COP26, un accordo al ribasso

La tanto attesa COP26 di Glasgow si è conclusa con un accordo poco ambizioso, debole e molto al di sotto delle promesse. Agli stati si chiede di accelerare gli sforzi verso il phase out dai sussidi fossili e per il carbone si parla di semplice phase down. Per molti parole vuote. Ma il presidente Alok Sharma, pur molto dispiaciuto, sottolinea che l’obiettivo di 1,5 gradi è stato confermato. Le decisioni importanti rimandate alla COP27 di Sharm el-Sheik.

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Dal 31 ottobre al 12 novembre la COP26 a Glasgow

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Con un ritardo di oltre 24 ore è stato presentato nella serata di sabato, da un presidente Sharma quasi in lacrime, il Glasgow Climate Pact firmato da più di 190 Paesi alla COP 26 di Glasgow, che per molti aspetti dà ragione a Greta che qualche tempo fa a Milano ha accusato i governi di essere stufa di “bla bla bla” lanciati a vuoto. “Mi scuso per come si è svolto questo processo – ha detto Alok Sharma – sono profondamente addolorato. Capisco la profonda delusione ma penso sia fondamentale proteggere questo pacchetto”, riferendosi in particolare al tentativo di stare entro 1,5 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre industriale.

Tra gli obiettivi definiti chiaramente il taglio entro il 2030 del 45% delle emissioni di gas serra rispetto al 2010 per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Il che richiede che tutti i paesi rivedano i propri impegni volontari (NDC) al momento del tutto inadeguati, visto che le misure previste comporterebbero un aumento delle emissioni del 13,7% e un riscaldamento globale di 2,4° C. In questo caso la Cina, primo Paese emettitore al mondo, non ha sottoscritto l’accordo per tagliare le proprie emissioni prima del 2030.

La revisione degli NDC è rimandata dunque alla COP27 che si svolgerà tra un anno a Sharm El-Sheikh, è stata infatti stabilita la nuova deadline alla fine del 2022 per i paesi che devono adeguare i propri impegni.

Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile e promotore di Italy for Climate spiega che anche l’Italia si deve impegnare di più: “Questo è il decennio chiave, non c’è più un giorno da perdere e l’accelerazione non è una scelta ma è imposta dalla dinamica della crisi climatica. L’Italia ha ridotto le emissioni di poco più del 20% tra il 1990 dopo il calo delle emissioni dovuto alla pandemia nel 2021 sono già tornate a crescere del 6%. Da qui al 2030, in nove anni, ci aspetta un taglio decisamente superiore. Per questo chiediamo che sia varata anche in Italia una Legge per la protezione del clima che renda legalmente vincolanti i nuovi target al 2030 e il raggiungimento della neutralità climatica non oltre il 2050”.

Il WWF parla di un accordo non certo entusiasmante che però va nella giusta direzione e che alcuni progressi sono stati fatti: “questa COP per la prima volta menziona i sussidi ai combustibili fossili in un testo finale approvato e viene riconosciuta la necessità  di accelerare gli investimenti in energia pulita, garantendo allo stesso tempo una giusta transizione”.

Nel documento c’è la richiesta di un’accelerazione a breve termine degli impegni per il clima entro il 2022, una buona notizia considerando che se non si rispetta l’obiettivo di 1,5°C “il futuro sarà catastrofico per milioni di persone e per la natura”.

Peter Liese (EPP, DE) vicepresidente della delegazione ufficiale del Parlamento europeo presente a Glasgow ha commentato “E’ molto positivo che tutti ora accettino la neutralità climatica, ma è un grosso problema che ci sia troppo poca ambizione fino al 2030. Rimane anche problematico che un paese come la Cina non voglia essere CO2-neutral prima del 2060, che è chiaramente troppo tardi. Dobbiamo agire più velocemente in modo che i nostri figli e nipoti abbiano ancora una possibilità di controllare il cambiamento climatico”.

Rimandato il phase-out dal carbone

La vera sconfitta di Glasgow sta in una parola nel capitolo che riguarda l’utilizzo del carbone: “diminuzione” che ha sostituito “rinuncia”, dei sussidi ai combustibili fossili inefficienti che non si possono abbattere e allo stop al finanziamento al carbone senza cattura di CO2, senza date e senza sanzioni . India e Cina su questo sono state irremovibili.

