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A cura di: Tommaso Tetro Italia lontana dagli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile. E’ questo il cuore del nuovo rapporto realizzato dall’Asvis (l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile), che per la presentazione del documento si è anche vista conferita, per il suo valore, la Medaglia del presidente della Repubblica. Di fronte alla necessità di una reazione “urgente” e quindi di un “rapido” cambio di passo, suggerito dall’Asvis, anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco si trova d’accordo, parlando dell’importanza di avere “una transizione ordinata”, di come banche e imprese dovrebbero investire in energie rinnovabili affinché il processo di decarbonizzazione possa avere successo, e di come la crisi climatica sia uno dei fattori di rischio maggiori per l’economia. Secondo l’Asvis quindi “in Italia lo sviluppo sostenibile arretra, e solo un profondo cambiamento delle politiche pubbliche può invertire questa tendenza. Nei prossimi 12 mesi Onu e Unione europea assumeranno importanti decisioni, ma governo e Parlamento devono scegliere urgentemente quale posizione assumere”. Gli obiettivi delle Nazioni Unite, i Sustainable development goals (Sdgs) sono 17; e a metà del percorso verso l’attuazione dell’Agenda 2030 – viene spiegato – “l’Italia mostra forti ritardi e rischia di non rispettare gli impegni assunti nel 2015” a livello internazionale, tanto che il direttore scientifico dell’Asvis, ed ex ministro, Enrico Giovannini bacchetta un po’ tutti: “Il nostro Paese appare fuori linea. Non ci siamo proprio“, e citando Seneca fa presente come “nessun vento è favorevole per chi non sa in quale porto andare”. Per Giovannini – che tra i tanti temi mette in risalto come in Italia ci “siano 2 milioni di famiglie in povertà assoluta, una quota che, tra il 2015 e il 2021, è salita dal 6,1% al 7,5, e che continua ad allargarsi la disuguaglianza tra ricchi e poveri – “quello che è mancato è stato un impegno esplicito, marcato e coerente, da parte della società e delle forze politiche che si sono alternate alla guida del governo”. L’Italia – rispetto al 2010 – per 8 dei 17 obiettivi registra contenuti miglioramenti, per 6 la situazione è peggiorata, e per 3 è stabile. Mentre guardando “ai 33 target valutabili con indicatori quantitativi, solo per 8 si raggiungerà presumibilmente il valore fissato per il 2030, per 14 sarà molto difficile o impossibile raggiungerlo, per 9 si registrano andamenti contraddittori, per 2 la mancanza di dati impedisce di esprimere un giudizio”. Cosa fare per invertire la tendenza L’Asvis però avverte che, anche se i minuti sono contati, è ancora possibile fare qualcosa: “Solo un deciso e rapido cambio delle politiche pubbliche consentirebbe di recuperare il terreno perduto, ridurre le povertà e le disuguaglianze, migliorare la qualità dell’ambiente e accompagnare le imprese per cogliere i vantaggi della transizione ecologica e digitale”. Tra le azioni concrete che si potrebbero mettere in pratica, ce ne sono alcune per esempio menzionate dal governatore Visco che contemplano uno sguardo più ampio sulla transizione ecologica: “Per ridurre i costi economici e sociali è necessaria, sia a livello globale sia in ambito nazionale, una strategia con una chiara tabella di marcia che confermi la volontà di proseguire nella decarbonizzazione delle nostre economie, perseguendo quella che viene definita una ‘transizione ordinata’”. I punti essenziali del ragionamento di Visco si soffermano sia sull’abbattimento dei costi delle principali tecnologie necessarie alla transizione” (solare fotovoltaico, eolico, pompe di calore e batterie) – diminuiti, tra il 2010 e il 2022, di quasi l’80% – sia sulla necessità di ridurre l’impronta di CO2, esplorando tutte le tecnologie disponibili, spingendo sulle energie rinnovabili, oltre che la necessità di accompagnare le politiche energetiche (in particolare il Piano nazionale integrato energia e clima) con adeguati interventi industriali e fiscali. Questo perché – rileva ancora Visco – “un processo epocale come quello del progressivo abbandono delle fonti fossili deve essere governato e ne vanno valutate le conseguenze sui soggetti più vulnerabili”. La situazione suddivisa per le quattro macro-aree di riferimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile Per la dimensione ambientale dello sviluppo sostenibile – viene spiegato – “l’Italia registra il 42% di perdite dai sistemi idrici; solo il 21,7% delle aree terrestri e solo l’11,2% di quelle marine sono protette; lo stato ecologico delle acque superficiali è ‘buono’ o ‘superiore’ solo per il 43% dei fiumi e dei laghi; il degrado del suolo interessa il 17% del territorio nazionale; l’80,4% degli stock ittici è sovrasfruttato; le energie rinnovabili rappresentano solo il 19,2% del totale, quota che non consente di intraprendere il processo di netta riduzione delle emissioni su cui il Paese si è impegnato a livello Ue”. Nell’ambito della dimensione economica dello sviluppo sostenibile, l’Italia presenta “ancora alcuni segnali di crescita debole che hanno caratterizzato il decennio precedente; l’occupazione cresce, ma resta forte la componente di lavoro irregolare (3 milioni di unità); passi avanti sono stati compiuti per l’economia circolare (il consumo materiale pro-capite si è ridotto del 33% in 10 anni) ed è cresciuto il tasso di innovazione (+21% tra il 2010 e il 2018), ma molte imprese mostrano resistenze ad investire nella trasformazione digitale ed ecologica; il Paese necessita di forti investimenti, anche per rendere le infrastrutture più resilienti di fronte alla crisi climatica”. Per la dimensione istituzionale dello sviluppo sostenibile emerge che “nell’ultimo decennio sono drasticamente diminuiti omicidi volontari e criminalità predatoria, ma sono cresciuti alcuni reati contro la persona, come le violenze sessuali (+12,5%) e le estorsioni (+55,2%). Forte è l’aumento di tutti i reati informatici, quali truffe e frodi (+152,3% rispetto al 2012). Il sovraffollamento carcerario, ridottosi nel decennio 2010-2019, ha ripreso a salire nell’ultimo biennio”. Per quanto riguarda la dimensione sociale dello sviluppo sostenibile – racconta Giovannini – “si segnala che, tra il 2015 e il 2021, la quota di famiglie in condizione di povertà assoluta è salita dal 6,1% al 7,5% e riguarda quasi 2 milioni di famiglie, dove vivono 1,4 milioni di minori; continua ad allargarsi la disuguaglianza tra ricchi e poveri; la spesa pubblica per sanità e istruzione dell’Italia è nettamente inferiore a quella media europea; l’abbandono scolastico è pari all’11,5% (36,5% tra gli stranieri) e la disoccupazione giovanile è al 23,7%. Inoltre, 1,7 milioni di giovani non studiano e non lavorano”. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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