Siccità in Italia: tutte le colpe di un Paese in ritardo e sprecone

Dalla discutibile gestione dell’acqua potabile alle scelte miopi su fiumi e acque sotterranee fino agli sprechi causati da tutti noi: così l’Italia paga ancora di più la situazione climatica già grave

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Siccità in Italia: tutte le colpe di un Paese in ritardo e sprecone

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La siccità in Italia è la notizia del giorno ed è un paradosso. Sì, perché il nostro Paese – ricorda il WWF – è potenzialmente tra i più ricchi d’acqua, con precipitazioni medie pari a circa 300 miliardi di metri cubi ogni anno, tra le più elevate in Europa e nel mondo. La disponibilità effettiva di risorse idriche è, secondo alcune stime, di 58 miliardi di metri cubi. Di questi, quasi i tre quarti provengono da sorgenti superficiali, fiumi e laghi, mentre il 28% da risorse sotterranee (falde non profonde). “Purtroppo questa disponibilità si sta progressivamente riducendo e si assiste a un generale decremento del volume annuale di acqua che defluisce a mare”, scrive l’organizzazione ambientalista.

Siamo un Paese ricco d’acqua, ma anche di sprechi e di mille contraddizioni. Nei giorni in cui il Consiglio dei Ministri ha deliberato lo stato di emergenza per siccità per Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Veneto e Piemonte, con relativi sostegni economici, scopriamo che gli italiani consumano a testa 245 litri d’acqua al giorno, ricorda SIMA – Società Italiana di Medicina Ambientale. Oltre agli sprechi perpetrati da noi cittadini, si aggiunge la rete idrica colabrodo. Istat ricorda che Nel 2020 sono andati persi 41 metri cubi al giorno per chilometro di rete nei capoluoghi di provincia e città metropolitana, ovvero un terzo (36,2%) dell’acqua immessa in rete.  Si aggiungano poi le scelte discutibili fatte in materia di fiumi e di acque sotterranee, come vedremo di seguito.

La siccità c’è e le condizioni straordinarie in termini di scarse precipitazioni e di temperature eccezionalmente elevate sono un dato di fatto, che hanno provocato anche la tragedia della Marmolada. Ma, tra le cause della grave situazione in cui ci dibattiamo ci sono vari fattori su cui è bene fare luce.

Siccità in Italia: una situazione eccezionale di cui paga l’agricoltura

Partiamo, innanzitutto, dalla siccità in Italia. Annota Coldiretti che il 2022 si classifica nel primo semestre in Italia come l’anno più caldo di sempre con una temperatura addirittura superiore di 0,76 °C rispetto alla media storica, “ma si registrano anche precipitazioni praticamente dimezzate lungo la Penisola con un calo del 45%”, riporta lo studio presentato in questi giorni all’Assemblea Nazionale dell’ANBI – Associazione Nazionale Consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Le due organizzazioni nella stessa occasione hanno presentato un piano invasi contro la siccità, cercando di affrontare una situazione eccezionale.

Siccità in Italia: una situazione eccezionale di cui paga l’agricoltura

Coldiretti ha ricordato l’anomalia climatica più evidente quest’anno che si è avuta a giugno. Durante lo scorso mese, infatti, è stata registrata una temperatura media superiore di ben +2,88 °C rispetto alla media su valori vicini al massimo registrato nel 2003, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Isac Cnr che effettua rilevazioni in Italia dal 1800. Tutto questo ha contraccolpi pesanti sulle coltivazioni: i danni a livello economico superano già oggi i 3 miliardi di euro nelle campagne, mentre le rese agricole registrano cali medi del 30% nel 2022 per il mais e per il grano, minacciando di condizionare la produzione anche in futuro.

Italia: un Paese ricco d’acqua, ma con reti colabrodo e incapacità di gestione

L’Italia resta comunque un paese piovoso con circa 300 miliardi di metri cubi d’acqua che cadono annualmente, ma per le carenze infrastrutturali se ne trattengono solo l’11%, segnala ancora Coldiretti. Partiamo da qui: la siccità in Italia è provocata sì da eventi meteo climatici eccezionali, ma ci sono altre cause che contribuiscono alla gravità della situazione.

