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Biometano, la produzione cresce ma il gap con il PNIEC resta ampio

Il Biomethane & Biofuels Report 2026 dell’Energy & Strategy della POLIMI School of Management fotografa un comparto in crescita ma ancora distante dagli obiettivi nazionali. Tra il 2025 e il 2030 la produzione italiana di biometano potrebbe salire fino a 3,8 miliardi di Smc/anno, eppure il divario con i target PNIEC resterebbe compreso tra 1,2 e 2,1 miliardi di metri cubi l’anno. A frenare il settore non sono solo gli incentivi, ma una filiera frammentata e nodi strutturali ancora irrisolti.

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Biometano, la produzione cresce ma il gap con il PNIEC resta ampio

Considerato uno dei vettori rinnovabili più maturi e già integrabile nelle infrastrutture gas esistenti, il biometano continua a non esprimere appieno il proprio potenziale. È il dato principale che emerge dal Biomethane & Biofuels Report 2026 dell’Energy & Strategy della POLIMI School of Management, presentato lo scorso 25 giugno 2026 a Milano. Insieme ai biocombustibili liquidi, il biometano è sempre più centrale nelle strategie di decarbonizzazione dei settori hard-to-abate, quei comparti — dai trasporti all’industria al residenziale — che non possono essere completamente elettrificati.

Le proiezioni al 2030: la crescita non basta a colmare il divario

Secondo lo studio, la produzione nazionale di biometano aumenterà in maniera significativa. Nello scenario di sviluppo accelerato si arriverebbe a 3,8 miliardi di standard metri cubi all’anno al 2030, contro gli 0,9 miliardi del 2025, con una crescita del +25% annuo; nello scenario conservativo, che proietta le dinamiche attuali, il dato si fermerebbe a 2,9 miliardi (+15% l’anno).
Il problema è che, in entrambi i casi, il traguardo fissato dal PNIEC al 2030 resta lontano: il gap oscilla tra 1,2 e 2,1 miliardi di Smc/anno a seconda delle ipotesi. Un segnale che gli strumenti normativi e incentivanti non sono ancora sufficienti. Le proiezioni al 2035 sono più favorevoli — 6,8 miliardi nello scenario ottimistico e 5,1 in quello conservativo — ma dipendono dalle misure di sostegno che verranno effettivamente varate.

Scenario 2025 2030 2035 Crescita annua
Accelerato 0,9 Mld Smc 3,8 Mld Smc 6,8 Mld Smc +25%
Conservativo 0,9 Mld Smc 2,9 Mld Smc 5,1 Mld Smc +15%
Gap vs PNIEC 2030 1,2–2,1 Mld Smc

Una filiera frammentata e i nodi da sciogliere

A pesare non è solo la differenza  di costo rispetto al metano fossile. Paolo Maccarrone, direttore scientifico del Report, individua diversi ostacoli strutturali: complessità autorizzativa, ridotta bancabilità dei progetti, frammentazione della produzione e scarsa integrazione di filiera. La produzione è distribuita tra centinaia di impianti di piccola scala con proprietà diverse, e mancano soggetti capaci di aggregare il mercato, favorire contratti di lungo periodo e gestire in modo integrato i segmenti della catena del valore. Una debolezza accentuata dai crescenti obblighi di tracciabilità e certificazione di sostenibilità imposti dalla normativa europea.

In Italia, a giugno 2026 si contano 176 impianti in esercizio (115 dei quali riconducibili al DM 2018), per una capacità di circa 115.000 Smc/h, poco più di 1 miliardo di Smc/anno. La distribuzione resta sbilanciata verso il Nord, secondo la logica di prossimità alle materie prime.

I biocombustibili liquidi: promettenti ma dipendenti dagli incentivi

Tra il 2019 e il 2024 il consumo italiano di biocombustibili liquidi si è mantenuto stabile tra 1,4 e 1,6 milioni di tonnellate — meno del 4% dei consumi del settore trasporti — con una contrazione del 9% nell’ultimo anno (da 1.647 a 1.496 kton). Cresce l’HVO (Hydrotreated Vegetable Oil), utilizzabile in purezza senza modifiche ai motori, mentre il FAME è destinato a una progressiva riduzione.

Maccarrone definisce i drop-in biofuels uno strumento promettente per i trasporti, ma sottolinea come la loro competitività dipenda ancora da incentivi e quadro regolatorio (RED III e pacchetto Fit for 55). Resta inoltre il tema dell’approvvigionamento delle materie prime, importate per il 53% da Indonesia e Malesia: sviluppare filiere nazionali diventa una priorità di sicurezza energetica. Gli scenari al 2030 indicano un consumo compreso tra 2,2 e 2,7 milioni di tonnellate, trainato soprattutto dall’HVO.

FAQ biometano e biocombustibili liquidi

Quanto biometano produrrà l’Italia entro il 2030?

Secondo il Biomethane & Biofuels Report 2026 del Politecnico di Milano, la produzione nazionale è attesa tra 2,9 miliardi di Smc/anno nello scenario conservativo e 3,8 miliardi in quello accelerato, a fronte di 0,9 miliardi nel 2025. In entrambi i casi, però, il traguardo fissato dal PNIEC resta lontano.

Perché il biometano non raggiunge gli obiettivi del PNIEC?

Il divario rispetto ai target PNIEC al 2030 è compreso tra 1,2 e 2,1 miliardi di Smc/anno. A frenare il comparto non è solo il differenziale di costo rispetto al metano fossile, ma una serie di nodi strutturali: complessità autorizzativa, ridotta bancabilità dei progetti, produzione frammentata e scarsa integrazione di filiera.

Quanti impianti di biometano ci sono in Italia?

A giugno 2026 risultano in esercizio 176 impianti, di cui 115 riconducibili al DM 2018, per una capacità produttiva di circa 115.000 Smc/h, poco più di 1 miliardo di Smc/anno. La distribuzione è sbilanciata verso il Nord Italia, secondo una logica di prossimità alle materie prime.

Qual è la differenza tra HVO e FAME?

L’HVO (Hydrotreated Vegetable Oil) può essere utilizzato in purezza senza modifiche ai motori a combustione interna, mentre il FAME (Fatty Acid Methyl Esters) è impiegabile solo in miscela con il diesel tradizionale e in percentuali limitate. Per questo l’HVO è in crescita e il FAME è destinato a una progressiva riduzione.

Da dove arrivano le materie prime dei biocombustibili liquidi in Italia?

Le materie prime sono importate in larga parte dall’estero, con il 53% proveniente da Indonesia e Malesia. Per questo lo sviluppo di filiere nazionali è indicato dal Report come una priorità in chiave di sicurezza energetica.

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