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Indice degli argomenti Toggle Cosa sono i PFAS o inquinanti eterniLe principali fonti di PFAS: prodotti e diffusioneStoria ed evoluzione dei PFASLe origini: Plunkett e la scoperta del Teflon Dupont e 3MLa scoperta dei PFAS in ItaliaVeneto: il disastro ambientale di MiteniPiemonte: Solvay e Spinetta MarengoLombardia: Olona, Lambro e SevesoToscana: l’industria del tessile e conciarioLa mappa dell’inquinamento da PFAS in EuropaEsposizione umana ai PFASPfas nel ciboPFAS nell’acqua potabilePFAS nell’aria: i Gas fluoruratiPFAS: effetti sulla salute umana e cancroCome eliminare i PFAS: tecniche e metodiNormative e limiti dei PFASAlternative ecologiche ai PFASFAQs PFASCosa sono i PFAS?Dove si trovano i PFAS?Quando sono stati scoperti i PFAS?Quali sono gli effetti dei PFAS sulla salute umana?Come avviene la contaminazione da PFAS?Quali sono le fonti comuni di PFAS nell’ambiente?Come ridurre l’esposizione ai PFAS?I PFAS sono regolamentati in Europa? E in Italia?Quali sono le alternative ai prodotti contenenti PFAS?Come vengono trattate le acque contaminate da PFAS?Quali test possono rilevare la presenza di PFAS nel corpo?Quali aziende sono note per l’uso di PFAS nei loro prodotti?Quali prodotti contengono PFAS?Perché i PFAS sono chiamati “inquinanti eterni”?I PFAS sono presenti nell’acqua potabile?Come eliminare i PFAS dall’acqua?Quali prodotti domestici contengono PFAS?Quali sono le aree al mondo più colpite dalla contaminazione da PFAS?Quali aree contaminate da PFAS esistono in Italia?I PFAS sono un pericolo per la salute pubblica?Quali normative regolano i PFAS in Europa? Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), sono un gruppo di sostanze chimiche artificiali che conferiscono ai prodotti scivolamento, resistenza al calore, all’olio, alle macchie, al grasso e all’acqua. Queste straordinarie caratteristiche ne hanno garantito una massiccia diffusione in tutto il mondo in numerosi settori industriali (ad es. tessile, prodotti per la casa, prodotti antincendio, automobilistico, alimentare, edile, elettronico). Le PFAS sono migliaia – nella banca dati dell’OCSE ne sono elencate oltre 4.700 – e tutte hanno in comune una persistenza estremamente elevata, nell’ambiente e nell’organismo umano. Insieme alle plastiche (microplastiche e nanoplastiche), rappresentano una delle più gravi minacce per la salute del Pianeta. Detti inquinanti eterni (dall’inglese “forever chemicals”) perché, l’unione di una molecola di carbonio ed una di fluoro – tra i più forti esistenti nella chimica organica – crea un legame indissolubile, indistruttibile, eterno. E, essendo idrosolubili, si diffondono facilmente nell’ambiente, anche attraverso l’acqua: sono state rilevati persino nell’acqua piovana, nell’acqua potabile, nelle falde acquifere e anche nel sangue di cittadini europei e americani. Il problema è che a diverse PFAS sono associati gravi timori per la salute (alcune cancerogene). Sebbene le aziende 3M e DuPont, tra i maggiori utilizzatori di pfas, già almeno dagli anni Sessanta ne avessero accertato la pericolosità, è solo da pochi anni che tutti ne siamo venuti a conoscenza. Come spesso accade, una tecnologia nata e sviluppata in campo militare e aeronautico (ad es. l’aerogel) viene riconvertita, in tempo di pace, ad usi in ambito civile e industriale. E i PFAS non fanno eccezione. Inventati 70 anni fa e utilizzati nel progetto “Manhattan” per costruire la bomba atomica, per le qualità di impermeabilità all’acqua e all’olio, durevolezza, resistenza al calore, nel dopoguerra si sono diffusi ovunque, dai trattamenti antimacchia delle vettovaglie, alle padelle antiaderenti (Teflon), ai vestiti impermeabili (Gore-Tex), tappeti, corde di chitarra, batterie, vernici, involucri di alimenti e filo interdentale. Una ricerca del 2007 ha scoperto che il fiume Po aveva livelli di inquinamento impressionanti: i 2/3 di tutte le sostanze rintracciate in Europa. Nel 2013 uno studio del CNR-IRSA porta alla luce un grave inquinamento da PFAS in alcune aree del Veneto situate tra le province di Vicenza, Verona e Padova. La provincia di Vicenza è stata la prima a tentare di decontaminare le acque inquinate da pfas. E ci è riuscita grazie ai carboni attivi ricavati dalle noci di cocco. Il problema è la durata: vanno sostituiti ogni mese e il costo è molto elevato. Per eliminarli del tutto c’è bisogno di temperature molto elevate, oltre mille gradi. Cosa sono i PFAS o inquinanti eterni Con la siglia PFAS s’intende un gruppo di sostanze chimiche artificiali che, dal dopoguerra ad oggi si sono diffuse rapidamente: usati come adiuvanti in centinaia di processi industriali e per la produzione una miriade di prodotti e oggetti di uso quotidiano. Denominati inquinanti eterni (o “forever chemicals”), per l’essere sostanze Persistenti, Bioaccumulanti e Tossiche. Sono perciò molto pericolose, da una parte perché permangono nell’ambiente per centinaia di anni, dall’altra perché sono assorbite facilmente e si accumulano nell’organismo che, non li metabolizza, né espelle. È stato dimostrato che molti PFAS hanno un impatto negativo sulla salute umana, sono interferenti endocrini, e due delle varianti più conosciute – PFOS e PFOA – sono certamente cancerogene. Il legame carbonio-fluoro, che le contraddistingue – tra i legami chimici più forti nella chimica organica – rende tali sostanze estremamente stabili, con caratteristiche non solo idrofobiche, ma anche idrosolubili e oleo repellenti. Ciò spiega la grande diffusione nell’ambiente: l’unica azione in grado di rompere la molecola e, dunque, il legame carbonio – fluoro è l’incenerimento a una temperatura superiore a 800 gradi. In base alla lunghezza della catena di carbonio fluorurato, si possono distinguere PFAS a catena corta e lunga. Le loro proprietà le rendono particolarmente resistenti alle reazioni chimiche, al calore e all’abrasione o frizione, e servono per conferire ai materiali proprietà di antiaderenza e impermeabilità sia all’acqua che agli oli (capacità di idrorepellenza e oleorepellenza). Grazie alle loro caratteristiche di aumentare la resistenza alle alte temperature, grassi e acqua, le sostanze perfluoroalchiliche o PFAS sono utilizzate in una moltitudine di prodotti – industriali e di consumo – come: tessuti, tappeti ed abbigliamento, prodotti di carta e cartone a contatto con gli alimenti, pentole antiaderenti, schiume antincendio, tensioattivi per l’industria estrattiva e i pozzi petroliferi, lucidanti per pavimenti e formulazioni di insetticidi. Per tutte le caratteristiche citate, le sostanze perfluoroalchiliche sono molto persistenti nell’ambiente: contaminano il suolo, l’aria, l’acqua e arrivano all’uomo attraverso la catena alimentare. Come si è detto, sono idrosolubili, con la conseguenza che si diffondono facilmente in ambiente idrico. L’accumulo nella catena alimentare, sia acquatica che terrestre, è stato descritto recentemente in modo molto dettagliato in un’opinione scientifica dell’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) del 2018, che indica la presenza delle più alte concentrazioni di PFOS e di PFOA nelle principali categorie alimentari: il pesce, la carne, le uova nel caso del PFOS, il latte, i prodotti derivati dal latte, l’acqua potabile e il pesce nel caso del PFOA. Nonostante siano trascorsi oltre 80 anni dalla creazione involontaria in laboratorio del primo PFAS, il PFTE o Teflon, non esiste una definizione