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Indice degli argomenti Toggle Che cosa ci dicono i numeriPolitiche industriali e formazione: le vere sfideInclusione e transizione giustaFAQ Transizione energetica e posti di lavoroPerché la transizione energetica non sta creando abbastanza posti di lavoro?Quali settori offrono maggiori opportunità di lavoro nelle rinnovabili?Come possono le politiche pubbliche favorire l’occupazione nelle energie rinnovabili? Nel 2024, il settore delle energie rinnovabili ha toccato un nuovo record: 16,6 milioni di persone impiegate a livello globale, secondo il Renewable Energy and Jobs – Annual Review 2025 pubblicato da IRENA in collaborazione con l’ILO – Organizzazione internazionale del lavoro. Tuttavia, l’aumento degli occupati si è fermato a un modesto +2,3% rispetto all’anno precedente, segnando il primo rallentamento significativo in una corsa che sembrava inarrestabile. La causa non è un freno alla transizione, anzi: le installazioni globali di impianti fotovoltaici, eolici e bioenergetici sono in costante ascesa. Ma a crescere non è il lavoro, bensì l’efficienza produttiva e la concentrazione industriale. Gli occupati nelle energie rinnovabili a livello globale dal 2012 al 2024 – Fonte IRENA Francesco La Camera, Direttore Generale di IRENA, lancia un monito chiaro: “La transizione energetica è in pieno fermento, ma non possiamo dimenticare il lato umano. Servono politiche industriali che mettano le persone al centro, investendo in competenze, filiere locali e inclusione. Questo è essenziale non solo per raggiungere l’obiettivo di triplicare la capacità di energia rinnovabile entro il 2030, ma anche per garantire che i benefici socioeconomici diventino realtà vissute da tutti”. Che cosa ci dicono i numeri Nel 2024, il fotovoltaico si conferma la tecnologia con il maggiore impatto occupazionale, 7,2 milioni di posti di lavoro nel mondo, oltre metà dei quali in Cina. Seguono i biocarburanti (2,6 milioni), l’idroelettrico (2,3 milioni) e l’eolico (1,9 milioni). A dominare lo scenario resta la Cina, che da sola genera oltre il 43% dell’occupazione globale nelle rinnovabili, grazie a una catena di fornitura integrata e a costi di produzione imbattibili. Fonte IRENA L’Europa rimane ferma a 1,8 milioni di occupati, senza variazioni rispetto al 2023, mentre l’India cresce a 1,3 milioni e gli Stati Uniti a 1,1 milioni. L’Italia è presente nella top 10 mondiale per l’occupazione nel solare, spinta dalla crescita degli impianti distribuiti, ma i numeri restano modesti rispetto ai leader globali. Ciò che emerge in modo lampante è che l’occupazione non cresce più nella stessa misura delle installazioni. L’automazione, l’uso dell’intelligenza artificiale nei processi e l’aumento della produttività stanno riducendo l’intensità di lavoro per unità installata, soprattutto nei grandi impianti utility scale. Eppure, c’è un ambito in cui il lavoro può crescere in modo significativo: quello della generazione distribuita, che include gli impianti fotovoltaici su tetto e le comunità energetiche, modelli più capillari e radicati nel territorio. Questi modelli richiedono personale qualificato e presente sul territorio e rappresentano una chiave strategica, anche per rafforzare la resilienza energetica locale. Politiche industriali e formazione: le vere sfide Dietro la stagnazione dell’occupazione, si cela la mancanza di una strategia industriale coerente in molti Paesi. Mentre la Cina investe in manifattura e logistica su scala nazionale, altri Paesi dipendono ancora da importazioni, spesso senza sviluppare competenze interne o strutture produttive locali. L’IRA (Inflation Reduction Act) negli Stati Uniti ha cercato di invertire questa tendenza, ma con risultati ancora discontinui. Inclusione e transizione giusta Una delle sfide più urgenti riguarda l’inclusione delle donne e delle persone con disabilità nella forza lavoro della transizione. Secondo il report, entrambi i gruppi restano sottorappresentati, nonostante il potenziale e le competenze. Le barriere sono culturali, infrastrutturali e sistemiche: dai corsi di formazione non accessibili, alle pratiche di assunzione escludenti, fino alla mancanza di ambienti di lavoro realmente inclusivi. Come ha sottolineato Gilbert F. Houngbo, Direttore Generale dell’ILO: “L’inclusione non è solo una questione di giustizia, è una leva fondamentale per mercati del lavoro più resilienti e società più sostenibili”. Garantire formazione accessibile, percorsi professionali chiari e ambienti di lavoro inclusivi è un dovere sociale oltre che una scelta strategica per accedere a bacini di talento spesso trascurati, in un momento in cui la competizione sulle competenze è sempre più forte. La crescita delle energie pulite è una buona notizia. Ma se non sarà accompagnata da politiche intelligenti, investimenti nella formazione e una visione inclusiva del lavoro, rischia di non generare i benefici socioeconomici promessi. Per trasformare la transizione energetica in una reale opportunità per tutti, è urgente: progettare filiere produttive locali rilanciare la formazione tecnica e professionale costruire un mercato del lavoro più equo, accessibile e rappresentativo Solo così potremo garantire che il cambiamento non sia solo tecnologico, ma anche profondamente umano. FAQ Transizione energetica e posti di lavoro Perché la transizione energetica non sta creando abbastanza posti di lavoro? La crescita delle installazioni rinnovabili è accompagnata da una forte automazione e da economie di scala che riducono il fabbisogno di manodopera per unità installata. Inoltre, la concentrazione della produzione in Paesi come la Cina limita le opportunità occupazionali locali in altri contesti. Quali settori offrono maggiori opportunità di lavoro nelle rinnovabili? La generazione distribuita – come gli impianti fotovoltaici su tetto e le comunità energetiche – richiede competenze locali per installazione, manutenzione e gestione. Questo segmento ha un alto potenziale di creazione di posti di lavoro qualificati e stabili. Come possono le politiche pubbliche favorire l’occupazione nelle energie rinnovabili? Attraverso investimenti mirati nella formazione tecnica, incentivi alla produzione locale, sviluppo di filiere nazionali e politiche inclusive per donne, giovani e persone con disabilità. Solo così la transizione potrà essere anche sociale, oltre che ecologica. 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