Un Piano anti-trivelle ‘nascosto’ nei cassetti del ministero

Legambiente, Wwf e Greenpeace svelano un documento sul decomissioning che parla di 25 piattaforme, 8 teste di pozzo sottomarine, 1 cluster; con la questione aperta della fascia di interdizione per la tutela delle acque. Il programma concordato tra Sviluppo economico, Ambiente, Beni culturali e Assomineraria.

Pronto da dicembre 2018, da dismettere ci sono 34 impianti offshore

a cura di Tommaso Tetro

34 impianti offshore da dismettere in Italia

C’è un Piano anti-trivelle ‘nascosto’ nei cassetti del Ministero dello Sviluppo economico. E’ li’, pronto da dicembre dell’anno scorso, e racconta della dismissione di 34 impianti offshore. Un documento che le maggiori associazioni ambientaliste – Legambiente, Wwf, Greenpeace – hanno deciso di rendere pubblico dal momento che – dicono – “i ministeri competenti sono incapaci di prendere una decisione sul decomissioning”. Oltre a questo c’è l’avvicinamento alla data del 30 giugno, giorno in cui il ministero dello Sviluppo economico dovrà andare avanti con la dichiarazione di dismissione mineraria prevista dal decreto di febbraio di quest’anno.

Tra i 34 impianti offshore – contemplati dalla ‘Dichiarazione congiunta sul programma di attività per la dismissione delle piattaforme offshore’ (questo il nome del Piano per esteso) – ci sono 25 piattaforme, 8 teste di pozzo sottomarine, 1 cluster; e, di questi, 27 rientrano nella fascia di interdizione delle 12 miglia.

Il maggior numero, 29 impianti, si trovano nel tratto di mare tra Veneto e Abruzzo, 2 davanti alla 

Puglia, 1 davanti a Crotone e 2 nel Canale di Sicilia. Inoltre dei 34 impianti, 27 (pari al 79,4%) sono localizzati nella fascia di interdizione a nuove attività offshore delle 12 miglia (istituita nel 2013 per tutelare le acque territoriali e gli ambienti costieri).

Si tratta di un programma che sarebbe stato concordato a dicembre del 2018 tra ministero dello Sviluppo economico, ministero dell’Ambiente, ministero dei Beni culturali e da Assomineraria, cioè l’associazione di categoria dei petrolieri. In base al lavoro dell’Ufficio minerario per gli idrocarburi e le georisorse del ministero dello Sviluppo e della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente, gli impianti scelti per la dismissione hanno rispettato tre criteri: piattaforme costruite ma mai entrate in produzione; piattaforme o teste di pozzo produttive ma non eroganti da almeno 5 anni; piattaforme o teste di pozzo che negli ultimi 10 anni abbiano estratto quantità di idrocarburi liquidi o gassosi esigue, al di sotto della soglia di ‘franchigia’, ovvero con una produzione al di sotto degli 80 milioni di metri cubi di idrocarburi gassosi e delle 50 mila tonnellate di petrolio all’anno.

Viene infatti ricordato che la metà dei 34 impianti individuati non hanno mai ricevuto una Valutazione di impatto ambientale (Via), dal momento che sono stati autorizzati prima del 1986 (anno in cui la Via entrò in vigore in Italia); tra questi, 4 piattaforme hanno 50 o più anni (Porto Corsini Mwa, San Giorgio a Mare 3, Santo Stefano a Mare 1.9, Santo Stefano a Mare 3.7), 4 più di 40 anni (Armida 1, Diana, San Giorgio a Mare C, Santo Stefano Mare 4), e 13 (oltre il 38% del totale) tra i 30 e 40 anni. In tutto – viene fatto presente – sono 138 gli impianti offshore che occupano i nostri mari, 94 dei quali nella fascia delle 12 miglia, e che di questi il 44,6% non sono mai stati sottoposti a Via.

Insomma, per le associazioni, il ministero dovrebbe avviare la procedura di dismissione dei primi 22 impianti entro fine mese; e, al massimo nei prossimi due anni, degli altri 12. Stiamo parlando di quegli impianti mai entrati in produzione, non produttivi da almeno 10 anni, che non erogano gas o petrolio da almeno cinque anni. Infine, viene ricordato, che “l’Italia deve dotarsi di un Piano nazionale energia e clima che permetta di emancipare il Paese dai combustibili fossili e di intraprendere con decisione la strada della decarbonizzazione; procedendo – secondo la Strategia energetica nazionale (Sen) – con la chiusura entro il 2025 delle centrali a carbone e con un rinnovato sostegno alle fonti rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico.

 

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