universalmente accettata per questi composti: in base ai criteri adottati, il numero complessivo varia da 4730 (secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico – OCSE) fino a oltre 12 mila. L’interesse per questi composti artificiali è cresciuto dopo alcuni eclatanti episodi di contaminazione: acque potabili e alimenti erano state contaminate dall’emissione incontrollata nell’ambiente in USA, Europa, Cina e, in Italia, in un’ampia porzione del Veneto, Lombardia, Piemonte e Toscana. Le principali fonti di PFAS: prodotti e diffusione A partire dagli anni ’40 i PFAS si sono diffusi in tutto il mondo e oggi invadono (come l’amianto è stato per l’edilizia) tutti i settori economici e industriali, e sono presenti in una moltitudine di prodotti di largo consumo: imballaggi alimentari, padelle antiaderenti, filo interdentale, carta forno, cannucce ecologiche e biodegradabili, farmaci, cosmetici, emulsionanti e tensioattivi in prodotti per la pulizia, nella formulazione di insetticidi, rivestimenti protettivi e impermeabilizzanti, schiume antincendio e vernici. I composti perfluoroalchilici vengono usati nei rivestimenti dei contenitori per il cibo, come ad esempio quelli dei «fast food» o nei cartoni delle pizze d’asporto, nella produzione del Teflon (dalle note proprietà antiaderenti) e del Gore-Tex, materiale che ha trovato applicazione in numerosi campi. Sono impiegate anche nella produzione di capi d’abbigliamento impermeabili, in prodotti per stampanti, pellicole fotografiche e superfici murarie, in materiali per la microelettronica e nelle meccaniche di precisione, grazie alla loro capacità di ridurre l’attrito nelle parti rotanti. Sono usati nell’industria galvanica (in particolare cromatura), scioline, gas refrigeranti, nell’attività estrattiva dei combustibili fossili, in alcune applicazioni del settore della moda (compresa la cosiddetta Fast Fashion), dell’industria della gomma e della plastica, nelle cartiere, nei lubrificanti, nei trattamenti anticorrosione, nel settore aeronautico, aerospaziale e della difesa, per la produzione dei vari componenti meccanici. Infine, una determinata tipologia di PFAS, i Fluoropolimeri trovano impiego in applicazioni ad alto contenuto tecnologico, come nei dispositivi medicali, nelle batterie agli ioni di litio, nell’isolamento di cavi per le nuove tecnologie, nella realizzazione di semiconduttori per l’elettronica, nelle installazioni per gli impianti di energia rinnovabile (come batterie e celle a combustibile). Storia ed evoluzione dei PFAS L’industria chimica già dagli anni Sessanta era consapevole dei rischi per la salute associati ai Pfas, ma li ha tenuti nascosti continuando a fare profitto, produrre e inquinare. E’ soltanto grazie alla difficile battaglia dell’avvocato Robert Bilott che il mondo ne è venuto a conoscenza: egli ha fatto causa al colosso della chimica DuPont, svelando documenti che coprono oltre 40 anni di storia e che rivelano come l’azienda sapesse già dal 1961 delle criticità di quelle sostanze. E, come l’industria del tabacco, hanno insabbiato le prove, nascondendo la verità per quasi mezzo secolo. La storia è narrata nel film “Cattive acque” (Dark Waters) di Todd Haynes e in un articolo del New York Times dal titolo The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare a cura di Nathaniel Rich. L’avvocato Robert Bilott che ha fatto emergere la verità sui PFAS (fonte: NYT) Nel documento “The Devil They Knew, Chemical Documents Analysis of Industry Influence on PFAS Science”, gli autori affermano che «l’industria disponeva di molteplici studi che mostravano effetti negativi sulla salute almeno ventun anni prima che i dati venissero resi pubblici» e che «DuPont aveva prove della tossicità dei PFAS da studi interni sugli animali e sul lavoro che non ha pubblicato nella letteratura scientifica e non ha riferito i risultati all’EPA come richiesto dal TSCA. Questi documenti erano tutti contrassegnati come “confidenziali” e, in alcuni casi, i dirigenti dell’industria hanno dichiarato esplicitamente di “volere la distruzione di questo promemoria». E’ certo che la Dupont ha fortemente contaminato le falde acquifere sulle sponde del fiume Ohio. Nel 2019, lo stato dell’Ohio ha identificato 1.500 siti contaminati da PFAS, compresi siti vicino a basi militari e aeroporti. In seguito alla contaminazione vennero fatte delle analisi epidemiologici indipendenti dove la popolazione è risultata affetta da una o più patologie PFAS-associate (cancro del rene, cancro del testicolo, malattie della tiroide, ipercolesterolemia, colite ulcerosa, ipertensione gravidica/preeclampsia). Le origini: Plunkett e la scoperta del Teflon Tutto ha inizio in un laboratorio della DuPont. Era il 6 aprile 1938, il dottor Roy J. Plunkett e i suoi colleghi, nel lavorare con i gas refrigeranti, scoprirono che un campione congelato e compresso di tetrafluoroetilene si era polimerizzato spontaneamente in un solido bianco ceroso per formare politetrafluoroetilene (PTFE), il capostipite di una folta dinastia di PFAS (oggi se ne contano migliaia). Il dottor Roy Plunkett e altri due chimici della DuPont Il PTFE è un fluoropolimero dalle caratteristiche straordinarie, resistente al calore e agli agenti chimici: è considerato il materiale più scivoloso esistente. Ha rivoluzionato l’industria delle materie plastiche e ha dato origine a innumerevoli applicazioni a beneficio del mondo intero. Per il suo contributo, Plunkett ha ricevuto importanti riconoscimenti dalla comunità scientifica, accademica e civile di tutto il mondo. È stato inserito nella Plastics Hall of Fame nel 1973 e nella Nation’s Inventors Hall of Fame nel 1985, unendosi a scienziati e innovatori di fama mondiale come Thomas Edison, Louis Pasteur e i fratelli Wright. Considerato il periodo bellico, venne inizialmente impiegato nel “Progetto Manhattan” per costruire la bomba atomica (Oppenheimer l’ha utilizzato per separare l’uranio e nel materiale di guarnizioni e valvole) e nei rivestimenti dei carri armati, durante la Seconda Guerra Mondiale. Terminato il conflitto, la DuPont si rivolse a nuovi usi, civili e industriali. Dopo averlo brevettato con il marchio Teflon nel 1945, dall’anno successivo cominciò la commercializzazione dei primi prodotti, dalle pentole antiaderenti, ai rivestimenti antimacchia per tessuti e prodotti tessili. L’invenzione fu talmente rivoluzionaria per l’industria della plastica, che diede vita a infinite applicazioni di svariati settori: aerospaziale, delle comunicazioni, dell’elettronica, dei processi industriali e dell’architettura. Dupont e 3M Due importanti aziende negli Stati Uniti hanno prodotto la maggior parte dei PFAS emergenti: 3M, produttore di Scotchgard, ed E.I. du Pont de Nemours & Company, noto come DuPont, produttore di Teflon. La loro tossicità è diventata di pubblico dominio solo sul finire degli anni 90, sebbene già trent’anni prima, DuPont e 3M, i più grandi produttori di PFAS, sapevano dell’esistenza dei pericoli per la salute ad essi associati. Analizzando i documenti dell’epoca (Gaber et al., 2023) dal 1961 al 2006, emerge come l’industria chimica sapesse della natura pericolosa degli PFAS e abbia utilizzato analoghe strategie alle industrie del tabacco per sviare l’opinione pubblica, sopprimere i risultati della ricerca scientifica, celandone la pericolosità. Già nel 1961 (Mastromatteo et al.), ci si interrogava sulla tossicità del Teflon in seguito alla decomposizione