Il ruolo della natura centrale per combattere la crisi climatica

Nel testo finale si riconosce il ruolo fondamentale della natura nel raggiungimento dell’obiettivo di 1,5°C, e si chiede ai governi a incorporare la natura di inserirla nei piani climatici nazionali, considerando anche il ruolo degli oceani per la mitigazione.

Finanza climatica rinviata al 2023

Per quanto riguarda il Fondo annuale da 100 miliardi per i Paesi più poveri fino al 2025, i Paesi si sono impegnati a raggiungere la cifra entro il 2023, l’attuale deficit è infatti di quasi 20 miliardi di dollari. Nel documento finale non c’è però traccia della cifra da stanziare a partire dal 2025 per finanziare i danni subiti dai paesi più poveri a causa del cambiamento climatico.


11/11/21

COP26, presentata la bozza di accordo

E’ stato presentata ieri la bozza di accordo della COP26, un’anteprima del documento finale che sarà rilasciato venerdì.

Il documento esorta i paesi a rafforzare i propri impegni nazionali e a presentare le strategie per i piani a zero emissioni  entro il 2022 in modo da mantenere a portata di mano l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi entro il 2100.

Per la prima volta in un testo finale della COP, sono incluse una menzione di “perdita e danno” e una richiesta di porre fine al carbone e ai sussidi ai combustibili fossili.

Alok Sharma, presidente della COP26 ha spiegato che il testo entro venerdì si evolverà, ma “l’impegno ad accelerare l’azione in questo decennio, attraverso i tre pilastri di Parigi finanza, adattamento e mitigazione, deve essere “incrollabile”.

Nella bozza inoltre si chiede un maggior impegno finanziario da parte dei paesi sviluppati, invitando a una maggior collaborazione tra interventi pubblici e privati, per l’adattamento di quelli in via di sviluppo.

Le difficoltà per un accordo vincolante sono tante considerando per esempio che, per garantire il rispetto dell’obiettivo di Parigi, si dovrebbero assicurare le 0 emissioni al 2050 ma Cina, Russia e Arabia Saudita hanno fissato la data al 2060 e l’India al 2070.

Molte associazioni ambientaliste e attivisti parlano di vuota retorica e sottolineano che il semplice fatto di chiamare la situazione “urgente” non significa nulla senza un reale impegno all’azione, considerando che gli studi ci dicono che senza impegni ambiziosi l’aumento delle temperature potrebbe raggiungere i 2,7° e circa un miliardo di persone saranno a rischio per le ondate di calore.

Greenpeace commenta che la bozza è “nient’altro che una timida richiesta ai governi di fare di più. Servono un piano sui fondi per l’adattamento alla crisi climatica, con cifre nell’ordine di centinaia di miliardi di dollari, e un impegno concreto dei Paesi più ricchi per sostenere le nazioni più povere”


5/11/21

COP26, patto per uscire dal carbone sottoscritto da 40 paesi

40 Paesi, tra cui l’Italia, hanno firmato alla COP26 di Glasgow il patto “Global Coal to Clean Power Tranistion Statement”, per l’eliminazione del carbone come fonte di energia, entro il 2030 per gli Stati più avanzati e il 2040 per quelli emergenti. Anche le banche e le istituzioni finanziarie si sono impegnate a porre fine al finanziamento del carbone.

Alcuni paesi, tra cui Polonia, Vietnam e Cile, hanno aderito impegnandosi a non realizzare più centrali a carbone. Bene ma non benissimo considerando che alcuni delle nazioni maggiormente dipendenti da questa fonte fossile, estremamente dannosa per l’ambiente, non hanno sottoscritto il patto: parliamo di  Cina, Stati Uniti, India e Australia.

I paesi firmatari si sono impegnati a non investire più nelle centrali a carbone, investendo per la transizione verso le energie pulite. Non sono stati definiti in maniera precisa i tempi e i modi per il phase-out dal carbone.

Sempre in tema di combustibili fossili, un gruppo di 25 paesi, tra cui Italia, Canada, Stati Uniti e Danimarca, insieme alle istituzioni finanziarie pubbliche, hanno firmato una dichiarazione congiunta guidata dal Regno Unito, impegnandosi a porre fine al sostegno pubblico internazionale per il settore energetico dei combustibili fossili che non abbiano misure di abbattimento delle emissioni entro la fine del 2022, dando priorità agli investimenti per la transizione green. Faranno eccezione le “circostanze” coerenti con l’Accordo di Parigi e il limite del riscaldamento di 1,5°C. In termini economici si parla di 17,8 miliardi di dollari all’anno di investimenti.

