consumi: come scegliere soluzioni efficienti per caldo e freddo in casa 01/10/2026
Immagine generata con IA Indice degli argomenti Toggle La materia torna al centro dell’architettura e il calcestruzzo diventa “consapevole”I cementi geopolimerici e l’alternativa al clinker tradizionaleCaso di studio – La Facoltà di Ingegneria dell’Università della Danimarca Meridionale (SDU), OdenseDall’estrazione alla rigenerazionePassaporto dei Materiali: niente è lasciato al casoIl nuovo ruolo del legnoBio-based, tra sperimentalismo, recupero e nuove applicazioniCaso di studio – La bio-plastica di canapa nell’azienda agricola di BarcellonaAnche l’involucro edilizio cambia natura: da elemento passivo diventa infrastruttura energeticaCaso di studio – Facciata ventilata fotovoltaica ad alta integrazione BIPV sul waterfront di CopenaghenCaso di studio – Le infinite potenzialità dell’alluminioSmat window e involucri sempre più intelligenti: la sperimentazione nei laboratori del CNRInvolucri antibatterici: l’evoluzione della ceramicaLa natura in casa: negli interni il livello si alza con i materiali naturaliL’universo delle materie prime come ecosistema della progettazioneFAQ Materiali innovativi e sostenibiliCome sta cambiando il concetto di architettura sostenibile?Che cos’è il “carbonio incorporato” (embodied carbon)?Quali sono le novità per rendere il calcestruzzo più sostenibile?Che cosa sono i cementi geopolimerici e quali vantaggi offrono?Quali strumenti e certificazioni vengono usati per misurare l’impatto dei materiali? Per decenni il dibattito sull’architettura sostenibile si è concentrato su ciò che un edificio consuma. Oggi il baricentro si è spostato su ciò che un edificio è. Non basta più progettare involucri performanti o impianti ad alta efficienza: la vera sfida riguarda l’origine, la composizione e il destino dei materiali impiegati, in altre parole l’intero ciclo di vita di ogni componente. È un cambio di prospettiva destinato a trasformare profondamente il settore delle costruzioni. La neutralità climatica fissata dall’Unione Europea per il 2050, insieme alla progressiva diffusione di strumenti come il Life Cycle Assessment (LCA), le Environmental Product Declaration (EPD) e i protocolli di certificazione ambientale, sta imponendo una nuova cultura del progetto. Il carbonio incorporato (embodied carbon), cioè quello generato prima ancora che un edificio venga utilizzato, assume un peso essenziale nella valutazione complessiva della sostenibilità. Ecco perché è importante valutare bene la scelta dei materiali e calcolare in termini numerici il loro impatto sull’ambiente. La materia torna al centro dell’architettura e il calcestruzzo diventa “consapevole” Il caso del calcestruzzo è emblematico. Rimane il materiale più utilizzato al mondo e continuerà a esserlo ancora a lungo, ma la produzione del cemento Portland rappresenta una delle principali fonti industriali di emissioni di anidride carbonica. La ricerca non punta quindi alla sua sostituzione, quanto piuttosto alla sua evoluzione. I nuovi calcestruzzi low carbon nascono dalla riduzione del contenuto di clinker, sostituito con componenti minerali a minore impatto ambientale come argille calcinate, filler calcarei, loppe d’altoforno e ceneri volanti. Parallelamente stanno maturando tecnologie che utilizzano la CO₂ stessa come risorsa produttiva, mineralizzandola all’interno della matrice cementizia. Un processo che riduce le emissioni e, in alcuni casi, migliora anche le prestazioni meccaniche del conglomerato. L’innovazione coinvolge anche il legante per eccellenza. I cementi geopolimerici e l’alternativa al clinker tradizionale I cementi geopolimeri rappresentano una delle prospettive più promettenti grazie alla possibilità di eliminare quasi completamente il clinker, sostituendolo con matrici di natura alluminosilicatica. Altre formulazioni puntano su processi di produzione a temperature inferiori o su