sottoposto a calore. Poi ci fu il caso di un lavoratore di una base americana che avrebbe fumato una sigaretta contaminata con Teflon e sarebbe morto sul posto. Nel 1980, uno studio di sorveglianza professionale pubblicato dal direttore medico della 3M ha rilevato livelli elevati di sostanze fluorochimiche nel sangue dei lavoratori dello stabilimento 3M (Ubel et al., 1980). Nel 1981, la società osservò il PFOA nei campioni di sangue prelevati da lavoratrici incinte presso la struttura di Washington Works e almeno una donna aveva trasferito la sostanza chimica al suo feto. Tutto è rimasto nascosto per anni, finché, grazie alla causa intentata contro la DuPont, da parte dell’avvocato Robert Bilott per conto dell’allevatore Wilbur Tennant, che aveva visto morire centinaia delle sue mucche che si abbeveravano nel fiume Ohio, la pericolosità dei PFAS diventa finalmente di dominio pubblico. DuPont è stata tra le prime aziende negli USA a produrre il Teflon (materiale plastico che, fino al 2013, era prodotto con acido perfluoroottanoico, anche detto PFOA o C-8). L’azienda che, noncurante delle evidenze, tra il 1951 e il 2003 sversò quasi 7.100 tonnellate di fanghi contenenti PFOA nel fiume Ohio, fu alla fine condannata a risarcire l’allevatore per 16 milioni di dollari e qualche tempo dopo ad una multa di 671 milioni di dollari nei confronti degli abitanti del West Virginia che bevevano acqua potabile inquinata. Fu la più grande sanzione civile mai ottenuta negli Stati Uniti in base alle leggi ambientali del periodo. La scoperta dei PFAS in Italia Nel Nord Italia è concentrato il più grande inquinamento da PFAS d’Europa. Inizialmente ritenuto circoscritto ad una sola parte del Veneto, è stata poi riscontrato anche nelle regioni vicine: in Lombardia, Piemonte e, di recente, anche in Toscana. La presenza dei PFAS in Italia era già stata accertata quasi vent’anni fa. Era il 2007 e il Prof. Michael MacLachlan, firmatario dello studio Perforce, nell’analizzare campioni d’acqua prelevati dalle foci dei 14 principali fiumi europei (tra cui Reno, Danubio, Elba, Oder, Senna, Loira e Po) ha riscontrato la più alta concentrazione di perfluoroottanoato (PFOA) nel fiume Po: 200 ng/L, i due terzi dello scarico totale di PFOA di tutti i fiumi studiati. Quello che emerge è un quadro allarmante per l’Italia, la Pianura Padana risulta infatti la più vasta area a maggior inquinamento da PFAS d’Europa. Analisi campioni d’acqua delle foci dei 14 principali fiumi europei, tra cui Reno, Danubio, Elba, Oder, Senna, Loira e Po (MacLachlan, studio Perforce) MacLachlan, individuerà nella Solvay la principale fonte d’inquinamento. “Basandoci sulla nostra conoscenza del PFOA come produzione e utilizzo, riteniamo Solvay Solexis la principale fonte di emissione di PFOA nel fiume Po. Vi esortiamo ad indagare”, scriverà infatti a Giuseppe Malinverno, allora dirigente Solvay. Queste prime, clamorose scoperte, aprirono la strada a nuove indagini e approfondimenti: tra il 2011 e 2013, uno studio (Polesello et al., 2013) nato dalla convenzione tra Ministero dell’Ambiente e IRSA–CNR per la valutazione del Rischio Ambientale e Sanitario associato alla contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) nel Bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani (Po e tributari, Adige, Tevere, Arno), bacini con elevate pressioni antropiche (Brenta, Lambro) e le aree di transizione (Laguna di Venezia, Delta del Po). Le fonti inquinanti identificate, sono state classificate in: fonti puntuali: impianti fluorochimici di Spinetta Marengo (AL) e Trissino (VI) fonti «diffuse»: Distretti tessili-conciari dell’Arno e Bacino Olona-Lambro Emerge che le zone industriali del Paese, come storicamente è il Settentrione, sono quelle maggiormente esposte all’inquinamento da PFAS. Oltre al Veneto, infatti, elevati livelli di inquinamento sono stati registrati anche nel Piemonte (Spinetta Marengo, Alessandria), Lombardia e Toscana. In numerosi corsi d’acqua della Toscana, sono state rinvenute tracce di Pfas. Oltre ai distretti del tessile, conciario e cuoio (questione emersa già dal 2013 con uno studio del Cnr-Irsa e dalle indagini periodiche dell’Arpa Toscana), Greenpeace ha scoperto l’inquinamento da PFAS causato dal distretto cartario di Lucca. Veneto: il disastro ambientale di Miteni Quello in Veneto è uno dei casi più gravi di contaminazione in Europa, con un’estensione di oltre 150 chilometri quadrati e il coinvolgimento di oltre 350 mila persone. Nonostante la gravità della situazione, ancora oggi l’inquinamento continua a propagarsi dalla sede di Miteni, visto che non è stata mai realizzata una vera bonifica del sito contaminato. Per mezzo secolo, l’azienda chimica Miteni ha prodotto PFAS a Trissino (Vicenza), inquinando il fiume Fratta, falde acquifere e terreni. Contaminazione da PFAS nel Veneto (fonte: MedicinaDemocratica) In seguito alla contaminazione da PFAS accertata da Arpa Veneto nelle provincie di Padova, Verona e Vicenza, Enea (agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e ISDE (associazione internazionale dei medici per l’ambiente) hanno condotto sinergicamente uno studio epidemiologico sulla popolazione delle aree colpite. È stato rilevato che, “rispetto ad una popolazione non esposta a PFAS con l’acqua potabile, in entrambi i sessi, un eccesso di mortalità per diabete, malattie cerebrovascolari, infarto del miocardio e Alzheimer, con incrementi percentuali variabili dal 10 al 25% circa” e “un aumento della prevalenza di ipercolesterolemia, malattie alla tiroide, un eccesso significativo di orchiectomie per cancro del testicolo, un eccesso di nati con bassissimo peso alla nascita (<1.000 grammi), di anomalie cromosomiche e di malformazioni a carico soprattutto del sistema nervoso e dell’apparato cardiovascolare”. Greenpeace, insieme al Movimento MammeNoPfas ed altre associazioni, dopo una lunga battaglia legale, sono riusciti a ottenere i dati della contaminazione alimentare in Veneto e ad ottenere l’introduzione in Veneto di limiti per la presenza di PFAS nell’acqua potabile. La Regione ha avviato nel 2019 uno studio sui prodotti alimentari agricoli (animali e vegetali) per capire la portata della contaminazione (molti usano l’acqua di falda a scopi irrigui) ma, come ricorda Report, a distanza di 7 anni, i risultati non sono ancora disponibili. E intanto, lo scorso 26 giugno, arriva una sentenza storica che riconosce la responsabilità di Miteni nell’inquinamento da Pfas e infligge condanne pesanti. Ben 2.062 pagine di motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Vicenza che ha inflitto 141 anni di carcere a 11 dei 15 manager dell’ex fabbrica chimica di Trissino (Vicenza) e delle multinazionali Icig e Mitsubishi, per l’inquinamento da composti perfluoroalchilici (i cosiddetti “inquinanti eterni”) che ha toccato le provincie di Vicenza, Padova e Verona e 350mila cittadini. Piemonte: Solvay e Spinetta Marengo Già nel 2007, lo studio del Prof. MacLachlan aveva individuato nello stabilimento della Solvay (oggi Syensqo), nell’area industriale di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, il principale responsabile dell’inquinamento da PFAS del fiume Po. Rilevamento PFAS nelle acque piemontesi superficiali e sotterranee (Arpa Piemonte, 2023) I risultati di un biomonitoraggio indipendente, effettuato a maggio 2024 (realizzato e coordinato da Ánemos, Greenpeace Italia e Comitato Stop Solvay), sono allarmanti: tutte le 