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Eolico offshore: l’ex Ilva potrebbe rinascere come hub industriale del vento

Il progettista del più grande parco eolico galleggiante del Mediterraneo, lancia l’idea: un polo industriale europeo in Italia per l’eolico offshore a Taranto. Ecco i benefici

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L’ex Ilva di Taranto potrebbe rinascere come hub industriale dell'eolico

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Sorgerà in Italia il più grande parco eolico offshore galleggiante del Mediterraneo.

Il progetto riguarda la realizzazione di un’installazione di tipo floating nel canale di Sicilia, composta da 25 turbine ciascuna della potenza nominale di 10 MW.

Ma c’è di più: il nostro Paese ha tutte le potenzialità per far sorgere un polo industriale di portata internazionale per realizzare infrastrutture per l’eolico offshore, soprattutto quello galleggiante.

ing. Luigi Severini, progettista parco eolico in SiciliaAncora meglio: potrebbe essere la leva concreta per la rinascita dell’ex Ilva di Taranto e di tutta la filiera siderurgica e metalmeccanica locale. «Credo che per il sistema industriale nazionale sarebbe un’opportunità straordinaria», spiega Luigi Severini, ingegnere italiano che si occuperà del progetto siciliano. «Ci sono tutti gli elementi favorevoli, a partire dal trend di crescita del mercato mondiale dell’eolico offshore» : secondo stime dell’International Energy Agency, la capacità eolica offshore globale potrebbe aumentare di 15 volte e attrarre circa mille miliardi dollari di investimenti entro il 2040. 

Parco eolico offshore: il progetto siciliano e quello realizzato a Taranto

Il primo parco eolico galleggiante del Mediterraneo di tipo floating sorgerà nel Canale di Sicilia. Si chiama 7Seas Med, avrà una potenza totale di 250 MW, sufficiente a soddisfare il fabbisogno energetico annuale di 80mila abitazioni.

Parco eolico galleggiante in Sicilia

Per costruirlo saranno investiti 741 milioni di euro. La società danese Copenhagen Offshore Partners lo svilupperà con il sostegno del fondo Copenhagen Infrastructure Partners.

Il progettista, Luigi Severini, è un esperto in materia: ha già firmato il progetto del parco eolico offshore di Taranto, ovvero il primo esempio italiano in fase di realizzazione.

«Il parco eolico tarantino è stato l’unico finora approvato: quando presentammo il progetto, si contavano in Italia una ventina di altre proposte. Furono tutte “falcidiate” da ricorsi e bocciature. Grazie alla realizzazione di questa infrastruttura è stato possibile affinare la progettazione dal punto di vista amministrativo e tecnico, affrontando le problematiche che già erano state superate in Europa. Inoltre ho potuto studiare le motivazioni che hanno negato l’autorizzazione a procedere agli altri parchi eolici nazionali. Mi sono convinto che la soluzione galleggiante è quella più vocata a emergere, per motivazioni ambientali, ma non solo».

Severini è venuto a conoscenza della tecnologia sviluppata da Henrik Sties dal, denominata TetraSpar, che verrà utilizzata nel progetto italiano di eolico on floating.

Si basa su una piattaforma galleggiante modulare a basso costo per turbine eoliche offshore adatte all’installazione in qualsiasi condizione con un costo dell’energia elettrica simile a quello dell’energia eolica offshore tradizionale. Tutti i componenti sono prodotti in fabbrica, una volta trasportati su strada sono assemblati nel porto. 

Eolico offshore: quali sono le differenze con l’onshore e quali le sue peculiarità?

Turbina a parte, eolico onshore e offshore sono davvero differenti. «Il secondo impiega tecnologia molto più spinta per affrontare le complessità dell’ambiente marino, molto più significative rispetto a quelle dell’eolico terrestre – spiega l’ingegnere – Pensiamo all’azione delle onde, delle correnti, l’azione aggressiva della salsedine e dell’acqua».

Il tasso di innovazione tecnologica è ancora più elevato nel caso dell’eolico galleggiante, a sua volta differente dall’eolico offshore tradizionale. «Si basa su una fondazione sottoposta a sollecitazioni simili a quelle delle barche, per esempio».

Conta su un sistema di ancoraggio al fondale che va studiato in maniera totalmente differente dalle fondazioni fisse, basate su pali o su tralicci. Finora si sono presi in considerazioni piattaforme del settore oil and gas, impiegando ancore marine terminali. Esistono anche tecniche di ormeggio con elementi tesi, pali ad avvitamento, fondazioni a gravità o coppe ad aspirazione.

Perché scegliere di realizzare un parco eolico galleggiante rispetto a un offshore tradizionale?

«Le fondazioni con struttura fissa, bloccate sul fondale, possono essere possibili fino a una certa profondità (30 metri al massimo). Quindi, sono molto condizionate dalla profondità dei fondali. Il problema è che con questo tipo di soluzioni si deve stare vicino alla costa. Ed è per questo che vanno incontro a diversi ostacoli e barriere, culturali ed economiche: parliamo di pesca, di turismo, di navigazione da diporto o di balneazione. I fondali marini italiani, per conformazione, generalmente digradano rapidamente in profondità. Questo è un elemento utile per l’eolico galleggiante, potendo cogliere due ulteriori vantaggi: non si vedono a occhio nudo dalla riva e contano su una portata di vento maggiore in mare aperto», risponde Severini.

