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A cura di: Andrea Ballocchi Indice degli argomenti: Finanza e combustibili fossili: dalla COP26 agli investimenti nemici del clima Il sostegno a petrolio, gas e carbone non si è mai interrotto Il legame tra finanza e combustibili fossili è duro a morire. Malgrado i proclami, malgrado la volontà più volte annunciata di centrare gli obiettivi di decarbonizzazione, le società attive nella gestione di risparmi e investimenti (banche, assicurazioni, asset manager), continuano a investire e sostenere il comparto di produzione e sviluppo riguardante petrolio, gas e carbone. Diversi prestigiosi attori della finanza privata mondiale hanno dichiarato di stare facendo la propria parte nell’affrontare la crisi climatica, aderendo alla Glasgow Financial Alliance for Net-Zero (GFANZ). Ciò comporta il rispetto degli obiettivi e dei criteri e l’impegno “net zero” entro il 2050, ma anche a raggiungere l’obiettivo di 1,5°C e ad agire immediatamente per dimezzare le emissioni entro il 2030. Gli esponenti di vertice del GFANZ hanno rilasciato una dichiarazione ad agosto 2022, accogliendo con favore i nuovi criteri Race to Zero e sottolineando che le politiche di sviluppo riguardanti il carbone non sono compatibili con la vocazione a essere emissioni zero. L’ONU stessa ha invitato i finanziatori a porre fine al loro sostegno all’espansione dei combustibili fossili. La realtà, però, sembra essere tutt’altra a giudicare da quanto riportato nel report “Throwing fuel on the fire” (letteralmente “gettare benzina sul fuoco”) realizzato dal gruppo ambientalista Reclaim Finance, specializzato nei temi di finanza e clima. Secondo quanto si legge, gli attori componenti la GFANZ “continuano a versare centinaia di miliardi di dollari nell’espansione delle industrie del carbone, del petrolio e del gas fossile”. E ha messo in chiaro, dati alla mano, le operazioni che vedono coinvolte svariati protagonisti del mondo finanziario. Finanza e combustibili fossili: dalla COP26 agli investimenti nemici del clima Reclaim Finance ha analizzato i finanziamenti e gli investimenti degli espansionisti di 161 membri delle più importanti alleanze settoriali della GFANZ. Ha riscontrato che, da quando sono entrati a far parte della Glasgow Financial Alliance for Net Zero, essi hanno finanziato almeno 211 dei maggiori espansori mondiali di estrazione, trasporto ed energia del carbone e di produzione e trasporto di petrolio e gas. Le alleanze settoriali alla base dell’alleanza di Glasgow, nata durante la COP26 non riescono ad affrontare adeguatamente il tema dell’espansione dei combustibili fossili e, anche quando le singole alleanze hanno espresso posizioni contro l’espansione delle attività petrolifere, del gas e del carbone, non sono state in grado di garantire che i loro membri incorporassero queste posizioni nelle loro politiche. Di questi, solo nove hanno adottato politiche concrete per porre fine ai servizi finanziari per tutte le aziende che progettano nuove miniere di carbone, impianti e infrastrutture correlate. Ma quando si parla di tagliare il sostegno alle compagnie petrolifere e del gas che sviluppano nuovi progetti di approvvigionamento la situazione è ancora peggiore: dei 161 membri del GFANZ presi in considerazione (ci sono realtà USA, asiatiche e diverse europee) solo La Banque Postale francese ha una politica concreta a tale proposito. Tutto questo si traduce in flussi di denaro che continuano a essere investiti dalla finanza ai combustibili fossili. “Si tratta di 168 miliardi di dollari attraverso 134 prestiti sindacati a 77 società e di 101 miliardi di dollari in debito e azioni per 74 espansori di combustibili fossili attraverso 215 operazioni di sottoscrizione. 102 società stanno attualmente pianificando di mettere in produzione altri 137 miliardi di barili di petrolio equivalente, pari al 60% del nuovo petrolio e gas che l’industria intende mettere in linea entro il 2030. Inoltre, stanno pianificando la costruzione di 92 GW aggiuntivi di energia a carbone, equivalenti più o meno all’attuale capacità di impianti a carbone di Giappone e Sudafrica messi insieme”. Il sostegno a petrolio, gas e carbone non si è mai interrotto Il report porta diversi casi di questa incoerenza tra proclami net zero e il sostegno della finanza ai combustibili fossili. Un esempio: lo scorso settembre i 58 maggiori gestori di asset appartenenti alla Net Zero Asset Managers initiative (NZAM) detenevano almeno 847 miliardi di dollari in azioni (89%) e obbligazioni (11%) di società specializzate nello sviluppo di combustibili fossili. Circa il 90% di queste partecipazioni erano in società di espansione di petrolio e gas, per un totale di 165 miliardi di barili di petrolio equivalente in fase di sviluppo e valutazione sul campo, equivalente al 72% della quantità di greggio che l’industria prevede di portare in produzione entro il 2030. Le società carbonifere detenute dai soci NZAM nell’ambito del presente rapporto avevano in programma lo sviluppo di 257 GW di nuove centrali elettriche a carbone. Nessuno si salva: asset manager, banche, assicurazioni. Ecco quindi che si spiega come 229 dei maggiori operatori di combustibili fossili del mondo abbiano ricevuto un sostegno finanziario dai 161 membri del GFANZ di cui si occupa report. Queste aziende stanno sviluppando nuove centrali elettriche a carbone, miniere e infrastrutture o nuovi giacimenti di petrolio e gas, oleodotti e terminali. Sono tutti progetti incompatibili con l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5°C, come confermato dal World Energy Outlook 2022 della IEA. È lecito pensare che dietro ai proclami e alle strategie di comunicazione di molte di queste società che si proclamano attente alla sostenibilità ci sia ben poco di concreto. “Sebbene la cessazione dei servizi finanziari basati sui combustibili fossili sia una condizione ovvia per raggiungere gli obiettivi della GFANZ, nessuna delle alleanze che ne fanno parte affronta effettivamente questo tema nelle proprie linee guida”, sottolinea Reclaim Finance in una nota. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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