36 persone che si sono sottoposte alla quantificazione di Pfas nel proprio sangue mostrano concentrazioni superiori ai 2 nanogrammi per millilitro (limite individuato dalla National Academies of Sciences e adottato anche dal protocollo della Regione Piemonte come valore di riferimento). Un primo processo alla multinazionale belga Solvay, individuata come principale fonte di Pfas nel bacino del Fiume Po, ha portato nel 2019 ad una condanna per disastro ambientale colposo e risarcimenti per un milione di euro. Lombardia: Olona, Lambro e Seveso Greenpeace ha pubblicato a maggio 2023 la prima mappa della contaminazione da Pfas in Lombardia, frutto delle analisi condotte tra il 2018 e il 2022 circa la presenza di PFAS nelle acque lombarde a uso potabile. Di tutti i dati ricevuti da Greenpeace, quasi il 20% (738) è risultato positivo alla presenza di queste sostanze. Il numero di siti contaminati indicato nella mappa è notevolmente sottostimato, in quanto vengono riportati gli esiti di analisi fatte esclusivamente nei comuni presenti sulla mappa. Arpa Lombardia ha pubblicato il “Rapporto Pfas 2025”, che fotografa i risultati delle attività di monitoraggio svolte nel corso del 2024 e aggiorna il quadro della contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche sul territorio regionale. Nel corso dell’ultima campagna di monitoraggio, il pozzo di Milano ha fatto registrare un superamento del valore soglia per il Pfos, uno dei composti perfluoroalchilici più persistenti e studiati. Nel maggio 2024, la concentrazione rilevata ha raggiunto 42 nanogrammi per litro, superando il limite di 30 ng/l previsto per le acque sotterranee destinate al consumo umano. Si tratta di uno dei tre casi lombardi di superamento della soglia registrati nel 2024, insieme a Lomazzo e Paderno Dugnano. Dal punto di vista idrografico, Milano è inserita nel sottobacino Olona–Lambro–Seveso, indicato dal rapporto come uno dei più complessi e delicati dell’intera Regione. Si tratta di un’area che attraversa una delle zone più urbanizzate e industrializzate d’Europa, dove la pressione antropica rende particolarmente difficile individuare singole fonti di contaminazione. Nel bacino Lambro–Seveso–Olona, Arpa rileva la presenza diffusa di Pfas nei corsi d’acqua, in particolare in torrenti, canali e rogge di dimensioni medio-piccole, spesso interconnessi con la falda. Questa interconnessione rappresenta un elemento critico, perché favorisce il trasferimento degli inquinanti dalle acque superficiali a quelle sotterranee. Toscana: l’industria del tessile e conciario Già dal 2013 (indagine CNR-IRSA) erano emerse contaminazioni rilevanti da PFAS in Toscana, imputabili al distretto tessile (Prato) e conciario (provincia di Pisa). I successivi monitoraggi condotti dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) hanno confermato tali criticità: stando ai dati raccolti nel 2022 da ARPAT, i PFAS erano presenti nel 76% delle acque superficiali e nel 36% delle acque sotterranee. PFAS in Toscana nel bacino del fiume Arno (fonte: CNR-IRSA) Ulteriore conferma arriva da Greenpeace Italia che, nel gennaio 2024, ha eseguito campionamenti indipendenti nei distretti tessile, conciario, cuoio, cartario e florovivaistico della regione. I risultati dell’analisi hanno mostrato le concentrazioni più elevate nel Rio Malucco, a monte e a valle del depuratore Cuoio-Depur (290,9 nanogrammi/litro) e nel fiume Ombrone a Carmignano, a valle del distretto tessile (116,5 nanogrammi/litro). La mappa dell’inquinamento da PFAS in Europa L’inquinamento da PFAS è pandemico e globale. Il quotidiano francese Le Monde ha creato la Forever Pollution Map, la prima mappa a mostrare l’entità della contaminazione in Europa da parte di queste sostanze tossiche e persistenti, con una raccolta dati su una scala senza precedenti. La contaminazione da PFAS è vasta e diffusa, non risparmia nessuno, ogni Paese ne è coinvolto in misura più o meno maggiore. La mappa dell’inquinamento da PFAS in Europa (Le Monde) La mappa mostra gli impianti di produzione di PFAS, alcune località in cui vengono utilizzati PFAS, nonché i siti in cui è stata rilevata la contaminazione e quelli che potrebbero essere contaminati. A febbraio 2024, in tutta Europa, sono stati rilevati: 20 produttori di PFAS o impianti chimici, 000 siti contaminati da PFAS (nell’acqua, nel suolo o negli organismi viventi). Tra i siti europei più inquinati da PFAS spicca il Belgio, dove nei pressi dello stabilimento 3M di Zwijndrecht sono state rilevate concentrazioni di oltre 72 milioni ng/litro, i Paesi Bassi che in prossimità dello stabilimento Chemours di Dordrecht superano i 4 milioni ng/l e l’Italia con il Veneto che, nella provincia di Vicenza, attorno allo stabilimento della Miteni, supera i 7 milioni ng/l. Esposizione umana ai PFAS La popolazione generale è esposta alle PFAS principalmente attraverso il cibo e l’acqua potabile e potenzialmente attraverso i prodotti di consumo. Sono presenti ovunque nell’ambiente, anche nelle aree più remote del Pianeta (uno studio ha trovato PFAS anche nell’oceano Artico). Come i PFAS si diffondono e si accumulano nell’ambiente (fonte: Greenpeace) Negli alimenti, le specie ittiche al vertice della catena alimentare, i pesci e i molluschi sono fonti significative di esposizione alle PFAS. Il bestiame allevato su terreni contaminati può accumulare PFAS nella carne, nel latte e nelle uova. Un recente rapporto di CNR-IRSA e Greenpeace Italia dimostra come anche solo cuocere cibi sani in acqua contaminata da PFAS, trasmette il contaminante ai cibi lessati che, diventano così un pericolo per la salute umana. Nessuno può sentirsi al sicuro da queste sostanze: numerosi studi hanno rilevato la presenza di Pfas nel sangue umano. Uno studio americano del 2019, che utilizza i dati del National Health and Nutrition Examination Survey, segnala che le sostanze chimiche PFAS sono state rilevate nel sangue del 98% degli americani. E, mentre i livelli ematici possono diminuire nel tempo, i livelli di PFAS “continuano a persistere anche dopo la fine dell’esposizione” accumulandosi nell’organismo, afferma il rapporto. “Alcuni di questi prodotti chimici hanno un’emivita dell’ordine di cinque anni“, ha detto Hoppin. “Se in questo momento hai 10 nanogrammi di PFAS nel tuo corpo, anche senza ulteriore esposizione, tra cinque anni avresti ancora 5 nanogrammi.” Presa Diretta, il programma d’inchiesta Rai con la puntata del 18 marzo “Stop ai veleni” ha dimostrato la presenza degli PFAS ovunque, anche nel nostro sangue. Pfas nel cibo L’uomo può essere esposto ai PFAS da fonti diverse, ad esempio tramite cibi, beni di consumo e anche attraverso l’ambiente. Queste sostanze possono infatti essere immesse nell’ambiente da impianti produttivi, discariche, inceneritori o impianti di trattamento delle acque reflue. E, dall’ambiente, trasferirsi agli alimenti (un ortaggio, ad esempio, può essere contaminato sia dall’acqua usata per irrigare che direttamente dal terreno). Uno dei modi principali in cui i PFAS contaminano gli alimenti è il loro accumulo graduale in acqua, pesci, crostacei, piante e animali. Inoltre i PFAS possono migrare dalla lavorazione di alimenti e dai loro imballaggi. Gli alimenti di origine animale contribuiscono in modo significativo all’esposizione umana alle PFAS. L’EFSA ha concluso che le PFAS si trasferiscono dai mangimi agli alimenti di origine animale, con chiare differenze tra le specie e il tipo di