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Navello e Politecnico di Torino: le finestre in legno come strumento per assorbire Co2

NAVELLO

Le finestre in legno non si limitano a isolare termicamente un edificio: lungo il loro ciclo di vita, assorbono più CO₂ di quanta ne emettano. È questo il risultato più significativo di uno studio scientifico condotto da Eriola Elezaj nell’ambito della laurea magistrale in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio presso il Politecnico di Torino, realizzato con la collaborazione di Navello, azienda italiana specializzata nella produzione di serramenti in legno.

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Navello e Politecnico di Torino: le finestre in legno come strumento per assorbire Co2

La ricerca ha applicato per la prima volta a un prodotto Navello la metodologia LCA (Life Cycle Assessment) in due versioni: quella statica, conforme allo standard europeo EN 15804, e quella dinamica (DLCA), ancora raramente impiegata nel settore delle costruzioni a livello internazionale.

Al centro dell’analisi c’è il concetto di carbonio biogenico: gli alberi, nella fase di crescita, assorbono CO₂ dall’atmosfera e la immagazzinano nel legno. Quando questo diventa un serramento, il carbonio resta stoccato nel prodotto per l’intera durata della vita utile — tipicamente tra i 40 e i 50 anni — prima di essere eventualmente rilasciato nella fase di smaltimento. A differenza di materiali come acciaio, cemento e alluminio, il legno non accumula solo un debito di emissioni: genera un credito climatico misurabile.

I risultati: durabilità e bilancio climatico favorevole

Lo studio ha analizzato 1 m² di finestra Navello in quattro scenari di fine vita — riciclo, trattamento misto, discarica e incenerimento — con tre diverse durate di servizio: 30, 40 e 50 anni.

Con il metodo statico, il bilancio di carbonio biogenico risulta negativo negli scenari di riciclo (-11,36 kg CO₂ eq.) e trattamento misto (-10,58 kg CO₂ eq.): il prodotto assorbe più carbonio di quanto ne emetta nel ciclo di vita complessivo. Il metodo dinamico, che tiene conto del momento temporale in cui avvengono le emissioni, introduce un elemento ulteriore: anche lo scenario di incenerimento mostra un bilancio favorevole, che migliora progressivamente con l’aumentare della vita utile del prodotto, passando da -0,64 kg CO₂ eq. a 30 anni fino a -4,15 kg CO₂ eq. a 50 anni.

Uno dei risultati più rilevanti riguarda proprio la relazione tra durabilità e impatto climatico: ogni anno aggiuntivo di vita utile migliora in modo misurabile il bilancio ambientale complessivo. Ritardare l’emissione di CO₂ riduce il suo contributo al riscaldamento globale nel periodo più critico per le politiche climatiche internazionali. Una finestra che dura 50 anni invece di 30 accumula vent’anni in più di stoccaggio del carbonio atmosferico.

La ricerca si inserisce in un dibattito scientifico internazionale tuttora aperto: l’UNEP ha avviato nel 2024 il Biogenic Carbon Project del Life Cycle Initiative, con l’obiettivo di sviluppare raccomandazioni metodologiche globali armonizzate. Lo studio del Politecnico di Torino contribuisce a questo dibattito con dati empirici reali — consumi energetici, processi produttivi e materiali verificati direttamente in azienda — piuttosto che stime di settore.

I risultati aprono inoltre la strada all’ottenimento di una EPD (Environmental Product Declaration) ufficiale, strumento richiesto con crescente frequenza in bandi pubblici e nei principali sistemi di certificazione degli edifici come LEED e BREEAM.

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