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2/11/21

COP26, basta parole, per l’azione sul clima servono fatti

Mentre ancora risuona nelle orecchie di tutti noi il blah blah blah urlato da Greta Thunberg in occasione del Youth4Climate di Milano e a un giorno dalla conclusione del G20, si sono aperti il 31 ottobre allo Scottish Event Campus di Glasgow i lavori della COP26,  conferenza chiave delle Nazioni Unite sul clima, preziosa occasione, per molti l’ultima, di salvare il pianeta.

Fino al 12 novembre 190 leader e ministri dell’Ambiente di tutto il mondo – oltre a  negoziatori, rappresentanti di governo, imprese e cittadini – lavoreranno con l’obiettivo di chiudere i lavori della Conferenza dell’Onu sul cambiamento climatico avendo raggiunto un accordo comune per limitare il riscaldamento globale entro 1,5° rispetto al livello preindustriale – come richiesto dall’Accordo di Parigi del 2015 -, mettere il mondo sulla strada della decarbonizzazione verso la neutralità climatica al 2050 e garantire il Fondo annuale da 100 miliardi per i Paesi più poveri fino al 2025 (l’attuale deficit è di quasi 20 miliardi di dollari).

A dare avvio ai lavori il presidente della COP Alok Sharma, insieme al primo ministro del Regno Unito Boris Johnson, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro indiano Narendra Modi, il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il cancelliere tedesco Angela Merkel.

Ieri il presidente della COP Alok Sharma nel suo discorso di apertura ha sottolineato che “La scienza è chiara e la finestra di tempo che abbiamo per rispettare l’obiettivo di 1,5℃, ed evitare i peggiori effetti del cambiamento climatico, si sta chiudendo velocemente. Ma con la volontà politica e l’impegno, possiamo e dobbiamo ottenere un risultato a Glasgow di cui il mondo possa essere orgoglioso”.

Boris Johnson ha paragonato la crisi climatica all’apocalisse sostenendo l’obbligo di eliminare il carbone ed ecologizzare i trasporti.

Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha inviato un duro messaggio alla comunità internazionale. “I sei anni dall’accordo sul clima di Parigi sono stati i più caldi mai registrati. La nostra dipendenza dai combustibili fossili sta spingendo l’umanità sull’orlo del baratro, verso un riscaldamento globale insostenibile. Stiamo scavando le nostre tombe”. Guterres ha aggiunto che il pianeta sta cambiando davanti ai nostri occhi, con esempi quotidiani: dallo scioglimento dei ghiacciai, agli incessanti eventi meteorologici estremi. Ha poi  ricordato che l’aumento del livello del mare è il doppio rispetto a 30 anni fa, che gli oceani sono più caldi che mai, e che parti della foresta amazzonica emettono più carbonio di quanto ne assorbano. Non siamo realmente sulla buona strada, come molti sostengono – ha continuato – riferendosi all’ultimo rapporto sui piani nazionali di riduzione delle emissioni, che indica un  aumento della temperatura di 2,7 gradi, anche se gli NDCs fossero pienamente rispettati.

Secondo Guterres è necessaria una maggior ambizione, guidata dai paesi sviluppati, per ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030. “I paesi del G20 hanno una responsabilità particolare, poiché rappresentano circa l’80 per cento delle emissioni”. Per accelerare la decarbonizzazione dell’economia e l’eliminazione del carbone è necessario costruire coalizioni che aiutino a creare le condizioni finanziarie e tecnologiche necessarie. Infine il segretario generale ha detto che i paesi dovrebbero rivedere i loro piani e le loro politiche nazionali sul clima, ogni anno e non ogni cinque, nel caso in cui gli impegni definiti entro la fine della COP26 fossero insufficienti.