PFAS. Tale trasferimento di PFAS può avvenire anche dal terreno ingerito dagli animali da allevamento e dall’acqua potabile per gli animali. Pertanto, per le indagini volte a determinare le cause della contaminazione, è importante che i laboratori siano in grado di controllare anche i mangimi, l’acqua potabile per gli animali e il suolo su cui vivono gli animali. Greenpeace, nel suo report “PFAS nel cibo” denuncia la scarsità dei controlli sui PFAS negli alimenti in Italia e la poca trasparenza sui dati disponibili. La ricerca di Greenpeace mostra inoltre che, nonostante le Autorità europee invitino ad acquisire più dati sulla presenza dei PFAS, il Ministero della Salute comunica all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) solo pochi dati. Greenpeace ha ricevuto dal Ministero i risultati di 147 campionamenti effettuati nel 2023 e di appena 24 analisi relative al 2024. Nel 2024, in diverse regioni non è stato svolto alcun controllo. PFAS nell’acqua potabile Greenpeace ha svolto un’analisi sulle acque minerali in bottiglia, rilevando contaminazione da TFA in sei marche su otto. Nello specifico la sostanza rilevata nelle bottiglie analizzate è il TFA, l’acido trifluoroacetico, ovvero il PFAS più diffuso sul pianeta. Nei campioni di Levissima, Panna, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto è stato rilevato il TFA, l’acido trifluoroacetico, una sostanza con un triste primato: è il PFAS più diffuso al mondo. Il campione che ha fatto registrare il valore più elevato di TFA è dell’acqua Panna, (700ng/l), seguito dal campione del marchio Levissima (570 ng/l) e dal campione di acqua Sant’Anna (440 ng/l). Buone notizie per Ferrarelle e San Benedetto Naturale: nei campioni analizzati non è stata rilevata alcuna presenza di PFAS. Vuol dire che le concentrazioni in questi campioni sono risultate inferiori al limite di rilevabilità di 50 ng/L. No va molto meglio con l’acqua del rubinetto. Da un’indagine Greenpeace “Acqua senza veleni” di fine 2024, attraverso campioni di acqua potabile in tutte le regioni d’Italia, risulta che il 79% dei campioni di acqua potabile risulta contaminato. L’acqua in bottiglia, ha però un aggravante, chiamato plastica. Oltre a contribuire in modo determinante all’inquinamento diffuso, rilascia direttamente microplastiche e nanoplastiche nell’acqua che contiene (fino a migliaia). PFAS nell’aria: i Gas fluorurati In Italia i PFAS non sono presenti solo nelle acque, ma anche nell’aria che si respira. A dimostrarlo è l’inchiesta di Greenpeace (Respirare PFAS), che ha analizzato i dati del Registro europeo Pollutant Release and Transfer Register (PRTR), in cui sono raccolti i valori delle emissioni di oltre 4 mila stabilimenti industriali italiani. Queste strutture sono soggette all’obbligo di dichiarazione in merito a diversi inquinanti, il che rende possibile fotografare il livello di emissioni per varie sostanze a livello nazionale. Emissioni di Gas fluorurati in Italia (fonte: Greenpeace) L’analisi di Greenpeace si è focalizzata su un particolare tipo di inquinante dell’aria, i gas fluorurati (F-gas), dei quali la maggior parte sono PFAS. Per avere un’idea dell’impatto generale dell’inquinamento generato dagli F-gas a livello europeo, basti pensare che queste sostanze sono responsabili del 60% di tutte le emissioni di PFAS nell’Unione Europea. Dati alla mano, secondo il Registro europeo PRTR, tra il 2007 e il 2023 sono state rilasciate sul territorio italiano 3.766 tonnellate di F-gas, per la maggior parte PFAS. Seppur nessuna Regione risulti esclusa dalle rilevazioni (a parte la Calabria per la quale non sono disponibili dati), è il Piemonte l’epicentro di questo tipo di inquinamento ambientale, con il 76% delle emissioni italiane di F-gas (2.863 tonnellate nel periodo 2007-2023). E in Piemonte, il Comune di Alessandria – con ben 2.828 tonnellate emesse nello stesso periodo – è l’epicentro di questa contaminazione. Il restante 24% delle emissioni è in larga parte attribuibile alle industrie localizzate in Veneto (in particolare nella zona di Venezia), Lombardia e Toscana. Le emissioni di PFAS in atmosfera potrebbero essere facilmente azzerate con uno sforzo congiunto di istituzioni e industria, anche sulla spinta del contrasto ai cambiamenti climatici. Oltre ai possibili rischi sanitari di cui abbiamo già parlato, infatti, gli F-gas (composti chimici artificiali utilizzati principalmente come refrigeranti in frigoriferi, condizionatori e pompe di calore) sono potenti gas a effetto serra, con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) migliaia di volte superiore a quello della CO2. Ad esempio, il gas fluorurato HCFC-22 ha un potenziale di riscaldamento globale stimato pari a 5.280 volte quello dell’anidride carbonica. Dalle elaborazioni realizzate da Greenpeace Italia si nota che il primato dell’ex Solvay rispetto a tutte le altre aziende che emettono F-gas dura da molto tempo. Da solo, questo gruppo industriale ha emesso, da 16 anni, ben più della metà dell’inquinamento italiano relativo a questi composti. Ricordiamo che in Italia non esiste ancora una legge che vieti la produzione e l’utilizzo di PFAS. Di recente, sono stati fatti diversi passi avanti per quanto riguarda i limiti per le acque potabili, ma rispetto ai gas fluorurati non esiste nessuna norma nazionale che stabilisca un vero e proprio tetto alle emissioni. PFAS: effetti sulla salute umana e cancro L’esposizione umana ai PFAS è principalmente dovuta all’ingestione di cibo o acqua contaminati. Diversi studi hanno dimostrato che i PFAS presentano per l’uomo effetti tossici: una volta nell’organismo hanno un’emivita piuttosto lunga, andandosi ad accumulare preferibilmente nel sangue e nel fegato e possono provocare epatotossicità, immunotossicità, neurotossicità, alterazioni ormonali nella riproduzione e nello sviluppo. Effetti delle PFAS sulla salute umana e sullo sviluppo del feto (fonte: EEA) Sebbene la ricerca è tutt’ora in corso, sono già evidenti gli effetti dell’esposizione umana ai PFAS, che comprendono cancro renale, cancro testicolare, malattia tiroidea, danni epatici e una serie di effetti sullo sviluppo a carico dei feti. Di recente, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), l’agenzia contro il cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha valutato la cancerogenicità dell’acido perfluoroottanoico (PFOA) e dell’acido perfluoroottanosolfonico (PFOS). La sintesi delle valutazioni finali è pubblicata online su The Lancet Oncology, mentre la valutazione dettagliata è pubblicata nel 2024 come volume 135 delle monografie IARC. Dopo una serie di test sugli animali e sull’uomo, ne emerge che il PFOA è cancerogeno per l’uomo (Gruppo 1), mentre il PFOS è probabilmente cancerogeno per l’uomo (Gruppo 2B). Finalmente, il Decreto acque potabili, li ha presi in considerazione, limitandone la presenza di quelli più pericolosi a un massimo di 0,1 ug/litro. Come eliminare i PFAS: tecniche e metodi Le acque contaminate da PFAS possono essere trattate, con temperature molto elevate (oltre mille gradi). Oppure, com’è avvenuto nella provincia di Vicenza, attraverso filtri a carboni attivi ricavati dalle noci di cocco. Ma sono tecnologie molto dispendiose, che richiedono molta manutenzione nel tempo e non garantiscono la completa eliminazione degli inquinanti. Una recentissima ricerca italiana, dell’Università di Padova, sembra molto promettente. K-Inn Tech (spinoff dell’Ateneo), grazie