leganti innovativi che consentono una significativa riduzione delle emissioni. Sebbene la loro diffusione sia ancora limitata rispetto al cemento convenzionale, questi materiali stanno progressivamente uscendo dalla dimensione sperimentale per entrare nei grandi interventi infrastrutturali e nei progetti ad alta sostenibilità. Caso di studio – La Facoltà di Ingegneria dell’Università della Danimarca Meridionale (SDU), Odense Il progetto per la nuova Facoltà di Ingegneria dell’Università della Danimarca Meridionale ad Odense, firmato dallo studio C. F. Møller Architects, nasce da una profonda riflessione sulla materia e sulla memoria storica del luogo. Il campus originario, nato negli anni Settanta dal tratto di Krohn e Hartvig Rasmussen, si distingue per un’architettura strutturalista e brutalista, improntata sull’impiego espresso del calcestruzzo a vista e dell’acciaio Cor-ten. Inserirsi in questo contesto significava stabilire un dialogo tra epoche diverse, raccogliendo l’eredità della materia per reinterpretarla attraverso un linguaggio contemporaneo, capace di sfidare le percezioni tradizionali dell’architettura. photo Joergen True È proprio il calcestruzzo il vero protagonista di questo intervento, trasformato da elemento strutturale rigido e pesante a componente poetica e dinamica. L’intero complesso di ventimila metri quadrati racchiude cinque volumi interni uniti da passerelle e spazi condivisi, ma viene percepito all’esterno come un elegante involucro trasparente avvolto da un velo di cemento. Per realizzare questa schermatura leggera e apparentemente sospesa, gli architetti hanno impiegato un materiale di ultima generazione: il calcestruzzo fibrorinforzato ad altissime prestazioni CRC, ovvero Compact Reinforced Composite. Questo speciale calcestruzzo bianco ha permesso di modellare una facciata altamente tecnologica ed esteticamente raffinata. Oltre a rispondere ai rigorosi standard danesi di efficienza energetica ed ecosostenibilità, questa facciata assume un profondo valore simbolico. Ospitando istituti all’avanguardia impegnati nella ricerca sui materiali, la robotica e le tecnologie edili, l’edificio trasforma la sua stessa struttura in un manifesto dell’innovazione. La materia cementizia, svuotata dal proprio peso e lavorata come un pizzo di pietra, dimostra concretamente le nuove possibilità dell’ingegneria, rendendo il calcestruzzo l’emblema stesso del futuro della costruzione. – photo Joergen True Lo schermo di protezione solare è stato ideato combinando soltanto sette tipologie diverse di pannelli prefabbricati. Ciascun elemento è caratterizzato da traforature circolari i cui diametri e posizioni sono stati calibrati per ridurre l’irraggiamento solare diretto fino al cinquanta per cento. Photo Adam Moerk In questo modo, il calcestruzzo si comporta come una vera e propria pelle intelligente, in grado di proteggere gli ambienti interni dall’abbagliamento, regolare la ventilazione naturale e garantire al contempo un’ampia vista verso la natura circostante. Dall’estrazione alla rigenerazione Parallelamente cambia il concetto stesso di materia prima. Se il Novecento ha costruito sull’estrazione di nuove risorse, il XXI secolo sembra orientarsi verso la loro rigenerazione. Aggregati provenienti da demolizioni selettive, acciai recuperati, vetro riciclato, polimeri rigenerati e residui industriali rientrano nei processi produttivi secondo i principi dell’economia circolare. Non è soltanto una questione ambientale. È un diverso approccio progettuale, nel quale ogni edificio viene progressivamente concepito come una banca di materiali destinati a una futura seconda vita. Il concetto di “Design for Disassembly”, ovvero la progettazione orientata allo smontaggio e al riutilizzo delle componenti, inizia a trovare applicazione concreta, mentre il Passaporto dei Materiali si candida a diventare uno degli strumenti più significativi della futura edilizia