È il momento di decarbonizzare l’industria della plastica

In Italia viene prodotta fin troppa plastica: è necessario mettere in campo delle strategie per decarbonizzare un’industria altamente inquinante

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È il momento di decarbonizzare l’industria della plastica

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Viviamo in una realtà “usa e getta”: l’Italia è il secondo Paese consumatore di plastica in Europa. Secondo il report di ECCO – il think tank italiano per il clima – solo nel 2020 sono state consumate ben 5,9 milioni di tonnellate di polimeri fossili, vale a dire il quantitativo di 100 kg di plastica a persona.

Da dove proviene tutta questa plastica? In Europa il 99% della plastica viene prodotta ricorrendo al petrolio come materia prima e all’uso di combustibili fossili per poter generare il calore necessario da impiegare nel processo produttivo. A farne le spese è ovviamente l’ambiente: vengono immesse nell’atmosfera circa 1,2 kg di anidride carbonica per ogni kg di plastica prodotto.

Continuare a creare prodotti in plastica non è sostenibile: dalla raffinazione del greggio passando per la trasformazione dei polimeri, ogni passaggio di questa filiera comporta ingenti emissioni di CO2. È per questo motivo che l’Unione Europea ha posto particolare attenzione all’eliminazione delle plastiche nel Piano d’azione per l’economia circolare e l’Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha recentemente adottato una risoluzione con l’obiettivo di definire un accordo internazionale legalmente vincolante entro il 2024 sull’intero ciclo di vita della plastica.

Come sottolinea ECCO nel suo report “parallelamente alla decarbonizzazione, negli ultimi anni si è fatta dunque sempre più pressante la necessità di implementare a livello globale misure concrete contro l’inquinamento da plastica”. 

ECCO, in collaborazione con Greenpeace, SPRING – cluster italiano della Bioeconomia Circolare e le Università di Padova e Palermo, ha analizzato le criticità e delineato gli scenari futuri legati alla decarbonizzazione dell’industria della plastica. Un processo verso la sostenibilità che permetterà al comparto di rimanere competitivo e al tempo stesso rispettare gli obiettivi della Legge Clima al 2030 e della neutralità climatica al 2050.

Quali strategie per la decarbonizzazione?

Parlare di decarbonizzazione della filiera produttiva della plastica non è un discorso semplice e così facile da definire.

Quali strategie per decarbonizzare l'industria della plastica
La ricerca pubblicata da ECCO si muove su tre pilastri chiave che riportiamo qui di seguito:
  • Riduzione del consumo di polimeri fossili vergini. Tale intervento assume ancora più importanza in Italia, in quanto secondo paese in Europa per consumi;
  • Riciclo della plastica, che permette allo stesso tempo di gestire la plastica fossile già presente sul mercato, di ridurre le emissioni di gas serra e l’input di nuova plastica fossile, che peraltro è di quasi totale importazione;
  • Sostituzione con le bioplastiche. Le plastiche ottenute da materie prime vegetali rappresentano una soluzione per la decarbonizzazione di quelle applicazioni in cui non è possibile rinunciare all’utilizzo della plastica e per le quali non ci sono altre alternative sostenibili. La sostituzione fossile – vegetale potrà avvenire integralmente già da subito per alcuni prodotti e per altri in maniera progressiva.

Secondo quanto riportato da Giuseppe Ungherese, Responsabile della Campagna inquinamento di Greenpeace Italia, la produzione mondiale di plastica è passata da 15 milioni di tonnellate nel 1964 a 368 milioni di tonnellate nel 2019. Un numero incredibile che stenta a decrescere: se la curva di produzione della plastica continuerà a proseguire in questo modo i volumi prodotti raddoppieranno entro il 2030 per poi triplicarsi nel 2050.

È necessario un importante (e rapido) cambio di paradigma relativo al modo di utilizzare la plastica, specie nel settore degli imballaggi, edilizia o automotive (i tre comparti dove si fa un ricorso massiccio all’uso di plastica).

Ungherese e Silvia Gross (docente dell’Università di Padova) iniziano con l’individuare delle strategie per la riduzione della plastica nel settore del monouso, facendo riferimento in particolare all’industria alimentare e del beverage.