Al via la COP26, tra preoccupazione e speranza di rispettare l’Accordo di Parigi

Dal 31 ottobre al 12 Novembre Glasgow ospita – sotto la presidenza del Regno Unito, in collaborazione con l’Italia – la COP26, conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico: ai leader di tutto il mondo si chiede maggiore ambizione verso le 0 emissioni e il rispetto dell’accordo di Parigi

Cop26 a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre

Ci vuole un impegno da parte di tutti sul lungo periodo e una visione ambiziosa. La strada è però in salita soprattutto se si considera l’ostilità di alcuni dei Paesi più energivori del pianeta, particolarmente dipendenti dal carbone, tra cui la Polonia o l’India (il cui primo ministro, Narendra Modi, ha annunciato il raggiungimento dell’obiettivo emissioni zero carbonio non prima del 2070) e l’ambiguità della Cina che ha fatto promesse per la decarbonizzazione, senza però averle ratificate o, anche, la Russia la cui economia dipende in gran parte dall’export di gas naturale e petrolio.

La Cina, in particolare, rappresenta un nodo centrale considerando che secondo un recente Rapporto di Rhodium Group, pubblicato dalla BBC, le emissioni del colosso asiatico superano quelle di tutte le nazioni sviluppate messe insieme. Nel 2019 la Cina ha emesso il 27% dei gas serra del mondo, al secondo posto gli Stati Uniti con l’11% (che però emettono più emissioni pro capite) seguiti dall’India con il 6,6% delle emissioni. E’ chiaro dunque che senza un accordo tra Stati Uniti e Cina sarà difficile rispettare l’obiettivo della neutralità climatica.

Non c’è più tempo da perdere: secondo l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) pubblicato lo scorso agosto, molti dei cambiamenti osservati nel clima sono senza precedenti e alcuni di questi, come il continuo aumento del livello del mare – saranno irreversibili per centinaia o migliaia di anni. Forti riduzioni delle emissioni di CO2 e di altri gas serra garantirebbero benefici per la qualità dell’aria ma ci potrebbero volere 20 o anche 30 anni per vedere le temperature globali stabilizzarsi.
Secondo l’IPCC, limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi, richiede una riduzione del 45% delle emissioni di anidride carbonica (CO2) nel 2030 o del 25% entro il 2030 per mantenerla a due gradi. Il Rapporto avverte che “a meno che non ci siano riduzioni immediate, rapide e su larga scala delle emissioni di gas serra, limitare il riscaldamento a circa 1,5°C o addirittura 2°C sarà fuori portata”, con conseguenze catastrofiche per il pianeta.

Il percorso verso la neutralità climatica

Le buone notizie, cui però devono seguire i fatti, ci sono: l’Unione Europea ha approvato la Legge sul Clima che prevede  la riduzione al 55% delle emissioni di CO2 entro il 2030 e la neutralità climatica al 2050. Secondo la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen “Alla COP26, abbiamo il dovere di proteggere il nostro pianeta per le generazioni future. In Europa tutto è pronto per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e tagliare le nostre emissioni di almeno il 55% entro il 2030. A Glasgow esorterò gli altri leader mondiali a fare lo stesso, a innovare e a investire in una nuova strategia di crescita più sostenibile, garantendo un futuro migliore al nostro pianeta”.

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden (che parteciperà alla COP26 insieme a John Kerry) tra le prime azioni del proprio mandato ha firmato per l’immediato rientro nell’accordo di Parigi. La Cina si è impegnata per raggiungere la neutralità climatica al 2060 (ma non ha ancora ratificato questo impegno e il suo Presidente Xi Jinping non parteciperà alla COP26). Il Regno Unito ha fissato l’ambizioso obiettivo di riduzione delle emissioni del 78% al 2035 e la neutralità climatica al 2050, grazie alla chiusura delle centrali elettriche e alla maggiore produzione di energia pulita, a partire dall’eolico.

Sulla strada ci sono diversi ostacoli, primo tra tutti l’aumento a livello globale del prezzo del gas che in alcuni paesi ha spinto a un maggior utilizzo delle inquinanti centrali a carbone, ma anche il timore che il passaggio a economie pulite e sostenibili possa provocare, almeno nel breve periodo, la perdita di posti di lavoro mettendo in ginocchio alcuni settori produttivi (proprio per questo l’UE ha finanziato il fondo per la transizione equa destinato a finanziare l’ammodernamento e la trasformazione di aree industriali inquinanti).

Dalla COP26 ci si aspetta anche un aggiornamento del sistema di scambio delle quote di emissione (ETS) aumentando il ritmo delle riduzioni del tetto massimo annuo al 2,2% a partire dal 2021.

