L’ONU adotta la risoluzione sul clima: la tutela ambientale diventa obbligo giuridico internazionale

Il 20 maggio 2026 l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato con 141 voti favorevoli una risoluzione storica che recepisce il parere ICJ del luglio 2025: proteggere il clima dalle emissioni di GHG è un obbligo giuridico degli Stati, non una scelta discrezionale. La risoluzione rafforza l’Accordo di Parigi e il percorso di transizione verso le rinnovabili, con implicazioni crescenti per il settore delle costruzioni e dell’energia.

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L'ONU adotta la risoluzione sul clima: la tutela ambientale diventa obbligo giuridico internazionale

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato il 20 maggio 2026 una risoluzione storica che recepisce il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2025: proteggere il clima non è più solo una scelta politica, ma un dovere giuridico codificato nel diritto internazionale.

Il voto dell’Assemblea Generale e il contesto normativo

Con 141 voti favorevoli, 8 contrari e 28 astensioni, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato il 20 maggio 2026 una risoluzione che traduce in atto politico formale il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), emesso nel luglio 2025. La risoluzione, promossa da Vanuatu — piccola nazione insulare del Pacifico tra le più esposte agli effetti dell’innalzamento dei mari — e da diversi altri paesi co-promotori, è giunta al voto dopo un’intensa fase negoziale, con numerosi emendamenti proposti e respinti.

Hanno votato contro Belarus, Iran, Israele, Liberia, Russia, Arabia Saudita, Stati Uniti e Yemen. Il risultato finale, pur non configurando uno strumento vincolante, rappresenta un importante segnale politico e giuridico nel diritto internazionale dell’ambiente.

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha definito la risoluzione «una potente affermazione del diritto internazionale, della giustizia climatica e della scienza», sottolineando che il documento chiarisce la responsabilità degli Stati membri nella protezione delle proprie popolazioni da una crisi climatica in costante escalation.

La qualificazione della tutela climatica come obbligo giuridico — e non solo come policy volontaria — è destinata ad accelerare la transizione energetica a livello internazionale e nazionale, con ricadute potenziali su appalti pubblici, requisiti prestazionali degli edifici, standard di sostenibilità e responsabilità degli operatori lungo tutta la filiera.
Il quadro delineato dall’ICJ e recepito dall’Assemblea Generale converge con le traiettorie della Energy Performance of Buildings Directive (EPBD), del Green Deal europeo, dei target di decarbonizzazione al 2030 e 2050 e dei criteri ESG sempre più integrati nelle scelte di investimento immobiliare e infrastrutturale.

Il parere ICJ del 2025: obblighi, responsabilità e riparazioni

Il punto di partenza normativo è il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2025, definito da Guterres «una vittoria per il nostro pianeta». In quella sede, la più alta corte delle Nazioni Unite aveva stabilito che:

gli Stati hanno l’obbligo giuridico di proteggere l’ambiente dalle emissioni di gas serra (GHG), e che la violazione di tale obbligo comporta responsabilità sul piano del diritto internazionale.

Le conseguenze previste dalla Corte in caso di inadempienza includono l’obbligo di cessare la condotta illecita, fornire garanzie di non ripetizione e garantire piena riparazione del danno, in relazione alle circostanze specifiche. Sebbene i pareri consultivi della ICJ non siano direttamente vincolanti, essi costituiscono riferimento autorevole per l’interpretazione e lo sviluppo del diritto internazionale, influenzando in misura crescente la giurisprudenza nazionale e i contenziosi climatici in sede giudiziaria.

La risoluzione dell’Assemblea Generale consolida questo quadro: il contrasto alla crisi climatica, si legge nel documento, è un dovere giuridico ai sensi del diritto internazionale, non una mera opzione politica discrezionale. «La più alta corte del mondo ha parlato», ha dichiarato Guterres dopo il voto. «Oggi l’Assemblea Generale ha risposto.»

Cosa prevede la risoluzione: dalla Paris Agreement alla transizione energetica

La risoluzione chiede a tutti gli Stati membri di adottare ogni misura possibile per evitare danni significativi al clima e all’ambiente, incluse le emissioni generate entro i propri confini nazionali, e di dare piena attuazione agli impegni già assunti nell’ambito dell’Accordo di Parigi. I governi sono inoltre invitati a cooperare in buona fede e a coordinare con continuità le azioni di contrasto ai cambiamenti climatici, assicurando che le politiche climatiche tutelino i diritti alla vita, alla salute e a uno standard di vita adeguato.