circolare. Passaporto dei Materiali: niente è lasciato al caso Il Passaporto dei Materiali rappresenta la nuova frontiera dell’edilizia sostenibile e circolare. Questo strumento digitale funziona come una vera e propria carta d’identità delle componenti costruttive: raccoglie dati dettagliati su origine, composizione chimica, prestazioni tecniche e istruzioni per il riciclo di ogni elemento impiegato. Tracciando il ciclo di vita dei materiali dalla produzione fino alla demolizione, il passaporto trasforma gli edifici in futuri “giacimenti” di risorse riutilizzabili, riducendo drasticamente i rifiuti in discarica e allineando il settore delle costruzioni ai più stringenti standard della transizione ecologica europea. Il nuovo ruolo del legno Il Cross Laminated Timber (CLT) rappresenta probabilmente la trasformazione più evidente dell’ultimo decennio. L’innovazione non risiede soltanto nella tecnologia dei pannelli multistrato a fibre incrociate, ma nella possibilità di immaginare edifici multipiano completamente prefabbricati, con tempi di costruzione ridotti, maggiore precisione esecutiva e un’impronta ambientale significativamente inferiore rispetto ai sistemi tradizionali. La sua diffusione riflette una più ampia evoluzione culturale. Il legno non è più percepito come materiale alternativo, ma come componente strutturale ad alte prestazioni, capace di dialogare con acciaio e calcestruzzo in sistemi costruttivi ibridi sempre più sofisticati. Se proveniente da filiere certificate, continua inoltre a rappresentare uno dei pochi materiali in grado di immagazzinare carbonio atmosferico per l’intero ciclo di vita dell’edificio. Sara Cultural Centre Il Sara Cultural Centre di Skellefteå (studio svedese White Arkitekter) si erge come uno dei più ambiziosi esempi di architettura in legno massiccio su grande scala, ridefinendo le possibilità costruttive del Cross-Laminated Timber (CLT) nell’ambito dell’edilizia ad alta densità. La struttura si articola in una complessa composizione volumetrica che combina una piastra basale flessibile, destinata alle funzioni culturali pubbliche, con una torre verticale di venti piani occupata dall’hotel. L’intero impianto strutturale sfrutta le proprietà meccaniche e concettuali del CLT e del legno lamellare, riducendo al minimo l’impiego di calcestruzzo e acciaio e permettendo all’edificio di catturare più anidride carbonica di quanta ne consumi nel suo ciclo di vita. L’approccio tettonico mette in risalto il materiale naturale senza mediazioni o finiture coprenti. All’interno, le ampie campate del basamento integrano pilastri e travi in legno a vista, le cui venature e toni caldi definiscono la qualità acustica e percettiva degli spazi dedicati alla biblioteca, ai teatri e ai musei. La torre superiore è invece costituita da moduli abitativi prefabbricati in CLT, impilati con precisione millimetrica tra due vani ascensore anch’essi realizzati interamente in legno. Le grandi vetrate perimetrali schermano la struttura massiccia sottostante pur consentendo alla luce naturale di penetrare in profondità, creando un dialogo visivo costante tra la materia organica dell’edificio e il paesaggio nordico circostante. Bio-based, tra sperimentalismo, recupero e nuove applicazioni Accanto al CLT si consolida il mondo dei materiali bio-based, una categoria in continua espansione che comprende canapa, sughero, bambù, lino, fibre vegetali, paglia compressa e biocompositi di nuova generazione. Alcune soluzioni rimangono ancora sperimentali, altre sono ormai pienamente integrate nella pratica progettuale, soprattutto negli edifici a basso impatto ambientale. Il loro interesse va oltre la semplice origine naturale. Processi produttivi meno energivori, elevata riciclabilità, ridotto contenuto di carbonio incorporato e capacità di contribuire al comfort indoor rendono questi materiali sempre più competitivi rispetto ai prodotti convenzionali. Lo stesso