Secondo gli studiosi è necessario adottare misure per:

      1. L’eliminazione degli imballaggi inutili e la riduzione del monouso;
      2. Un maggior impiego di prodotti riutilizzabili;
      3. La sostituzione della plastica con altri materiali

Iniziamo con l’analizzare il primo punto: secondo Gross e Ungherese è possibile iniziare un percorso di decarbonizzazione dall’eliminazione diretta del superfluo e degli imballaggi sovradimensionati. Acquistare prodotti sfusi è un’altra strategia pratica che può essere messa in campo dal consumatore, in particolar modo per quanto riguarda l’acquisto di prodotti cosmetici o per la cura della casa.

Nella riflessione sulla riduzione della plastica il punto relativo al riutilizzo appare altrettanto importante. Pensiamo alla quotidianità: vetro, ceramica o acciaio sono materiali che possono essere puliti e riutilizzati innumerevoli volte prima di essere dismessi. Come fa notare Giuseppe Ungherese, i plus ambientali di sistemi basati sull’uso di packaging riutilizzabile sono stati confermati da un recente rapporto dell’UNEP (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) dove sono stati comparati i vantaggi ambientali di diverse opzioni legate all’uso di prodotti riutilizzabili rispetto al monouso.

In Francia la messa al bando del monouso è realtà già dal 2020: come fa notare Ungherese nel territorio francese è proibito mettere a disposizione tazze, bicchieri e piatti usa e getta in plastica per il consumo sul posto negli esercizi di somministrazione e, a partire dal 1° gennaio 2023, tale divieto sarà esteso a tutte le opzioni monouso. 

Ma cosa fare nelle applicazioni in cui si prevede il monouso? Secondo la professoressa Gross è necessario cercare delle alternative alla plastica la cui selezione deve basarsi sulla sostenibilità ambientale complessiva del prodotto. Come sottolinea Silvia Gross con i materiali a base biologica è possibile creare imballaggi più leggeri e più resistenti, o semplicemente materiali più sostenibili, sostituendo le materie prime a base fossile con una materia prima naturale e biodegradabile. 

Il settore dell’edilizia e delle costruzioni

Ungherese ha analizzato il panorama del settore edile proponendo alcune soluzioni strategiche per la decarbonizzazione. Il comparto delle costruzioni italiano usa all’incirca 0,5 milioni di tonnellate di plastica l’anno: tra i polimeri più utilizzati sono polietilene (HDPE, LDPE e LLDPE), polistirene espanso (EPS) e polipropilene (PP).

Decarbonizzare la plastica nel settore edilizia e costruzioni
Img by Unsplash – Marc Newberry

Riprendendo i tre principi indicati nel paragrafo precedente (eliminazione-riutilizzo-sostituzione), nel report viene identificato l’uso di una certificazione degli edifici  che non sia solamente energetica, ma anche carbonica. Tale certificazione, per definire la classe di un edificio, dovrebbe prendere in considerazione anche l’impatto in termini di gas serra dei materiali impiegati. Giuseppe Ungherese riporta l’esempio del progetto “Milan Zero Carbon Fund” grazie al quale è stata studiata la creazione di una domanda di materiali low carbon dedicati all’edilizia.

Come intervenire per il riutilizzo delle risorse in plastica nel comparto edile? Ungherese è partito da una ricerca elaborata da Plastics Europe secondo la quale in Europa il 26% dei rifiuti plastici provenienti dal settore edilizio viene effettivamente riciclato, mentre il 26,5% finisce in discarica e il restante 47,5% viene destinato al recupero energetico.

Analizzando questi dati è possibile comprendere come nel settore edile sia necessario creare dei flussi di materiali separati con l’obiettivo di migliorare la qualità della raccolta dei medesimi. Un esempio virtuoso proposto da Giuseppe Ungherese nel report ECCO è relativo alla demolizione selettiva degli edifici: secondo il responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace in questo modo è possibile far nascere un’economia circolare nel settore.

Per quanto riguarda l’ultimo punto relativo alla sostituzione dei materiali, nel campo edile è possibile già utilizzare prodotti alternativi efficienti e di qualità. Un esempio è quello relativo ai pavimenti e strutture ombreggianti in bioplastica.

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