Una prima causa è rappresentata dalle perdite della rete di distribuzione idrica.  Quella relativa ai 109 capoluoghi di provincia e città metropolitana registra perdite idriche totali pari al 36,2%, secondo l’ISTAT. Lo stesso Istituto nazionale di Statistica annota (dati 2018) perdite d’acqua potabile totali che raggiungono in media il 42% nelle reti comunali di distribuzione di acqua. A fronte di solo due regioni che segnalano perdite inferiori al 30% – Valle d’Aosta e Lombardia – sono molte di più quelle che superano il 50%: Umbria, Lazio, Abruzzo, Sicilia e Sardegna.

La siccità in Italia c’è, ma l’acqua è soggetta al malgoverno. La gestione dell’acqua è frazionata tra numerosi enti e paga un’incapacità di pianificazione. Sebbene la Direttiva quadro Acque (2000/60/CE) individua nelle Autorità di bacino distrettuali gli enti che dovrebbero garantire una visione unitaria e gli indirizzi per una gestione sostenibile dell’acqua,da anni questi enti sono marginalizzati e le Regioni controllano direttamente la gestione del rischio idrogeologico, gran parte delle concessioni d’uso e le politiche agricole, senza coordinarsi tra di loro e perdendo una indispensabile visione a livello di bacino idrografico”, ricorda ancora l’associazione ambientalista.

Corsi d’acqua e acque sotterranee: tesori preziosi, vittime di scelte sbagliate

Se oggi la notizia di cronaca è la siccità in Italia, quella che invece in pochi ricordano è legata alla politica di cementificazione e canalizzazione che ha impoverito i corsi d’acqua in Italia, dragati e sbarrati. In buona sostanza, sono vittima di scelte miopi e insostenibili. WWF Italia rileva a questo proposito:

Sono state ridotte le aree naturali di esondazione, distrutte le fasce riparie costituite da boschi e zone umide, che creano quella vitale “spugna” che favorisce la ritenzione delle acque e la ricarica delle falde durante le piene, rilasciandola progressivamente durante i periodi di siccità e contribuendo ad attenuare gli effetti straordinari dei cambiamenti climatici. Come se non bastasse abbiamo bonificato e cancellato il 66% delle zone umide, cruciali per i servizi ecosistemi che garantiscono e per mitigare gli effetti nefasti della crisi climatica”.

Oltre ai fiumi ci sono altre fonti d’acqua dolce che avrebbero bisogno di tutt’altra considerazione. Sono le acque sotterranee, un tesoro da tutelare in Italia e in tutto il mondo in quanto costituiscono la più grande riserva idrica del pianeta. Peccato che l’acqua di falda sia anche una delle risorse più dimenticate, malgrado siano molto preziose.

Legambiente ha presentato un dossier dedicato, ricordando che in Italia, nel 2018, sono stati prelevati più di 9,2 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile, di cui in media circa l’85% deriva dalle acque di falda. “Alcune Regioni, come Umbria e Valle d’Aosta, ne dipendono totalmente”, ricorda.

La stessa associazione rileva come prioritario raggiungere gli obiettivi stabiliti dalla Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE) che specifica le norme per impedire il deterioramento dello stato dei corpi idrici dell’UE e per conseguire un “buono stato”» dei fiumi, dei laghi e delle acque sotterranee in Europa, prevedendo di proteggere tutte le forme di acqua, comprese quelle sotterranee entro il 2027.

Come è messa l’Italia? È in forte ritardo, rileva Legambiente. Da un punto di vista quantitativo, solo il 75% dei corpi idrici sotterranei risulta classificato e di questi solo il 61% risulta in uno stato chimico “buono”, il 14% “scarso” e ben il 25% ancora non classificato (261 corpi idrici sui 1052 totali). Simile lo stato qualitativo che vede l’83% delle acque sotterranee classificate, di cui il 58% è in stato “buono”, 25% scarso e 18% non ancora classificato.

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