al finanziamento di Acque del Chiampo, ha brevettato la tecnologia Radox, per il trattamento e la degradazione dei PFAS, in grado di distruggere completamente i Pfas, trasformandoli in elementi non tossici. Andrea Chiorboli, direttore generale di Acque del Chiampo, a Il Salvagente, ne descrive il funzionamento: “Radox utilizza un processo di mineralizzazione” che permette “di arrivare alla effettiva e completa degradazione dei Pfas e loro trasformazione in sottoprodotti innocui. Il processo genera una reazione controllata di ossidazione avanzata che produce sostanze – i cosiddetti radicali – con un’elevata capacità di reagire e “attaccare” le molecole dei Pfas. Queste sostanze riescono a spezzare i legami chimici che tengono insieme i Pfas, portandoli alla degradazione e trasformandoli in composti più semplici, non persistenti e non bioaccumulabili.” Normative e limiti dei PFAS Appurato che i PFAS sono ormai ovunque, si è cercato di regolamentarne l’utilizzo e limitarne la presenza. L’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti d’America (EPA), così come l’Europa hanno cominciato a mettere i primi limiti a queste sostanze. Alcuni Stati hanno vietato le PFAS nei materiali a contatto con gli alimenti, nella carta e negli imballaggi di carta per alimenti e nella schiuma antincendio. L’UE si era occupata di PFAS già dal 2001, con la convenzione di Stoccolma sugli inquinanti organici persistenti (POP): entrata in vigore nel 2004, è stata recepita nella legislazione dell’Unione dal regolamento (CE) n. 850/2004 (poi sostituito dal regolamento (UE) 2019/1021 relativo agli inquinanti organici persistenti (rifusione) anche detto “Regolamento POP”). Ma soltanto nel luglio 2020, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha adottato un parere sul rischio per la salute umana connesso alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche negli alimenti. L’Autorità ha concluso che il PFOS, il PFOA, il PFNA e il PFHxS possono provocare effetti sullo sviluppo e possono avere effetti nocivi sul colesterolo sierico, sul fegato nonché sul sistema immunitario e sul peso alla nascita. Essa ha considerato gli effetti sul sistema immunitario come l’effetto più critico e ha stabilito una dose settimanale tollerabile (DST) di gruppo di 4,4 ng/kg di peso corporeo alla settimana per la somma di PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS, che protegge anche dagli altri effetti di tali sostanze. Il parere più recente dell’EFSA fissa la dose giornaliera tollerabile (TDI) per i PFOS negli alimenti a 13 ng/kg di peso corporeo/settimana e per il PFOA a 6 ng/kg di peso corporeo/settimana. Il 7 dicembre 2022 con il REGOLAMENTO (UE) 2022/2388 (che modifica il regolamento (CE) n. 1881/2006), la Commissione Europea introduce nuovi limiti per le sostanze perfluoroalchiliche in alcuni prodotti alimentari. Anche negli USA i valori guida sono in fase di revisione. Nel 2016 la US Environmental Protection Agency ha pubblicato un avviso a vita sulla salute dell’acqua potabile che fissa i valori limite per il PFOA ed i PFOS a 70 ng/l. In Italia, la recente Direttiva sull’acqua potabile o Dlgs 18/2023, che recepisce la DIRETTIVA (UE) 2020/2184, entrata in vigore il 12 gennaio 2021, prevede un limite di 0,1 µg/l per tutti i PFAS (come somma dei più pericolosi). Ricordiamo che non vale per l’acqua in bottiglia, dove al momento non vengono ricercati i PFAS. Alternative ecologiche ai PFAS Le aziende stanno sostituendo i pfas a catena lunga (come PFOA e PFOS) con sostanze a catena corta, considerate meno pericolose. Ma, sebbene siano migliori, non sono davvero innocue. Esistono delle sostanze che abbiano caratteristiche simili per resistenza alle alte temperature, grassi e acqua, totalmente ecologiche e sane? Nella pagina web dell’ECHA è possibile scaricare il database con le alternative ai PFAS già disponibili nei vari settori industriali. Eccone alcune: Gas refrigeranti: Ammoniaca, Anidride Carbonica, Azoto, Metilale, Etanolo, Argon etc; Packaging e altri materiali destinati al contatto con gli alimenti: materiali vegetali derivanti da piante, evitare di rivestire il packaging in carta con trattamenti idrorepellenti, materiali derivanti dall’argilla, biopolimeri (chitosano, cellulosa, acido polilattico), composti a base di silicone etc; TULAC: composti a base di cera d’api, paraffine, alcoli etossilati, cere, cera di carnauba, polimeri acrilici o a base di siliconi, dimeticone, dendrimeri, emulsioni a base di poliuretano, etc. I ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca, nell’indagare alternative non tossiche e biodegradabili per sostituire i PFAS hanno sperimentato l’uso di biopolimeri non tossici e sostenibili, modificati per creare rivestimenti idrofobici, in particolare il chitosano: polisaccaride derivante dalla chitina (un costituente degli esoscheletri dei crostacei). Nello studio viene proposto un metodo per produrre rivestimenti a base di chitosano, con la possibilità di modulare le sue proprietà di trasparenza e superidrofobicità. Ma le maggiori resistenze al cambiamento derivano proprio dove sono cominciate, da quell’industria militare che non riesce più a fare a meno di queste sostanze chimiche. Un recente rapporto del Dipartimento della Difesa (DoD) U.S.A., sebbene ne riconosca l’importanza del limitarne gli usi superflui, tuttavia li considera insostituibili, fondamentali per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e individua alcuni settori e prodotti che al momento non possono fare a meno dei PFAS (perché assenti alternative valide). Dichiara infatti che “I PFAS sono fondamentali per il successo e la preparazione delle missioni del Dipartimento della Difesa e per molti settori nazionali di infrastrutture critiche, tra cui la tecnologia dell’informazione, la produzione critica, l’assistenza sanitaria, l’energia rinnovabile e i trasporti”. E mette in guardia del limitarne o proibirne l’uso: “Se i futuri quadri giuridici e normativi dei PFAS ignorassero la cautela dell’OCSE sull’uso della sua definizione di PFAS e cercassero di limitare ampiamente l’uso dei PFAS in base alla struttura chimica, potrebbero esserci vasti impatti economici, sulla competitività industriale e sulla qualità della vita”. Considerato il momento storico, la corsa globale agli armamenti, le guerre in Ucraina e Palestina, il parlare di conflitti in Europa, e conoscendo l’impatto ambientale sociale ed economico delle guerre, certamente questo Report assume un peso enorme. Il matrimonio tra l’industria militare/aeronautica e i PFAS pare destinato, nonostante l’evidente pericolosità per la salute umana e l’ambiente, a durare ancora a lungo. Sicuramente, investire nella ricerca e sviluppo di soluzioni ecologiche, sane e sicure in alternativa ai PFAS è quanto mai necessario, per proteggere la salute umana e l’ambiente. Considerando infatti la loro permanenza nell’ambiente e nel corpo di esseri umani, animali e vegetali, è cruciale eliminarli. E, laddove ciò non sia possibile ancora, limitarli fortemente e in ogni caso provvedere ad un corretto smaltimento dei rifiuti anche tramite sistemi di depurazione e filtraggi che ne impediscano il rilascio nell’ambiente. FAQs PFAS Cosa sono i PFAS? I PFAS sono un vasto gruppo di sostanze chimiche artificiali usate in centinaia di processi industriali e in prodotti e oggetti di uso quotidiano. Le sostanze perfluoroalchilate (PFAS) sono un vasto gruppo di composti fluorurati ampiamente