Nella dichiarazione rilasciata dopo il voto, Guterres ha ribadito che i soggetti meno responsabili dei cambiamenti climatici sono quelli che ne pagano il prezzo più alto, e che la via verso la giustizia climatica «passa per una transizione rapida, giusta ed equa dai combustibili fossili verso le energie rinnovabili». Il Segretario Generale ha ricordato che le rinnovabili si sono affermate come la forma di energia più economica e sicura disponibile, e che l’obiettivo di contenere l’incremento della temperatura globale a non più di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali «è ancora alla nostra portata».

Target energetici e giustizia climatica

Sul piano operativo, il testo adottato dall’Assemblea Generale contiene indicazioni quantitative precise, coerenti con le raccomandazioni scientifiche del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) e con i target già recepiti nell’agenda europea. La risoluzione esorta esplicitamente gli Stati a triplicare la capacità installata di energie rinnovabili e a raddoppiare il tasso medio annuo globale di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030, ad abbandonare i combustibili fossili nei sistemi energetici in modo giusto, ordinato ed equo, e a raggiungere l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.

Viene inoltre richiesta l’eliminazione quanto prima dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili che non rispondano a esigenze di povertà energetica né garantiscano transizioni eque.

Il WWF ha accolto il voto come «una svolta nella leadership globale sul clima», sottolineando che la risoluzione «conferisce forza politica al parere della Corte Internazionale di Giustizia e aumenta la pressione su tutti gli Stati affinché agiscano in linea con i propri obblighi: ridurre le emissioni, proteggere le persone e la natura e accelerare una transizione giusta verso l’abbandono dei combustibili fossili». L’organizzazione ha ricordato che il parere ICJ si colloca in una linea di continuità con la giurisprudenza climatica di altri tribunali internazionali, tra cui il Tribunale distrettuale dell’Aia nei Paesi Bassi, un tribunale federale in Brasile e la Corte europea dei diritti dell’uomo — segnale che il contenzioso climatico non è un fenomeno isolato, ma una tendenza strutturale del diritto internazionale in evoluzione.


6/4/2023

Svolta per la giustizia climatica dalla risoluzione ONU

La risoluzione adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, considerata da più parti come una vittoria per la giustizia climatica, prevede che la stessa Assemblea chieda il parere della Corte internazionale di giustizia (CIG) sugli obblighi dei Paesi di affrontare i cambiamenti climatici.

Svolta per la giustizia climatica dalla risoluzione ONU

E’ stata recentemente adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York una risoluzione promossa dalla nazione del Pacifico di Vanuatu, che sta pesantemente subendo le conseguenze del cambiamento climatico, con la forte minaccia dell’innalzamento del livello del mare, nonostante la sua impronta di carbonio sia molto bassa.

La risoluzione, che è stata sostenuta da più di 130 paesi, prevede che l’Assemblea dell’ONU chieda il parere della Corte internazionale di Giustizia (CIG) sugli obblighi dei Paesi di affrontare i cambiamenti climatici e le possibili conseguenze legali per gli per gli Stati che, “con le proprie azioni e omissioni”, danneggiano il clima colpendo in particolare le piccole nazioni insulari che sono tra le più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico.

Il primo ministro di Vanuatu, Alatoi Ishmael Kalsakau ha sottolineato che questa risoluzione “può dare un importante contributo al cambiamento climatico e all’azione per il clima, anche accelerando l’ambizione nell’ambito dell’Accordo di Parigi”.

La Corte internazionale di Giustizia è stata istituita nel 1945 per risolvere le controversie tra Stati nazionali ed è il più alto organo giudiziario delle Nazioni Unite. Anche se le sue sentenze non sono legalmente vincolanti per i Paesi, hanno comunque un peso molto importante.

Andy Raine, responsabile dell’unità del diritto ambientale presso la Divisione giuridica del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha spiegato che questa risoluzione rappresenta un’importante vittoria per la giustizia climatica: “È la prima volta che alla più alta corte del mondo viene chiesto di chiarire gli obblighi degli Stati di proteggere il sistema climatico e le conseguenze legali del mancato rispetto di tali obblighi. La portata della risoluzione invita inoltre la Corte a guardare oltre l’Accordo di Parigi”. Il testo fa infatti riferimento ai diritti per tutti i paesi e popoli legati a un clima sicuro e “pone l’accento sulle conseguenze legali che derivano dall’aver causato danni significativi sia ai piccoli Stati insulari in via di sviluppo vulnerabili, come Vanuatu, sia alle generazioni future, aprendo la strada a una maggiore responsabilità”.

La Corte internazionale di Giustizia a conclusione di una fase di analisi e consultazione emetterà il proprio parere, probabilmente entro i prossimi 12 mesi.


Articolo aggiornato – Prima pubblicazione 2023

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