Eolico galleggiante: è una soluzione affidabile anche in caso di tempeste marine?

«Qualsiasi oggetto che si trovi in mare, fisso o galleggiante che sia, è soggetto a sollecitazioni importanti. Gli studi preliminari svolti per individuare le aree più vocate, tengono conto della portata massima delle onde. In ogni caso l’offshore subisce maggiori sollecitazioni nel Mare del Nord, dove esistono diverse infrastrutture, con onde che raggiungono i 10-12 metri».

Che potenzialità offre l’eolico galleggiante per l’Italia?

«L’opportunità per il nostro Paese nasce dal fatto che in Europa, pur essendoci aziende di importanza internazionale, sono tutte consolidate su parchi eolici offshore caratterizzati da turbine da 5-6 MW mentre le tecnologie emergenti stanno puntando su modelli da 10-14 MW. Quindi si tratta di soluzioni con dimensioni e pesi tali da mettere fuori combattimento tutti i cantieri attualmente esistenti in Europa. Una sfida da cogliere, quindi, sarebbe realizzare un hub italiano di riferimento per la cantieristica eolica offshore galleggiante e fissa, potendo così servire idealmente il mercato UE. Solo per realizzare il parco eolico galleggiante in Sicilia serviranno 90mila tonnellate di lamiere d’acciaio. Moltiplicando per 4500 euro a tonnellata, si tratta di 405 milioni di euro, cifre di assoluto interesse per un’attività industriale di tipo metalmeccanico. Pensiamo all’indotto generato, allo stimolo occupazionale offerto dalla richiesta di manodopera, dalla leva portata dall’innovazione tecnologica».

Che caratteristiche dovrebbe avere questo hub per l’industria dell’eolico offshore?

«Avrebbe bisogno di un’area abbastanza ampia, sul mare in una zona portuale, già attrezzata per abbattere i costi di produzione e avere già in loco molti presupposti».

L’eolico offshore si candida quindi alla rinascita dell’area ex Ilva di Taranto?

«Proprio così. Avremmo lamiere prodotte localmente, con una filiera corta di produzione e costituirebbe una potenzialità stimolante per il mondo siderurgico, oltre che metalmeccanico, un’occasione per fare interagire tra loro i comparti. Taranto conta sul più grande porto italiano, con potenzialità di sviluppo ancora significative. Ci sono, quindi, tutti i presupposti per creare un nuovo polo produttivo. Serve il coraggio necessario per scommettere e investire. Oggi il parco eolico di Taranto viene costruito da aziende estere, pur contando su ottimi attori nazionali. Il problema è che l’offerta fatta in gara dal competitor estero, pur dovendo far pervenire i componenti da molto più lontano, è risultata inferiore».

Che difficoltà e ostacoli comportala realizzazione di un parco eolico offshore in Italia? 

«A livello burocratico abbiamo potuto testare l’efficacia e l’adeguatezza del sistema normativo e amministrativo italiano e non possiamo nascondere i problemi. Innanzitutto, queste attività sono suscettibili di molteplici approvazioni, ambientali e non solo: la Valutazione di impatto ambientale (Via); l’Autorizzazione Unica (uno degli iter procedurali previsti dalla normativa vigente per realizzare impianti alimentati a fonti rinnovabili) del Ministero dei Trasporti; la concessione demaniale marittima rilasciata sempre dallo stesso dicastero con procedure legate alle capitanerie di porto. Ci sono poi numerose altre autorizzazioni, senza però che esista un coordinamento adeguato. Tutt’altro. Si parla tanto di semplificazione anche in questi giorni: sarebbe il caso di attuarla davvero, coinvolgendo esperti del campo».

È possibile produrre energia eolica offshore e tutelare l’ambiente?

«Produrre energia eolica significa sfruttare una delle fonti più green perché l’energia dal vento non comporta un impatto così sensibile rispetto ad altre fonti. L’attenzione ai fondali marini e dell’avifauna sono considerate. Nel primo caso è utile sapere che le aree dove sorgono i parchi eolici offshore diventano aree protette, dove vige il divieto di navigazione e sono aree di ripopolamento e autentiche oasi per la fauna ittica. Per quanto riguarda l’avifauna, ci sono studi che evidenziano una maggiore probabilità di collisione con tralicci dell’alta tensione o con i grattacieli rispetto agli impianti eolici. Ma la vera questione riguardante la sostenibilità ambientale offerta dall’eolico offshore è confrontare i benefici e la necessità di puntare su fonti rinnovabili cercando di ridurre fortemente la dipendenza dai combustibili fossili e le relative emissioni generate. La correlazione tra mortalità di specie animali ed emissioni derivanti da petrolio & C. è evidente. Per questo occorre puntare sull’energia eolica e farlo in fretta».

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