utilizzati in applicazioni industriali e di consumo, tra cui rivestimenti antimacchia e antiacqua per tessuti e tappeti, rivestimenti resistenti all’olio per materiali di carta e cartone a contatto con gli alimenti, lucidanti per pavimenti, formulazioni di insetticidi, schiume antincendio e tensioattivi per l’industria mineraria e per pozzi petroliferi. Tutte contengono legami carbonio-fluoro, che sono tra i legami chimici più forti nella chimica organica. Ciò significa che resistono alla degradazione quando utilizzate oltre che nell’ambiente. Denominati inquinanti eterni (o “forever chemicals”) in quanto Persistenti, Bioaccumulanti e Tossiche. Sono perciò molto pericolose, da una parte perché permangono nell’ambiente per centinaia di anni, dall’altra si accumulano nell’organismo degli esseri viventi. Dove si trovano i PFAS? I PFAS si trovano in una vasta gamma di prodotti che copre ogni settore economico, dall’industria bellica, ai prodotti domestici e di largo consumo. Imballaggi alimentari, padelle antiaderenti, filo interdentale, carta forno, cannucce biodegradabili, farmaci, cosmetici, prodotti per la pulizia, insetticidi, rivestimenti protettivi e impermeabilizzanti, schiume antincendio e vernici. PFAS sono usati nei rivestimenti dei contenitori per il cibo (come quelli dei «fast food» o nei cartoni delle pizze d’asporto), nella produzione del Teflon (dalle note proprietà antiaderenti), nella produzione di capi d’abbigliamento impermeabili (Gore-Tex), in prodotti per stampanti, pellicole fotografiche e superfici murarie, in materiali per la microelettronica e nelle meccaniche di precisione. Sono usati nell’industria galvanica (in particolare cromatura), scioline, gas refrigeranti, nell’attività estrattiva dei combustibili fossili, in alcune applicazioni del settore della moda, nell’industria della gomma e della plastica, nelle cartiere, nei lubrificanti, nei trattamenti anticorrosione, nel settore aeronautico, aerospaziale e della difesa, per la produzione dei vari componenti meccanici. Infine, una determinata tipologia di PFAS, i Fluoropolimeri trovano impiego in applicazioni ad alto contenuto tecnologico, come nei dispositivi medicali, nelle batterie agli ioni di litio, nell’isolamento di cavi per le nuove tecnologie, nella realizzazione di semiconduttori per l’elettronica, nelle installazioni per gli impianti di energia rinnovabile. In seguito alla contaminazione ambientale, pfas possono trovarsi nell’acqua, nell’aria e nel cibo che mangiamo. Quando sono stati scoperti i PFAS? I Pfas sono stati scoperti durante il secondo conflitto mondiale, in un laboratorio della DuPont, intorno agli anni ’40 del Novecento. Dapprincipio fu il politetrafluoroetilene (PTFE), scoperto dal dott. Plunket e colleghi il 6 aprile 1938: oggi se ne contano a migliaia. Nel 1945, con il marchio Teflon, la Dupont portò i PFAS nelle case di tutto il mondo. La scoperta, invece, della pericolosità dei PFAS, per la salute e per l’ambiente, da parte dell’opinione pubblica, avvenne solamente nei primi anni Duemila a seguito della causa alla Dupont da parte dell’avvocato Robert Bilott (sebbene le aziende sapevano dei rischi legati all’uso di tali sostanze già dagli anni Sessanta). Quali sono gli effetti dei PFAS sulla salute umana? I PFAS vengono assorbiti facilmente e si accumulano nell’organismo che, non li metabolizza, né espelle. È stato dimostrato che hanno un impatto negativo sulla salute umana, sono interferenti endocrini, ed è stato dimostrato come alcuni di essi –PFOA e PFOS – sono cancerogeni. L’ultimo Studio dell’Università di Padova e Napoli, pubblicato pochi giorni fa su Chemosphere, che ha coinvolto 1.174 adulti di età compresa tra i 20 e i 69 anni, abitanti nell’area rossa del Veneto, aggiunge nuove preoccupazioni. Sebbene precedenti studi dell’equipe del Prof. Foresta, tra i massimi esperti al mondo, avevano dimostrato un legame tra la presenza di Pfas nell’organismo e livelli alti di colesterolo e rischio d’infarto oltre che una riduzione della densità ossea, ora si è scoperto che l’osteoporosi è causata dall’effetto dei PFAS sulle ossa che interferiscono nell’omeostasi del calcio. Come avviene la contaminazione da PFAS? La contaminazione da PFAS può avvenire in molteplici modi. L’uomo può venire esposto ai PFAS da fonti diverse, ad esempio tramite l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo, beni di consumo (abiti, padelle, imballaggi, cosmetici) e anche attraverso l’ambiente. Uno dei modi principali in cui i PFAS contaminano gli alimenti è il loro accumulo graduale in acqua, pesci, crostacei, piante e animali. Inoltre i PFAS possono migrare dalla lavorazione di alimenti e dai loro imballaggi. Quali sono le fonti comuni di PFAS nell’ambiente? Le fonti comuni di PFAS nell’ambiente provengono da impianti produttivi, discariche o impianti di trattamento delle acque reflue, dai rifiuti tessili, dalla plastica e dai Raee dispersi nell’ambiente. Oltre a tutti i prodotti di uso comune che li contengono e inquinano se non correttamente smaltiti. Come ridurre l’esposizione ai PFAS? Sebbene sia impossibile evitare di venire a contatto con queste sostanze, a causa della loro diffusione capillare, è possibile ridurre l’esposizione ai PFAS attraverso tanti piccoli accorgimenti. Usando prodotti come cosmetici, detergenti, abbigliamento e tessuti, pentole pfas-free. Per quanto riguarda gli imballaggi alimentari occorre togliere il cibo appena possibile ed evitare di scaldare pizza o hamburger col suo cartone. I PFAS sono regolamentati in Europa? E in Italia? La regolamentazione dei PFAS è avvenuta in tempi recenti. L’Europa, dopo aver per alcuni anni monitorato la presenza dei PFAS e gli effetti sulla salute, ha emanato il Regolamento (UE) 2022/2388 definendo i livelli massimi per PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS e la somma di PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS in uova, pesce, crostacei, molluschi bivalvi, carne e frattaglie di animali d’allevamento e selvatici (inclusi nell’allegato del regolamento (UE) 2023/915) e ha stabilito un’assunzione settimanale tollerabile (TWI) di gruppo di 4,4 ng/kg di peso corporeo a settimana per la somma di PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS. In Italia, la recente Direttiva sull’acqua potabile (Dlgs 18/2023), ha introdotto un limite di 0,1 µg/l per tutti gli PFAS (come somma dei più pericolosi). Quali sono le alternative ai prodotti contenenti PFAS? Le alternative ai prodotti contenenti PFAS, ecologiche, sostenibili e sicure, non sono ancora molto numerose e diffuse, poiché è da poco tempo che se ne conosce la pericolosità, ma esistono e occorre sostenerne la ricerca in futuro. L’Agenzia Chimica Europea (ECHA) mette a disposizione un report con le alternative ai PFAS già disponibili nei vari settori industriali: materiali vegetali, argilla, biopolimeri (chitosano, cellulosa, acido polilattico), composti a base di silicone, cera d’api, paraffine, alcoli etossilati, cera di carnauba, etc. Come vengono trattate le acque contaminate da PFAS? Le PFAS sono state frequentemente osservate nella contaminazione di suolo, acque sotterranee e acque superficiali. La bonifica di siti contaminati è tecnicamente difficile e dispendiosa. Le acque contaminate da PFAS vengono trattate, per eliminarli del tutto, con temperature molto elevate (oltre mille gradi). Oppure, com’è avvenuto nella provincia di Vicenza, attraverso filtri a carboni