vale per gli isolanti naturali, protagonisti di una riscoperta favorita anche dall’evoluzione climatica. Se in passato l’attenzione era rivolta quasi esclusivamente alla trasmittanza termica, oggi assumono importanza crescente parametri come lo sfasamento estivo, la regolazione dell’umidità e la qualità dell’aria interna. Fibra di legno, cellulosa riciclata, lana di pecora, canapa e sughero offrono prestazioni ormai consolidate, contribuendo non soltanto all’efficienza energetica ma anche al benessere abitativo. Un tema destinato ad acquisire ulteriore centralità nelle città mediterranee, dove il raffrescamento estivo rappresenta una delle principali criticità energetiche. Caso di studio – La bio-plastica di canapa nell’azienda agricola di Barcellona A Barcellona, l’architettura incontra la natura in un ciclo perfetto grazie al progetto di Margot Krasojević Architects per un’azienda agricola a impatto di carbonio negativo dedicata alla cannabis terapeutica. Immersa nel paesaggio catalano, la struttura non si limita a sfruttare il clima ideale per accompagnare le tre fasi di crescita della pianta, ma compie un passo oltre: si fa costruire dalla pianta stessa. Il progetto di Margot Krasojević Architects L’edificio si discosta, infatti, dai materiali edilizi tradizionali per abbracciare l’innovazione bio-based del hempcrete (calcestruzzo di canapa) e della bioplastica di canapa, trasformando la materia prima coltivata nei campi circostanti nel cuore strutturale e visivo dell’opera. Questo approccio circolare si spinge fino ai minimi dettagli, come nel caso delle lampade LED stampate in 3D a base di canapa, completamente biodegradabili e riciclabili. È la dimostrazione concreta di un’architettura viva e consapevole, dove il futuro dell’edilizia sostenibile germoglia direttamente dalla terra. Il telaio primario viene realizzato in hempcrete direttamente in cantiere. La canapa impiega circa 4 mesi per crescere sul posto prima di essere raccolta e lavorata. Oltre all’hempcrete, dalla pianta si ricava la plastica di canapa, un bioplastico biodegradabile e riciclabile. La plastica di canapa colorata con filtro può essere riutilizzata e modellata per il raccolto successivo. Rappresenta un’alternativa compostabile alle plastiche derivate dal petrolio: una volta riciclata, può nutrire le piante dell’azienda stessa. Inizia a biodegradarsi dopo 28 giorni e viene completamente riassorbita dall’ambiente nell’arco di 30 mesi. Margot Krasojević ha completato gli studi di architettura presso l’A.A. (Architectural Association) e l’U.C.L. (University College London). Dopo aver lavorato con lo studio Zaha Hadid Architects e aver diretto programmi di progettazione digitale e sostenibile presso la U.C.L., la University of Greenwich e la University of Washington, ha fondato il proprio studio di architettura. Il suo lavoro si concentra sull’integrazione delle questioni ambientali, delle energie rinnovabili e della sostenibilità nel processo di progettazione. Ha sviluppato un forte interesse per la ricerca sui materiali riciclati e biodegradabili a base di canapa per una serie di lampade LED, inserite nella biblioteca dei materiali di ricerca della Fisher Fine Arts Library (University of Pennsylvania) e presso la smart³ e.V. all’interno del Ministero Federale Tedesco dell’Istruzione e della Ricerca. Anche l’involucro edilizio cambia natura: da elemento passivo diventa infrastruttura energetica Le tecnologie BIPV (Building Integrated Photovoltaics) segnano uno dei punti di incontro più interessanti tra architettura e innovazione industriale. I moduli fotovoltaici non vengono più applicati all’edificio, ma ne diventano parte integrante, sostituendo rivestimenti, coperture, facciate ventilate e superfici trasparenti. L’evoluzione tecnologica ha ormai superato il limite estetico che ne aveva rallentato la diffusione. Progetto Powerhouse Brattørkaia di Snøhetta in Norvegia – Photo Ivar