Bomba d’acqua o nubifragio? Effetto dei cambiamenti climatici

Palermo e Milano sono balzate alla cronaca per le recenti, disastrose, alluvioni. Analizziamo, con l’ausilio di autorevoli studi scientifici, cos’è una bomba d’acqua e come ha origine, l’etimologia della parola, le sue cause e le relazioni coi cambiamenti climatici in atto. Vediamo infine le strategie politiche messe in campo

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Bomba d’acqua o nubifragio? Effetto dei cambiamenti climatici
Bomba d’acqua a Milano, 24 luglio 2020 (fonte: Ansa)

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Negli ultimi giorni a Palermo e Milano si sono abbattute violente precipitazioni atmosferiche che hanno prodotto notevoli disagi alla popolazione e devastanti danni alle città. Negli ultimi anni, siamo ormai abituati a simili eventi naturali – tempeste, alluvioni, nubifragi, bombe d’acqua – che, per intensità e imminenza colpiscono le i nostri territori, lasciando dietro di sé, vittime e rovine.

Cerchiamo di far chiarezza
con l’ausilio di studi scientifici ufficiali, su una serie di punti poco definiti. È corretto, dal punto di vista meteorologico, il termine “bomba d’acqua”? e come ha origine? quali sono le cause che negli ultimi tempi hanno reso questi devastanti fenomeni, così frequenti? Cosa si sta facendo in Europa e nel Mondo per arginare il problema? Le misure intraprese sono sufficienti o si potrebbe agire con maggior efficacia?

Bomba d’acqua, cloudburst, nubifragio

Il termine “bomba d’acqua” è ormai entrato nel linguaggio comune ma, ha un effettivo riscontro scientifico? Un’autorevole ricerca, pubblicata nel 2017 (Harris, Lanfranco), analizza e mette in relazione tutta la letteratura metereologica esistente sull’argomento, dal 1800 ad oggi, mettendo a confronto testate giornalistiche e scienza.

La parola corrispondente in lingua inglese e utilizzata da oltre due secoli, nel campo della meteorologia, per indicare questi fenomeni temporaleschi improvvisi e devastanti è “cloudburst”, letteralmente scoppio o esplosione di nuvola. “Il termine “cloudburst” ha una lunga storia nella letteratura meteorologica, risalente al diciannovesimo secolo”.

La parola dà un’idea immediata della portata eccezionale e imprevista del fenomeno atmosferico. Il termine “cloudburst” è comunemente usato per designare un diluvio torrenziale di pioggia che, per la sua imprevedibilità e l’elevata intensità, suggerisce lo scoppio e lo scarico di un’intera nuvola contemporaneamente. Di conseguenza, la traduzione italiana più appropriata si rivela nel vocabolo “nubifragio”.

Cos'è e come si forma una bomba d'acqua

Ma torniamo al termine “bomba d’acqua”. Gli autori dello studio hanno indagato la genesi di questa parola e scoperto che la sua origine è molto recente. È un neologismo coniato in campo giornalistico come termine sensazionalistico e d’effetto per catturare l’attenzione del lettore e indicare eventi di pioggia da pesanti a violenti che implicano acquazzoni che incidono su una piccola area, hanno un esordio improvviso e violenta intensità, con straripamenti di fiumi, frane e danni devastanti.

Se guardiamo alla tradizionale classificazione delle precipitazioni in base all’intensità:

  • meno di 1mm/hr = “pioviggine”
  • 1-2 mm/hr = “pioggia debole”
  • 2-6 mm/hr = “pioggia moderata”
  • 6-10 mm/hr = “pioggia forte”
  • 10-30 mm/hr = “rovescio”
  • oltre 30mm/hr = “nubifragio”

e pensiamo che negli ultimi anni eventi di piogge eccezionali con rovesci fino a 100mm/hr sono ormai piuttosto frequenti molti esperti sono ormai concordi nell’affermare che il termine bomba d’acqua dovrebbe essere inserito a tutti gli effetti nel linguaggio specialistico della materia.

In aumento gli eventi climatici estremi nelle città

Da uno studio condotto da Coldiretti sui dati dell’European Severe Weather Database (Eswd), emerge un aumento del 31% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Dall’inizio dell’anno ad oggi, infatti, lungo la Penisola si sono verificati 71 nubifragi con precipitazioni violente e bombe d’acqua.

Siamo di fronte – sottolinea la Coldiretti – alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici anche in Italia dove l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai la norma, con una tendenza alla tropicalizzazione che si manifesta con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi ed intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo, che compromettono anche le coltivazioni nei campi con costi per oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne”.