Migliorano i Piani nazionali per l’energia e il clima, ma l’obiettivo è lontano

L’ufficio delle Nazioni Unite per il cambiamento climatico (UNFCCC) in un nuovo rapporto (aggiornamento di un precedente pubblicato a settembre) ha evidenziato che i Piani nazionali per l’energia e il clima (NDC), ovvero i contributi nazionali di riduzione delle emissioni coerenti con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, sono efficaci nel ridurre le emissioni di gas serra, ma sono necessari maggiori sforzi per tenere a bada il riscaldamento globale. In particolare sono 165 gli NDC disponibili analizzati, che rappresentano tutte le 192 parti che hanno firmato l’accordo di Parigi. Per i 143 paesi che hanno presentato NDC aggiornati ci si aspetta entro il 2030 una diminuzione del 9% delle emissioni rispetto al 2010; 71 nazioni sperano di raggiungere la neutralità del carbonio entro la metà del secolo, con una diminuzione complessiva delle emissioni dell’88% entro il 2050 rispetto al 2019.

Eppure il Rapporto avverte che non siamo neanche lontanamente vicini all’obiettivo: l’analisi complessiva del 192 NDC mostra infatti un “notevole aumento” di circa il 16% delle emissioni globali di gas serra nel 2030 rispetto al 2019, con un conseguente aumento della temperatura globale di circa 2,7 gradi Celsius entro la fine del secolo.

“A pochi giorni dalla COP26 a Glasgow, siamo ancora sulla strada della catastrofe climatica”, ha commentato il segretario generale dell’ONU António Guterres.

A questo proposito il rapporto dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) Emissions Gap Report appena pubblicato è chiaro: per avere una possibilità di raggiungere l’obiettivo di 1,5°C, il mondo deve quasi dimezzare le emissioni di gas serra nei prossimi otto anni. Questo significa, oltre a quanto promesso negli NDC aggiornati, eliminare 28 gigatonnellate di CO2 equivalente dalle emissioni annuali.

Tutti gli esperti sono concordi nell’evidenziare l’enorme opportunità, finora mancata, di utilizzare le spese di salvataggio e recupero post COVID-19 per stimolare le economie, favorendo al contempo una trasformazione a basse emissioni di carbonio.

L’impegno a fermare e invertire la deforestazione entro il 2030

110 leader di Paesi presenti alla COP26, compresi Cina, Russia e Brasile, hanno firmato il Glasgow Leaders Declaration on Forests and Land Use impegnandosi a fermare e invertire la deforestazione entro il 203o e  il degrado del territorio. La dichiarazione destina 12 miliardi di dollari di fondi pubblici e 7,2 privati alla protezione delle foreste e va nella direzione di invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. E’ soddisfatto Fran Price, responsabile foreste del WWF Internazionale che spiega: “Le foreste forniscono servizi ecosistemici fondamentali per il benessere umano, economico e sociale, eppure continuano a scomparire ad un ritmo allarmante. Questo impegno ora dovrà essere adottato con urgenza, insieme alle azioni politiche necessarie per affrontare i fattori che causano la deforestazione e il degrado delle foreste, comprese le attività agricole ed estrattive non sostenibili, la proprietà e la governance della terra e i flussi finanziari”. Perché questa rivoluzione possa avere successo è necessario coinvolgere le popolazioni indigene nella definizione delle strategie. Inoltre la Dichiarazione mira a ridisegnare le politiche e i programmi agricoli per ridurre la fame a beneficio dell’ambiente, destinando i finanziamenti nella protezione delle foreste, nella conservazione e nell’agricoltura sostenibile.

Proteggere le comunità più vulnerabili

António Guterres nel suo discorso di apertura ha ricordato che nell’ultimo decennio, quasi quattro miliardi di persone hanno subito disastri legati al clima e questi numeri sono destinati a salire. Secondo i dati dell’IDMC – International Displacement Monitoring Centre , divulgati da Save The Children – nel 2020 ci sono stati circa 30 milioni di migranti climatici, di cui un terzo bambini. Un numero in significativo aumento rispetto ai 19 milioni di 5 anni fa. Si stima inoltre che entro il 2030 il 50% della popolazione mondiale vivrà in zone costiere esposte a inondazioni, tempeste e tsunami.

Considerando che le misure di adattamento funzionano, e che i sistemi di allarme rapido, come l’agricoltura e le infrastrutture intelligenti dal punto di vista climatico, salvano vite e posti di lavoro, è necessario destinare maggiori finanziamenti alla protezione e adattamento delle comunità più esposte.


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