Kvaal/Snøhetta Colori, texture, moduli semitrasparenti e sistemi personalizzabili consentono oggi di integrare la produzione energetica nel linguaggio architettonico senza comprometterne la qualità compositiva. L’edificio assume così una duplice identità: spazio costruito e dispositivo energetico. Photo Ivar Kvaal/Snøhetta Adagiato lungo il fiordo di Trondheim, in Norvegia, a ben 63° a nord dell’equatore, il Powerhouse Brattørkaia si erge come un faro di sostenibilità e come l’edificio a energia positiva più a nord del mondo firmato Snøhetta. In un contesto climatico sfidante, caratterizzato da repentine variazioni stagionali e da un’alternanza estrema tra oscurità e luce, l’architettura si trasforma in una vera e propria centrale energetica pulita. Studio involucro solare del progetto Il vero cuore tecnologico e formale della struttura risiede nel suo straordinario involucro solare. La volumetria dell’edificio è modellata in modo sartoriale per inseguire la traiettoria del sole: la sua imponente copertura pentagonale, nettamente inclinata, e la sezione superiore della facciata dialogano perfettamente con la luce artica grazie a un rivestimento continuo di quasi 3.000 metri quadrati di pannelli fotovoltaici integrati. Questa pelle attiva cattura ogni singolo raggio disponibile, specialmente durante i lunghi mesi estivi baciati da quasi 24 ore di luce al giorno, trasformando la facciata e il tetto nei protagonisti indiscussi della produzione energetica. L’energia così catturata non serve solo a soddisfare i consumi interni, drasticamente ridotti grazie all’uso della massa termica del calcestruzzo, al recupero del calore e allo sfruttamento dell’acqua di mare per la climatizzazione. L’edificio utilizza un calcestruzzo a basso contenuto di carbonio, impiegato negli elementi strutturali e lasciato a vista nelle soffittature. Questo materiale riduce drasticamente le emissioni di CO₂ in fase di produzione. La sua elevata massa termica assorbe e rilascia calore in modo naturale, stabilizzando la temperatura interna dell’edificio e minimizzando l’uso di riscaldamento e raffreddamento meccanico. Il Powerhouse Brattørkaia produce mediamente ogni giorno più del doppio dell’elettricità di cui ha bisogno. Generando circa 500.000 kWh all’anno di energia rinnovabile, l’edificio condivide il proprio surplus con la città attraverso una microrete locale, alimentando le strutture adiacenti e i veicoli elettrici di terra e di mare. È la dimostrazione concreta di come un’architettura intelligente possa non solo azzerare il proprio impatto lungo l’intero ciclo di vita, ma persino donare nuova energia pulita alla comunità che la circonda. Caso di studio – Facciata ventilata fotovoltaica ad alta integrazione BIPV sul waterfront di Copenaghen Nel quartiere di Nordhavn, lungo il fronte marittimo di Copenaghen, l’involucro edilizio della nuova “Copenhagen International School” rappresenta un caso emblematico di integrazione tra architettura contemporanea e ingegneria delle fonti rinnovabili. Copenhagen International School – Photo Adam Moerk Progettato dallo studio C.F. Møller Architects, il complesso si sviluppa su un basamento comune sormontato da quattro torri indipendenti di altezza variabile. La struttura, dimensionata per una capienza complessiva di 1.200 studenti, integra le funzioni didattiche all’interno di un layout urbano compatto. Il cuore innovativo della “Copenhagen International School” è la sua incredibile facciata, rivestita da ben 12.000 pannelli solari. Ogni singolo pannello è stato inclinato con un’angolazione specifica per creare un suggestivo effetto dinamico e luccicante, simile a una superficie ricoperta di paillettes che cambia sfumatura a seconda della luce del giorno. – photo Adam Moerk L’elemento di maggiore rilievo tecnico è la facciata ventilata fotovoltaica ad alta integrazione (BIPV – Building-Integrated Photovoltaics). L’involucro esterno è rivestito da 