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Indice degli argomenti Toggle Gli USA sono responsabili di oltre un quinto delle emissioniUna responsabilità storicaGli USA hanno fatto marcia indietro sulle politiche ambientali Il 2026 si è aperto con una notizia che segna una svolta nelle politiche ambientali statunitensi: con la firma di un Presidential Memorandum, il presidente Donald J. Trump ha disposto il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, molte delle quali dedicate alla lotta al cambiamento climatico e alla transizione energetica. La presidenza Trumpiana sta optando per scelte drastiche dal punto vi sta climatico, come l’intenzione di ritirarsi dal trattato globale sul clima. Carbon Brief, portale UK specializzato in temi come climatologia e politiche climatiche, ha svolto un’analisi approfondita sugli USA dichiarando che ci troviamo di fronte al “più grande inquinatore storico al mondo”. Carbon Brief ha lanciato un vero e proprio allarme: gli Stati Uniti hanno prodotto emissioni di anidride carbonica per un totale di 542 miliardi di tonnellate (GtCO₂) rilasciate in atmosfera dal 1850 a oggi. Questo enorme quantitativo deriva dall’uso intensivo di combustibili fossili, dalla deforestazione e da numerose attività industriali. Gli USA sono responsabili di oltre un quinto delle emissioni La sproporzione della responsabilità climatica statunitense emerge con ancora maggiore evidenza se analizzata in termini pro capite. Come evidenziato da Carbon Brief, gli Stati Uniti hanno una popolazione di circa 350 milioni di persone. Ciò significa che appena il 4% della popolazione totale mondiale ha generato emissioni storiche cumulative per abitante circa 7 volte superiori a quelle della Cina, più del doppio rispetto all’Unione Europea e addirittura 25 volte superiori a quelle dell’India. Ma vediamo la portata del problema ancor più da vicino: le 542 GtCO2 emesse dagli Stati Uniti superano il totale combinato dei 133 paesi con i contributi cumulativi più bassi, tra cui figurano Arabia Saudita, Spagna e Nigeria. Se sommate insieme, queste Nazioni ospitano oltre 3 miliardi di persone: parliamo di una popolazione di circa 9 volte superiore a quella americana. A differenza di altre nazioni, il peso storico degli Stati Uniti resterebbe sostanzialmente invariato anche adottando un approccio che riassegni le responsabilità delle emissioni ai governanti coloniali del passato. La criticità è evidente: gli Stati Uniti, divenuti indipendenti prima dell’avvento della grande industrializzazione, hanno accumulato la maggior parte delle loro emissioni come nazione sovrana. Secondo Carbon Brief in questo modo è impossibile attenuarne la responsabilità attraverso una rilettura post-coloniale della storia delle emissioni globali. Una responsabilità storica Carbon Brief va in profondità nel dibattito sulla giustizia climatica, analizzando con attenzione la responsabilità storica che i singoli Paesi hanno in relazione al cambiamento climatico. La questione della responsabilità nell’esaurimento del bilancio del carbonio è centrale nei dibattiti sulla giustizia climatica: definire chi ha causato il cambiamento climatico determina anche chi deve fare di più per contrastarlo. Attribuire le responsabilità è complesso, poiché le analisi di Carbon Brief si basano sulle emissioni territoriali nazionali cumulative, un metodo che presenta limiti legati ai cambiamenti di sovranità territoriale e alle trasformazioni geopolitiche nel corso della storia. Leggendo il grafico presente nel report, possiamo notare a colpo d’occhio che Gli Stati Uniti si confermano il maggiore responsabile storico. Dal 1850 al 2021 hanno emesso oltre 509 GtCO2, pari al 20,3% del totale globale. In paesi come Brasile e Indonesia la deforestazione iniziò già tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento con le colture commerciali, ma divenne davvero massiccia dal 1950 in poi, a causa dell’allevamento, del disboscamento e delle piantagioni di palma da olio. Il primato negativo degli