attivi ricavati dalle noci di cocco (che, sono però molto dispendiosi). Quali test possono rilevare la presenza di PFAS nel corpo? Per rilevare la presenza di PFAS nel corpo è necessario un biomonitoraggio della popolazione esposta attraverso screening sanitari. I test più diffusi individuano la presenza di PFAS nel sangue. Greenpeace ha condotto un biomonitoraggio indipendente nel comune di Alessandria. Le analisi, effettuate da un laboratorio dell’Università di Aquisgrana, hanno rilevato la presenza di PFAS nel sangue in tutte le persone esaminate, con concentrazioni superiori ai 2 nanogrammi per millilitro (limite stabilito dalla National Academies of Sciences e adottato dalla Regione Piemonte). Uno studio svizzero su 35 cittadini di tutta la Svizzera – provenienti dai 18 cantoni – di età compresa tra i 7 e gli 89 anni, ha rilevato la presenza di pfas nel sangue di tutti i partecipanti, e dei più pericolosi (PFOA e PFOS). Quali aziende sono note per l’uso di PFAS nei loro prodotti? Sicuramente le multinazionali Dupont (con il suo prodotto di punta, il teflon) e la 3M sono le aziende più note per l’uso di PFAS nei loro prodotti, che ne hanno spianato la strada a livello globale. In Italia abbiamo la Solvay tra le principali fonti d’inquinamento del fiume Po, la Miteni (che ha prodotto per 50 anni impermeabilizzanti liquidi contenenti pfas) responsabile di aver gravemente contaminato il Veneto e i distretti del tessile, conciario, cuoio e cartario in Toscana. Quali prodotti contengono PFAS? I prodotti che contengono pfas sono un’infinità: padelle, abiti, imballaggi alimentari, filo interdentale, carta forno, cannucce biodegradabili, farmaci, cosmetici, prodotti per la pulizia, insetticidi, schiume antincendio, vernici, gas refrigeranti, componenti meccanici e di elettronica, batterie, dispositivi medici, prodotti del settore aeronautico, aerospaziale e della difesa. Perché i PFAS sono chiamati “inquinanti eterni”? I PFAS sono chiamati “inquinanti eterni” (dall’inglese “forever chemicals”) per la loro persistenza nell’ambiente e nel corpo umano. Questa caratteristica trova spiegazione nella loro formula chimica: l’unione di una molecola di carbonio ed una di fluoro – tra i più forti esistenti nella chimica organica – crea un legame indissolubile, indistruttibile, eterno. E, essendo idrosolubili, si diffondono facilmente nell’ambiente, anche attraverso l’acqua: sono state rilevati persino nell’acqua piovana, nell’acqua potabile, nelle falde acquifere, nell’aria, nel cibo e persino nel sangue umano. I PFAS sono presenti nell’acqua potabile? Come per la Dupont in USA, la Miteni in Veneto, la Solvay in Piemonte, le industrie che producono PFAS inquinano i terreni e le acque in cui sversano i loro rifiuti. La falda acquifera del veneto da cui veniva prelevata l’acqua potabile per migliaia di cittadini è stata scoperta essere fortemente inquinata da PFAS. Greenpeace ha rivelato contaminazione da TFA (acido trifluoroacetico, il PFAS più diffuso al mondo) nelle acque minerali in bottiglia (su 6 degli 8 campioni analizzati). Come eliminare i PFAS dall’acqua? Eliminare i PFAS dall’acqua non è impresa facile, bensì tecnicamente difficile e dispendiosa. Le acque contaminate da PFAS vengono trattate, per eliminarli del tutto, con temperature molto elevate (oltre mille gradi). Oppure, attraverso filtri a carboni attivi. Quali prodotti domestici contengono PFAS? I prodotti domestici che contengono PFAS sono molteplici: padelle antiaderenti, abiti, imballaggi alimentari, filo interdentale, carta forno, cannucce biodegradabili, farmaci, cosmetici, prodotti per la pulizia, insetticidi, schiume antincendio, vernici, gas refrigeranti, batterie, dispositivi medici. Quali sono le aree al mondo più colpite dalla contaminazione da PFAS? Le aree al mondo più colpite dalla contaminazione da PFAS sono gli Stati Uniti (secondo l’organizzazione no profit Waterkeeper Alliance, i PFAS inquinano l’83% dei corsi d’acqua degli USA), Italia (in particolare, Veneto e Piemonte), Paesi Bassi (diverse aree dell’ Olanda), Cina e molte altre. Quali aree contaminate da PFAS esistono in Italia? Le aree contaminate da PFAS esistenti in Italia sono concentrate in modo particolare nel Nord del Paese: Veneto (azienda chimica Miteni), Piemonte (Solvay e Spinetta Marengo), Lombardia, Toscana (industria del tessile e conciario). I PFAS sono un pericolo per la salute pubblica? Si, i PFAS sono un pericolo per la salute pubblica. Per loro natura, sono persistenti nell’ambiente ma anche nel corpo umano. Una volta entrati in contatto con l’uomo, attraverso il cibo, l’aria o l’acqua, tendono ad accumularsi nell’organismo. Sebbene la ricerca è tutt’ora in corso, sono state dimostrate diverse patologie PFAS-correlate: cancro renale, cancro testicolare, malattia tiroidea, ipercolesterolemia, danni epatici, ipertensione e una serie di effetti sullo sviluppo a carico dei feti. Quali normative regolano i PFAS in Europa? L’Europa, negli ultimi anni, sta promulgando normative per monitorare e limitare la diffusione dei PFAS, ma c’è ancora strada da fare. La Direttiva quadro CE sulle acque (2000/60/CE) stabilisce standard qualitativi per i corpi idrici e impone limiti ai PFAS nell’acqua potabile e nelle acque di superficie onde garantire la salubrità dell’acqua in tutti i Paesi dell’UE. Con il Regolamento REACH (CE 1907/2006), l’UE impone alle aziende di registrare e valutare le sostanze chimiche, con disposizioni per limitare sostanze come i PFAS se presentano rischi per la salute o l’ambiente. Nel 2020, l’EFSA stabilisce una nuova soglia di sicurezza per i PFAS negli alimenti che include l’acido perfluoroottanoico (PFOA), il perfluoroottano sulfonato (PFOS), l’acido perfluoronanoico (PFNA) e l’acido perfluoroesano sulfonico (PFHxS). Due anni dopo, la Commissione europea raccomanda agli Stati membri di monitorare la presenza di PFAS negli alimenti dal 2022 al 2025 Nel 2023 l’ECHA ha proposto il regolamento 767/2009 sulla produzione, commercializzazione e uso dei PFAS con l’obiettivo di ridurre le emissioni di PFAS nell’ambiente. Bibliografia: AAVV, Manifesto per l’urgente messa al bando dei PFAS, 2023 Agency for Toxic Substances and Disease Registry, Toxicological profile for perfluoroalkyls, 2021 Bilott R., Exposure: Poisoned water, corporate greed, and one lawyer’s twenty-year battle against DuPont, 2020 CNR- IRSA, Studio di valutazione del Rischio ambientale e sanitario associato alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nel Bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani, 2013 Commissione Europea, REGOLAMENTO (UE) 2022/2388, 7 dicembre 2022 Commissione Parlamentare, Relazione sulla diffusione delle sostanze perfluoroalchiliche, 2022 DoD, Report on Critical Per- and Polyfluoroalkyl Substance Uses, 2023 EEA, Emerging chemical risks in Europe – ‘PFAS’, 2019 EFSA, Outcome of a public consultation on the draft risk assessment of perfluoroalkyl substances in food, 2020 Gaber et al., The Devil they Knew: Chemical Documents Analysis of Industry Influence on PFAS Science, 2023 Greenpeace, PFAS nel cibo, 2026 Greenpeace, PFAS in bottiglia, 2025 Greenpeace, Respirare PFAS, 2025 Greenpeace, Acque senza veleni, 2025 Greenpeace, Inquinamento da PFAS in Toscana, 2024 Greenpeace, Pfas e acque potabili in Lombardia, 2023 IARC, Perfluorooctanoic acid (PFOA) and perfluorooctanesulfonic acid (PFOS), Volume 135, 2023. 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