12.000 moduli solari sagomati, distribuiti su una superficie captante totale di 6.048 mq. Ciascun cassetto fotovoltaico è installato con un’inclinazione sfalsata rispetto al piano verticale. Questa variazione geometrica non solo ottimizza l’angolo d’incidenza della radiazione solare durante l’arco della giornata, ma genera un effetto di rifrazione ottica variabile sulla superficie dell’edificio. Dal punto di vista delle prestazioni energetiche, l’impianto BIPV di facciata si configura come uno dei più estesi installati in Danimarca. Il sistema garantisce la produzione in loco di oltre il 50% del fabbisogno elettrico annuo dell’intero plesso scolastico. Per la combinazione tra innovazione formale e bilancio energetico positivo, l’opera è stata premiata con l’Iconic Award 2017 nella categoria “Architecture with distinctio”. Caso di studio – Le infinite potenzialità dell’alluminio All’ingresso della penisola di Greenwich a Londra, nei pressi dell’accesso al Blackwall Tunnel, il Greenwich Peninsula Low Carbon Energy Centre, completato nel 2016, si erge come un landmark scultoreo di 3.000 mq. Un’altra realizzazione dello studio danese C.F. Møller Architects, in collaborazione con lo sviluppatore Knight Dragon e l’artista britannico Conrad Shawcross, che stupisce per la sua commistione tra arte, ingegneria avanzata e sostenibilità. Greenwich Peninsula Low Carbon Energy Centre – photo Mark Hadden La struttura fa parte della strategia ambientale dell’area — che include migliaia di nuove abitazioni e uffici attorno all’arena The O2 — e ospita caldaie ad alta tecnologia e impianti CHP (cogenerazione di calore ed energia) destinati alla rete di teleriscaldamento, con un risparmio stimato di oltre 20.000 tonnellate di carbonio all’anno. A caratterizzare fortemente l’opera è la mastodontica torre di scarico alta 49 metri. I pannelli che rivestono la Greenwich Peninsula Low Carbon Energy Centre sono in alluminio leggero perforato. photo by Mark Hadden Il suo rivestimento esterno è stato concepito come un’imponente scultura architettonica basata su complessi studi ottici e di ingegneria: centinaia di pannelli metallici triangolari, composti soprattutto di alluminio, si piegano e fluiscono lungo le superfici della torre, formando complessi motivi geometrici. Questa trama di lamiere e moduli triangolari piegati spezza visivamente i piani complanari, creando una superficie irregolare e scultorea che gioca continuamente con la prospettiva, i punti di fuga e i riflessi della luce naturale. Smat window e involucri sempre più intelligenti: la sperimentazione nei laboratori del CNR L’efficienza energetica degli edifici è oggi una delle sfide centrali per la sostenibilità e la transizione ecologica, considerando che il settore edilizio è responsabile di circa il 40% dei consumi energetici globali. Una quota rilevante di questi consumi è causata dalla dispersione termica e dall’eccessivo surriscaldamento degli ambienti interni durante la stagione estiva, fattori che costringono a un uso massiccio dei sistemi di climatizzazione. Per rispondere a questa esigenza, l’architettura moderna sta trasformando l’involucro edilizio da semplice struttura passiva a un componente dinamico e intelligente, in grado di adattarsi alle condizioni climatiche esterne e di interagire attivamente con l’ambiente. In questo scenario, le cosiddette smart window o finestre intelligenti rappresentano una delle innovazioni più promettenti. A differenza delle tradizionali pellicole oscuranti fisse, questi sistemi complessi sono capaci di regolare in modo dinamico e controllato il flusso di luce e calore che attraversa la superficie vetrata. Attraverso l’uso di materiali nanostrutturati e dispositivi avanzati, la finestra intelligente consente di modulare selettivamente sia la radiazione infrarossa, responsabile del surriscaldamento degli interni, sia la luce visibile, fondamentale per l’illuminazione naturale e