Sistemi di allerta precoce per la resilienza climatica

Il Global Status of Multi-Hazard Early Warning Systems 2025, presentato alla COP30 di Belém, fotografa un mondo più attrezzato sul fronte delle allerte precoci, ma ancora segnato da profonde disparità regionali, limiti infrastrutturali e nuovi rischi emergenti. Crescono copertura e qualità dei sistemi, mentre il digital divide e la mancanza di dati strutturati frenano l’adozione nei Paesi più vulnerabili. Un tema centrale per la resilienza urbana, la protezione delle infrastrutture critiche e le strategie di adattamento.

Sistemi di allerta precoce per la resilienza climatica

Il Global Status of Multi-Hazard Early Warning Systems 2025 consegnato alla COP30 conferma che i sistemi di allerta precoce (Early Warning Systems, EWS) sono uno degli strumenti più efficaci per mitigare gli impatti di eventi estremi, salvaguardare comunità, infrastrutture e territori e per ridurre la mortalità – sei volte inferiore nei Paesi con sistemi avanzati – ma anche uno dei campi in cui le disuguaglianze restano più marcate.

Il Global Status of Multi-Hazard Early Warning Systems 2025, pubblicato da WMO e UNDRR, nell’ambito dell’iniziativa delle Nazioni Unite “Early Warnings for All“, che mira a proteggere ogni persona sulla Terra con un sistema di allerta precoce entro il 2027, offre una panoramica aggiornata su copertura, qualità e capacità operative dei Multi-Hazard Early Warning Systems (MHEWS), oggi considerati un pilastro delle politiche di adattamento.

Il quadro mostra un avanzamento significativo: 119 Paesi, pari al 60% del totale, dispongono di un sistema multi-rischio, segnando un incremento del 113% in dieci anni. Al tempo stesso, la completezza di questi sistemi è migliorata del 45% dal 2015.

Tuttavia, il report sottolinea che i progressi non sono uniformi: Africa, Americhe e Caraibi e i Paesi meno sviluppati (LDC) restano indietro, soprattutto sul piano dell’infrastruttura di osservazione, della capacità di analisi e della produzione di dati climatici affidabili.

Come ha ricordato il Segretario generale ONU António Guterres alla COP30, “questa è la decade in cui dobbiamo unire opportunità e urgenza, e garantire sistemi di allerta per tutte e tutti entro il 2027”.

Copertura e qualità dei sistemi: dove siamo nel 2025

Copertura globale in crescita, ma persistono divari geografici 

Nel 2025 la diffusione dei sistemi di allerta multi-rischio raggiunge il livello più elevato mai registrato. Sono 119 i Paesi che dichiarano di avere un MHEWS operativo, ma la distribuzione resta fortemente disomogenea: l’area Asia-Pacifico guida la classifica con una copertura che arriva al 72%, mentre Americhe e Caraibi si fermano al 51%. Ancora più critico è il quadro per i piccoli Stati insulari in via di sviluppo (SIDS), che rimangono la categoria più esposta e meno protetta, con appena il 43% di adozione. Le performance migliorano anche nei gruppi più fragili: i Paesi LDC hanno quasi raddoppiato la qualità dei loro sistemi (+95%), ma restano i più indietro nel punteggio finale.

Ogni giorno assistiamo a fenomeni meteorologici distruttivi, come quelli più recenti in Giamaica, Filippine e Vietnam. Ogni evento lascia un impatto duraturo su comunità, economie ed ecosistemi. Le cicatrici rimangono a lungo dopo la notizia“, ​​ha dichiarato il Segretario Generale dell’OMM Celeste Saulo . “Senza previsioni, allerte tempestive e interventi tempestivi, la perdita di vite umane sarebbe stata molto, molto più elevata“.

La qualità dei sistemi: progresso dei quattro pilastri

Il modello dei sistemi di allerta multi-rischio si basa su quattro elementi principali: la conoscenza del rischio, il monitoraggio e l’analisi dei fenomeni, la capacità di diffondere le allerte e, infine, la preparazione e la risposta delle comunità.

Dai dati emerge un progresso complessivo su quasi tutti questi pilastri. La diffusione degli avvisi (Pillar 3) è l’ambito più avanzato, con valori prossimi allo 0,80, anche le componenti dedicate al monitoraggio e alla previsione (Pillar 2), così come quelle legate alla preparazione operativa (Pillar 4), mostrano livelli altrettanto solidi.

La sfida dei dati: il “risk knowledge gap” 

L’unico pilastro che continua a rimanere indietro è quello della risk knowledge – che comprende l’acquisizione, la gestione e l’analisi di dati su pericolosità, esposizione e vulnerabilità. Pur avendo registrato un miglioramento del 16% rispetto al 2022, rappresenta ancora la dimensione meno sviluppata, segnalando quanto sia urgente rafforzare la capacità dei Paesi di produrre e utilizzare dati accurati su pericolosità, esposizione e vulnerabilità.

Solo un terzo dei Paesi è in grado di produrre, aggiornare e utilizzare in modo efficace dataset strutturati sui rischi climatici.
Le lacune sono particolarmente gravi in Africa, dove nessun Paese segnala capacità “comprehensive” nel Pilastro 1, nonostante i miglioramenti dell’ultimo anno.