Le città sono l’habitat antropico più a rischio per gli effetti dei cambiamenti climatici: è qui infatti che si concentra sia la maggior quantità di inquinamento (aria, acqua suolo), e che vive la maggioranza delle persone. Piogge torrenziali, nubifragi, bombe d’acqua, trombe d’aria ed ondate di calore, negli ultimi anni si ripetono con sempre maggior frequenza e intensità.

Legambiente nel suo Dossier (Il clima è già cambiato) analizza gli eventi disastrosi dell’ultimo decennio, classificandoli secondo le principali città italiane.

Legambiente: eventi disastrosi nelle città italiane

Guida la classifica Roma dove, dal 2010 ad Ottobre 2019, si sono verificati 33 eventi di cui oltre la metà, 19, hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Altro caso importante è quello di Milano, con 25 eventi totali, dove sono state almeno 18 le esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro negli ultimi 9 anni.

Seguono Genova, Napoli e Palermo che, tra gravi alluvioni, frane e danni pesanti alle infrastrutture, conservano nella memoria tracce indelebili di tragedie nazionali.

Cambiamenti climatici e surriscaldamento globale

Uno studio di gruppo di ricercatori specializzati in cambiamenti climatici (Human Influence on Winter Precipitation Trends (1921–2015) over North America and Eurasia Revealed by Dynamical Adjustment), ha messo nettamente in evidenza come ci sia una forte correlazione tra riscaldamento globale e aumento delle precipitazioni atmosferiche.

L’analisi utilizza i dati sulle precipitazioni del Global Precipitation Climatology Center (GPCC), derivato da dati mensili di stazioni metereologiche a controllo di qualità. Le informazioni climatiche sulle tendenze piovose – mensili ed annuali – utilizzate ai fini di ricerca, sono relative al periodo di studio 1921-2015. Sono state prese in considerazione le precipitazioni invernali (novembre-marzo) nel periodo a lungo termine (95 anni) sul Nord America e sull’Eurasia.

Correlazione tra precipitazioni e riscaldamento globale

Gli autori dello studio hanno rivelato come ogni grado di temperatura in più cagiona, a livello planetario, un corrispondente aumento delle precipitazioni atmosferiche nell’ordine dell’ 1-2% (a causa della maggiore evaporazione degli oceani). Questo trend però, non è affatto uniforme: ci sono regioni del mondo che vedono una maggiore concentrazione di piogge, a scapito di altre che ne subiscono una forte
diminuzione.

Da ciò hanno origine fenomeni devastanti come nubifragi o “bombe d’acqua”, tifoni, tempeste, uragani o, all’opposto, siccità, incendi e desertificazione.

Collegamento surriscaldamento e precipitazioni

Nel 2015 i governi hanno appoggiato l’accordo di Parigi per rafforzare la risposta mondiale ai cambiamenti climatici con il contenimento dell’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C, rispetto ai livelli preindustriali, e perseguendo impegni per limitare questo innalzamento a 1,5°C.

L’Italia dei cambiamenti climatici

Anche in Italia la situazione non è rassicurante. Negli ultimi anni il numero e l’intensità di questi eventi disastrosi è in costante impennata e le città italiane sono perlopiù impreparate a gestire l’entità di questi fenomeni.

È questo il quadro che emerge da uno studio pubblicato su Geophysical Research Letters del Politecnico di Torino, condotto da tre esperti di idrologia: Pierluigi Claps, Daniele Ganora e Andrea Libertino del Dipartimento di Ingegneria per l’Ambiente, il Territorio e le Infrastrutture del Politecnico di Torino.

La complessità orografica e geografica dell’Italia non consente di concludere che vi sia in atto un aumento complessivo dell’intensità dei nubifragi nel nostro paese – spiega Andrea Libertino – Le analisi mettono piuttosto in luce specifiche condizioni locali, con aree dove l’aumento è statisticamente rilevante (triangoli rossi) ed altre dove è invece evidente il contrario. Quanto all’aumento della frequenza con cui si manifestano gli eventi, dare una risposta è difficile ed i risultati non consentono ancora conclusioni significative”.