per garantire il comfort visivo degli occupanti. Si tratta di una tecnologia che permette di far passare la luce del sole schermando al contempo il calore nei mesi estivi, oppure di calibrare la luminosità per evitare sgradevoli fenomeni di abbagliamento. Il risultato è un duplice vantaggio: da un lato si garantisce un elevato comfort abitativo negli ambienti, dall’altro si ottiene un significativo risparmio energetico grazie al minore utilizzo di condizionatori d’aria e di illuminazione artificiale: “Quando parliamo di smart window, facciamo riferimento a una tecnologia integrata e multifunzionale. I singoli dispositivi che schermano selettivamente l’infrarosso e la luce visibile sono dispositivi elettrocromici. Quando questi ultimi vengono inseriti nel vetro di una finestra insieme al fotovoltaico integrato o a un dispositivo OLED, costituiscono la vera e propria smart window. In questo modo si combinano perfettamente tre funzionalità chiave: la schermatura controllata garantita dal dispositivo elettrocromico, la produzione di energia pulita da parte della cella solare — che rende il sistema self-powered, ossia capace di autoalimentarsi — e il lighting integrato fornito dall’OLED. Dal punto di vista dei materiali, per la modulazione e la schermatura selettiva della radiazione infrarossa si impiegano materiali avanzati come l’ossido di tungsteno (WO₃) e il biossido di titanio (TiO₂). Queste tecnologie permettono di passare da pellicole tradizionali e statiche a elementi dell’architettura in grado di modificare la propria percezione di luce e calore in base alle reali necessità dell’utente, ottimizzando il comfort interno e riducendo drasticamente l’impatto energetico degli edifici”, spiega Vincenzo Maiorano, Dirigente Tecnologo CNR – Istituto di Nanotecnologia, esperto di dispositivi optoelettronici per il risparmio energetico e la building integration. Involucri antibatterici: l’evoluzione della ceramica Nelle architetture contemporanee che disegnano lo skyline delle città, l’involucro esterno non è solo una barriera protettiva contro gli elementi, ma, talvolta, si trasforma in una pelle dinamica e reattiva. L’applicazione del gres porcellanato con proprietà antibatteriche e fotocatalitiche sulle facciate esterne rappresenta una delle frontiere più affascinanti della progettazione sostenibile. Guardando un edificio rivestito da queste lastre ceramiche di ultima generazione, l’occhio ne apprezza l’eleganza formale, il rigore visivo e la varietà di finiture che spaziano dai toni materiali della pietra naturale alle campiture del cemento urbano; eppure, l’impatto più profondo di questa scelta si gioca a livello microscopico. Esposto alla luce del sole e all’azione degli agenti atmosferici, il rivestimento esterno attiva un processo continuo di fotocatalisi. Il biossido di titanio incorporato nella matrice ceramica sfrutta l’energia dei raggi ultravioletti per decomporre le sostanze organiche, le particelle di inquinamento atmosferico e la carica batterica che normalmente si depositano sulle pareti verticali. I batteri e i microorganismi sospesi nell’aria urbana, a contatto con la superficie, vengono neutralizzati, impedendo la formazione di muffe, depositi scuri e patine biologiche che spesso degradano l’aspetto degli edifici nel tempo. Al contempo, l’idrofilia della superficie fa sì che la pioggia scivoli sul gres creando un velo uniforme che dilava le impurità già decomposte, trasformando la facciata in una struttura autopulente. In questo modo, il fabbricato non solo riduce drasticamente i costi e l’impatto ambientale legati alla manutenzione e ai lavaggi chimici periodici, ma contribuisce attivamente a purificare l’aria circostante, fungendo da vero e proprio polmone sintetico inserito nel tessuto urbano. Esempio di facciata antibatterica realizzate con linee di gres di Casalgrande Padana che presentano il trattamento Bios Self Cleaning. La natura in casa: negli interni il livello si alza con i materiali naturali Nell’architettura d’interni contemporanea, la pietra naturale ha riconquistato un ruolo da protagonista, evolvendosi da semplice finitura di lusso a vera e propria matrice espressiva degli spazi. Non si tratta più soltanto di rivestire superfici, ma di introdurre negli ambienti un frammento di storia della Terra, capace di dialogare organicamente con la luce e con gli altri elementi dell’abitare. La materia lapidea porta con sé una tridimensionalità unica: le venature del marmo, la rugosità tattile dell’ardesia o la porosità calorosa del travertino offrono una profondità visiva che nessun materiale sintetico riesce a replicare appieno. Progettare con la pietra significa accogliere l’imperfezione come valore estetico. In questo living è protagonista un blocco cucina di Bagnara, realizzato con la linea in quarzite Stella Alpina. La quartzite è una roccia formata da quarzo quasi puro, nata dalla trasformazione dell’arenaria porosa sottoposta ad elevate temperature e pressioni. Il risultato è un materiale denso, lucidabile e altamente resistente a intemperie, urti e usura, caratteristiche che lo rendono ideale per rivestimenti, pavimentazioni ed elementi architettonici interni ed esterni. L’universo delle materie prime come ecosistema della progettazione La direzione appare ormai definita. L’innovazione non consiste nell’individuare un materiale migliore degli altri, ma nel costruire un ecosistema nel quale ogni componente venga selezionato in funzione delle proprie prestazioni ambientali, strutturali ed economiche lungo l’intero ciclo di vita. È una trasformazione che modifica il ruolo stesso dell’architetto. La scelta dei materiali non rappresenta più una fase conclusiva del progetto, ma uno dei suoi atti fondativi. Progettare significa conoscere la provenienza delle risorse, valutarne l’impatto, immaginarne il riuso futuro e comprenderne il contributo alla qualità dello spazio costruito. La sostenibilità, in fondo, non è più soltanto una questione energetica. È diventata una questione di materia. Ed è proprio da qui che l’architettura contemporanea sembra voler ricominciare. FAQ Materiali innovativi e sostenibili Come sta cambiando il concetto di architettura sostenibile? Il focus dell’architettura sostenibile si è spostato da ciò che un edificio consuma (efficienza energetica e impianti) a ciò che un edificio è. La sfida attuale riguarda l’origine, la composizione, il destino dei materiali e il calcolo del loro ciclo di vita. Che cos’è il “carbonio incorporato” (embodied carbon)? Il carbonio incorporato rappresenta le emissioni di anidride carbonica generate durante le fasi di estrazione, produzione e trasporto dei materiali, prima ancora che l’edificio venga utilizzato. Ha un peso essenziale nella valutazione complessiva della sostenibilità ambientale. Quali sono le novità per rendere il calcestruzzo più sostenibile? I nuovi calcestruzzi low carbon riducono il contenuto di clinker sostituendolo con materiali a minore impatto (come argille calcinate, loppe d’altoforno o ceneri volanti) o utilizzano la CO2 mineralizzandola all’interno della matrice cementizia. Che cosa sono i cementi geopolimerici e quali vantaggi offrono? Sono leganti alternativi che permettono di eliminare quasi totalmente il clinker tradizionale, sostituendolo con matrici alluminosilicate. Consentono una drastica riduzione delle emissioni di CO2 ed elaborazioni a temperature inferiori. Quali strumenti e certificazioni vengono usati per misurare l’impatto dei materiali? Per valutare l’impatto ambientale dei materiali si utilizzano strumenti come l’analisi del ciclo di vita (Life Cycle Assessment – LCA), le dichiarazioni ambientali di prodotto (Environmental Product Declaration – EPD) e i protocolli di certificazione ambientale. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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