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A cura di: Tommaso Tetro Gestire progetti a basso impatto ambientale. Chi lo fa? Da adesso, anche formalmente, ci pensano il ‘trenchless manager‘ e il ‘trenchless specialist‘. Per il settore edile, sempre più alle prese con la sostenibilità, arrivano infatti nuove figure professionali, ad hoc. Cioè persone in grado di avere a che fare – e con una certa maestria – con le ‘trenchless technology’, ovvero le tecnologie a basso impatto ambientale. La normativa di riferimento La nuova prassi di riferimento UNI/PdR 166:2024, frutto del lavoro di UNI e di Iatt (Italian association for trenchless technology), risponde alle richieste delle imprese edili alla ricerca di queste figure specializzate. Gli strumenti in questione consentono di effettuare la posa – ma anche la manutenzione e il risanamento delle infrastrutture di rete dei sotto-servizi – riducendo al minimo o eliminando del tutto lo scavo a cielo aperto, limitando l’impatto negativo sull’ambiente e riducendo le emissioni di CO2. E, soprattutto impedendo l’alterazione delle aree. Chiamate anche tecnologie ‘no-dig’, l’impiego di tecnologie trenchless – come riportano i risultati di studi autorevoli, (il TILab sul modello di impatto ambientale elaborato dalla Federazione delle industrie svedesi, e l’Inail) – riduce i costi sociali e ambientali dell’80% oltre che gli infortuni nei cantieri del 67% . Le tecnologie a basso impatto ambientale, a differenza di quelle tradizionali, sono – come detto meno invasive soprattutto in termini di disagio sociale e di degrado stradale – più economiche e ugualmente affidabili. Tra i vantaggi di queste tecnologie c’è una maggior sicurezza ai cittadini, più tutele per gli operai. Inoltre la riduzione della movimentazione di materiale (per esempio il conferimento del materiale di risulta in discarica), del traffico di mezzi pesanti, del tempo e dello spazio di occupazione del suolo pubblico, dell’impatto sulla viabilità, delle interferenze con attività commerciali e residenziali o di svago. L’ambito delle infrastrutture e delle costruzioni infatti oggi deve ripensare la propria condizione, ogni volta più della precedente in termini ambientali; e deve farlo in nome della sostenibilità. Queste nuove figure professionali possono aiutare, per esempio, “a ridurre o minimizzare l’alterazione del territorio, come nel caso delle costruzioni delle infrastrutture sotterranee”; chiaro quindi perché si parla di ‘trenchless technology’, letteralmente ‘senza scavo’. Diventano allo stesso modo evidenti gli ambiti dei settori di sottoservizi che, in particolare, la UNI/PdR 166 definisce quali requisiti relativi all’attività professionale del trenchless manager e del trenchless specialist: dall’oil e gas all’energia e telecomunicazioni, al servizio idrico. Insomma la maggior parte dei servizi ‘sopra’ cui camminiamo e di cui quotidianemte non possiamo a fare a meno per la vita di tutti i giorni. Da oggi quindi le figure professionali delle trenchless technology potranno fare affidamento su “un documento tecnico di riferimento per qualificare le proprie competenze”. E visto che in Italia finora non ci si è troppo affidati a questo tipo di tecnologie, le competenze si trasformano anche in un modo per avere maggiore competitività sul mercato. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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