Analisi pluviometri in Italia
I pluviometri mostrano un trend significativo con un livello di significatività del 5% per le durate (a) 1-, (b) 3-, (c) 6-, (d) 12- ed (e) 24 ore

La ricerca non ha precedenti in Italia, è basata su dati che coprono un’area temporale: piogge torrenziali registrate in intervalli da 1 ora a 24 ore, costituita da circa 5000 stazioni che hanno funzionato nell’arco di un secolo, a partire dal 1915. È risultato come in alcune regioni i fenomeni temporaleschi brevi ed intensi, come i nubifragi, siano in netto aumento a discapito di altre aree. Ciò soprattutto nell’ultimo decennio: è evidente un legame indissolubile con il riscaldamento globale.

L’Italia risulta un paese di per sé vulnerabile ad alluvioni e frane, ma la ricerca evidenzia che, indipendentemente dalla fragilità del territorio, è proprio il clima a mostrare una intensificazione dei suoi fenomeni estremi nel Nord-Est, in Liguria ed in altre aree del centro e del sud del paese” spiegano gli esperti.

È chiaro come l’aumento medio della temperatura, dovuto al surriscaldamento globale, sia in diretta relazione con la maggiore frequenza di eventi alluvionali disastrosi. In Italia i dati rilevati dalla Fondazione Osservatorio Meteorologico Milano Duomo mostrano come la differenza delle temperature medie tra i periodi 2001-2018 e 1971-2000, in alcune grandi città sia significativa ed allarmante. La tendenza è confermata anche dai dati ISTAT (rapporto Legambiente “Il clima è già cambiato”).

Temperatura nelle grandi città italiane dal 2001 al 2018

Le città hanno in comune un triste primato: la presenza di superfici impermeabilizzate (asfalto cemento) che assorbono molta più radiazione solare rispetto al suolo e agli alberi, scaldandosi quindi di più. È il cosiddetto fenomeno delle “isole di calore” urbane, che comporta fino a 4 °C in più rispetto alle aree periferiche e rurali che circondano la città.

La fragilità dello Stivale: il dissesto idrogeologico in Italia

Il territorio italiano è caratterizzato da forte fragilità dal punto di vista sismico e idrogeologico. Se a questi caratteri fisiologici, aggiungiamo gli effetti dell’urbanizzazione selvaggia e l’abusivismo edilizio, ci si rende presto conto della portata vastissima del problema.

Secondo il Rapporto ISPRA circa 7.275 comuni (91% del totale) sono a rischio per frane e/o alluvioni; il 16,6% del territorio nazionale è a maggiore pericolosità; 1,28 milioni di abitanti sono a rischio frane e oltre 6 milioni di abitanti a rischio alluvioni.

Il rischio idrogeologico in Italia

Per mitigare gli effetti di rischio le politiche nazionali degli anni, oltre a prendere coscienza del problema predisponendo una mappatura specifica del territorio, si sono indirizzate su una serie di misure economiche volte ad incentivare quegli interventi di recupero, ripristino, ristrutturazione e messa in sicurezza del patrimonio immobiliare più vulnerabile. Vanno in questa direzione gli incentivi fiscali sottoforma di sismabonus e bonus casa.

La risposta europea: il Green Deal

L’Europa ha dichiarato guerra ai cambiamenti climatici. Da diversi anni ha infatti messo in atto una serie di politiche volte a diminuire le emissioni di gas serra con l’intenzione di contenere il surriscaldamento globale entro un limite di 1,5 °C. Perché, come afferma l’ultimo rapporto IPCC esiste l’urgenza di contenere l’aumento della temperatura media globale entro +1,5 °C rispetto all’era preindustriale. Ma, per riuscirci, occorre dimezzare le emissioni globali di CO2 entro il 2030, e azzerarle entro il 2050.

Il Green Deal europeo va in questa direzione: è un insieme di iniziative politiche della Commissione europea con l’obiettivo generale di rendere l’Europa a impatto ambientale zero entro il 2050. Il piano comprende tutti i settori dell’economia, dagli appalti pubblici verdi, alle energie rinnovabili, all’efficientamento energetico del patrimonio edilizio, alla mobilità sostenibile e all’industria, guidato dai concetti di
sostenibilità, economia circolare, riuso e riciclo.

Il piano del Green Deal in Europa

L’Italia, con il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima 2030 condivide l’orientamento della Comunità europea teso a rafforzare l’impegno per la decarbonizzazione dell’economia e intende promuovere un Green New Deal, inteso come un patto verde con le imprese e i cittadini, che consideri l’ambiente come motore economico del Paese.

Un percorso strategico condiviso e consolidato che tiene in considerazione aspetti di sostenibilità economica e sociale, nonché di compatibilità con altri obiettivi di tutela ambientale.


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