USA deriva da un’industrializzazione precoce basata sull’uso intensivo del carbone, seguito dalla diffusione di massa dell’automobile. Le emissioni statunitensi sono responsabili di circa 0,2°C del riscaldamento globale registrato fino ad oggi, una quota che evidenzia il peso determinante delle economie sviluppate nell’attuale crisi climatica. Al secondo posto figura la Cina, responsabile dell’11,4% delle emissioni cumulative di CO₂ e di circa 0,1 °C dell’attuale aumento della temperatura globale. Pur avendo storicamente livelli rilevanti di emissioni legate all’uso del suolo, è soprattutto la rapida crescita economica trainata dal carbone a partire dagli anni Duemila ad aver determinato la sua posizione attuale. Gli USA hanno fatto marcia indietro sulle politiche ambientali Come abbiamo visto in precedenza, Il nuovo anno si è aperto con una mossa che segna un netto cambio di rotta nella politica ambientale statunitense disponendo il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, molte attive nella lotta contro il cambiamento climatico e nello sviluppo di energie rinnovabili. Secondo la Casa Bianca, gran parte di queste organizzazioni sostengono politiche climatiche considerate estreme e modelli di governance globale in contrasto con gli interessi economici del Paese. L’Amministrazione ha inoltre evidenziato l’ammontare dei finanziamenti destinati a queste istituzioni, ritenuti eccessivi rispetto ai risultati ottenuti, sottolineando l’esigenza di concentrare le risorse su priorità interne come infrastrutture, sicurezza nazionale e competitività industriale. La marcia indietro si inserisce in una strategia di disimpegno già avviata con l’uscita dall’Accordo di Parigi, con l’obiettivo dichiarato di verificare la coerenza degli impegni internazionali con gli interessi nazionali ed economici del Paese. Anche se Trump tenta di smantellare le strategie sul clima approvate dal suo predecessore, ricordiamo che una parte significativa delle politiche ambientali negli Stati Uniti resta di competenza statale e locale. Ciò significa che Stati e grandi città americane continuano autonomamente a perseguire obiettivi di decarbonizzazione ed efficienza energetica, mantenendo attivi coordinamenti con reti internazionali informali. Sappiamo bene quanto l’argomento del climate change sia decisamente divisivo per la popolazione americana, ma nonostante ciò rimane lo stupore per le decisioni nette prese dal Presidente in carica volte a porsi in aperta opposizione alle normative ambientali. Secondo Carbon Brief, lo scetticismo climatico è diventato un fenomeno sempre più marcato negli Stati Uniti, alimentato da una copertura mediatica fortemente polarizzata e da divisioni politiche sempre più nette. Facciamo un esempio: Business Insider nel 2019 evidenziava che 130 membri del Congresso avevano espresso dubbi o negato il cambiamento climatico, tutti tranne uno appartenenti al Partito Repubblicano. La polarizzazione è un fenomeno relativamente recente: come mostra la cronologia dei discorsi presidenziali sullo stato dell’Unione raccolta da Carbon Brief, fino alla fine degli anni Novanta la questione climatica non era così nettamente divisiva tra i partiti. Gli Stati Uniti hanno storicamente giocato un ruolo di primo piano nell’azione climatica: già negli anni Settanta, sotto l’amministrazione repubblicana di Richard Nixon, furono istituite istituzioni e normative fondamentali come l’Environmental Protection Agency (EPA) e il Clean Air Act. Nonostante numerose iniziative sia a livello federale che statale nel corso dei decenni, il Paese non ha mai adottato una politica climatica federale completa e organica. La decisione dell’amministrazione Trump, nel 2016, di ritirarsi dall’Accordo di Parigi ha suscitato preoccupazione a livello internazionale, soprattutto alla luce del ruolo storico e dell’impatto attuale degli Stati Uniti sulle emissioni globali di gas serra. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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