Il report identifica tre priorità:

  • standardizzazione dei dati tramite Hazard Information Profiles (HIPs);
  • diffusione del nuovo sistema DELTA Resilience, piattaforma open-source sviluppata da UNDRR e WMO per monitorare eventi estremi, perdite e danni ;
  • integrazione di fonti non tradizionali, inclusi dati da reti IoT, remote sensing e social media, valorizzabili tramite algoritmi di AI.

Tecnologia, IA e reti di osservazione: la svolta digitale dell’allerta precoce 

Una parte importante del progresso deriva dalla modernizzazione delle reti idrometeorologiche: un terzo dei membri WMO ha ora sistemi di osservazione completamente automatizzati, con maggiore frequenza e qualità dei dati.

Cresce anche lo scambio informativo: il numero di Paesi che condividono dati climatici attraverso la piattaforma WMO Information System è più che raddoppiato in due anni.

Tuttavia:

  • meno del 10% dei Paesi rispetta i requisiti del Global Basic Observing Network (GBON);
  • nessun Paese LDC raggiunge la piena conformità;
  • molti Stati non dispongono di data center resilienti, sistemi ridondanti o infrastrutture di telecomunicazione adeguate alle esigenze di early warning.

AI, interoperabilità, CAP: nuovi standard per EWS 

Nel prossimo futuro l’impiego di AI, automated quality control, multi-lingual alerting e impact-based forecasting (IBF) consentirà di migliorare la capacità predittiva; la localizzazione delle allerte; la personalizzazione dei messaggi e l’integrazione con strumenti di protezione civile.

Il report prevede che l’AI diventerà un acceleratore decisivo nella gestione dei big data e nella generazione di avvisi multicanale in tempo reale.

Emerging hazards: ondate di calore estreme, GLOFs, SDS e incendi

Nel 2025 i sistemi MHEWS devono fronteggiare una nuova generazione di rischi amplificati dal cambiamento climatico.

Le alluvioni da rottura di laghi glaciali crescono in frequenza e intensità. Tra gli esempi riportati nel Report, nel 2024 un GLOF in Greenland ha rilasciato oltre 3.000 miliardi di litri d’acqua in due settimane. Nel 2025 la frana glaciale che ha colpito Blatten (Svizzera) ha portato all’evacuazione di 300 persone grazie a un EWS efficace, evidenziando però la fragilità dei Paesi con minori risorse.

Il rischio di ondate di calore estreme cresce rapidamente e richiede governance, coordinamento intersettoriale e protocolli dedicati. Alla COP30 è stato lanciato il nuovo Extreme Heat Risk Governance Framework, sviluppato da WMO, UNDRR e Global Heat Health Information Network.

Sono in aumento i fenomeni transfrontalieri denominati Sand and Dust Storms (SDS) che colpiscono anche le infrastrutture critiche (trasporti, porti, reti elettriche). L’ONU ha proclamato il decennio 2025-2034 come Decade on Combating Sand and Dust Storms.

Le tendenze 2024-2025 mostrano incendi più intensi e imprevedibili, con impatti sugli ecosistemi e sulle reti elettriche. Le eruzioni del Mount Lewotobi (Indonesia, 2024-2025) confermano che senza EWS adeguati le comunità restano estremamente vulnerabili.

Urban resilience, infrastrutture critiche e adattamento climatico

Le aree urbane – dove si concentra la maggior parte della popolazione mondiale – sono sempre più esposte a precipitazioni estreme, ondate di calore e stress idrico. Sistemi MHEWS avanzati contribuiscono a salvaguardare edifici e infrastrutture critiche; reti idriche ed energetiche; sistemi di trasporto garantendo la continuità operativa dei servizi pubblici.

La capacità di elaborare impact-based forecasts consente di stimare non solo l’intensità del fenomeno, ma anche le conseguenze su quartieri, ospedali, scuole, impianti industriali e nodi logistici.

Protezione delle infrastrutture critiche

Gli eventi del 2024-2025 hanno mostrato come la combinazione di alluvioni improvvise, frane glaciali e cicloni possa mettere a rischio:

  • dighe e impianti idroelettrici;
  • reti elettriche ad alta tensione;
  • infrastrutture di telecomunicazione;
  • stazioni di pompaggio e depurazione.

Un sistema di allerta precoce correttamente integrato consente di attivare protocolli anticipati di shutdown controllato, ridistribuzione dei carichi, chiusure selettive e gestione emergenziale dei flussi.

Finanza, governance e cooperazione: le condizioni per accelerare

Molti Paesi segnalano che gli investimenti in EWS non sono ancora sufficienti, soprattutto per garantire O&M a lungo termine. Il report indica un rischio chiaro: senza fondi continuativi, i sistemi installati non restano operativi.

Il digital divide limita l’accesso alle tecnologie più avanzate, mentre la mancanza di standard nazionali e regionali rende difficile armonizzare dati e allerte.

Secondo il rapporto, le priorità globali sono:

  • potenziare il finanziamento del Pilastro 1, oggi già il più sostenuto;
  • rafforzare governance e coordinamento;
  • sviluppare piattaforme transfrontaliere, in particolare per bacini fluviali e aree montane;
  • consolidare le partnership nell’ambito dell’iniziativa Early Warnings for All.

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