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A cura di: Tommaso Tetro L’Europa potrebbe produrre tra i 6 e i 7,5 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030. Probabilmente anche troppo, rispetto al fatto che i Piani europei sull’idrogeno fanno affidamento su “importazioni incerte” da altri Paesi. Un nuovo rapporto di Transport & Environment (T&E) sull’impatto dell’idrogeno – che studia sei importanti Paesi esportatori – mette in evidenza come l’Ue non dovrebbe fare affidamento su queste ‘importazioni incerte’ per raggiungere “i suoi obiettivi eccessivamente ambiziosi sull’idrogeno”. I target Ue sull’idrogeno vengono ritenuti di “circa cinque volte superiori a quanto sarà effettivamente necessario per raggiungere gli obiettivi verdi entro il 2030”. L’Europa – spiega T&E – dovrebbe concentrarsi sullo sviluppo del proprio approvvigionamento prima di rivolgersi a Paesi che, in molti casi, non sono in grado di aumentare rapidamente la produzione di idrogeno e non dispongono delle infrastrutture necessarie per esportare idrogeno in Europa. Infatti “soltanto l’1% della produzione prevista di idrogeno verde nei Paesi valutati ha ricevuto finanziamenti”. L’analisi fa presente che la quantità di idrogeno stimata al 2030 “sarebbe sufficiente a soddisfare i bisogni” di tutta Europa, se le forniture fossero “limitate a settori che hanno poche altre alternative come il trasporto marittimo, l’aviazione e i fertilizzanti”. Idrogeno, il ruolo delle importazioni sostenibili “La priorità assoluta in questo momento è sviluppare un vero mercato per l’idrogeno rinnovabile e gli elettrolizzatori in Europa – afferma Geert Decock, responsabile dell’elettricità e dell’energia presso T&E – si tratta di una sfida abbastanza grande. Richiederà un’attenzione particolare su quei settori che necessitano maggiormente dell’idrogeno, in particolare l’aviazione e il trasporto marittimo. Nel lungo periodo le importazioni di idrogeno dovranno svolgere un ruolo maggiore ma ci sono una serie di condizioni importanti che devono essere soddisfatte affinché le importazioni siano sostenibili”. Lo studio mostra anche che – in base agli investimenti già annunciati – entro il 2030 potrebbero essere creati 2 milioni di posti di lavoro nelle catene di approvvigionamento dell’idrogeno nell’Ue. “Con i politici europei che volano in tutto il mondo per assicurarsi accordi sull’idrogeno, la realtà è che – rivela Decock – la maggior parte dei paesi da cui l’Europa fa affidamento per le importazioni non sono affatto pronti ad aumentare la produzione”. Il piano RePowerEU – viene spiegato – “prevede piani per produrre 20 milioni di tonnellate di idrogeno rinnovabile entro il 2030, di cui metà proveniente dalle importazioni”. Sono stati quindi esaminati sei Paesi con grandi progetti per esportare idrogeno nell’Ue: Norvegia, Cile, Egitto, Marocco, Namibia, Oman. Si stima che questi Paesi insieme sarebbero in grado di fornire solo un quarto dei 10 milioni di tonnellate di importazioni previste da RePowerEU. Ma – si rileva – come “la sfida sia legata al fatto che questi Paesi esportatori, molti dei quali fortemente dipendenti dai combustibili fossili e dalla scarsità d’acqua, devono affrontare grossi ostacoli per aumentare la produzione”. A parte la Norvegia per esempio “gli altri cinque Paesi hanno attualmente una capacità limitata di energie rinnovabili”. L’Oman dipende “quasi esclusivamente dai combustibili fossili per alimentare la propria rete”. La Namibia è “il caso più estremo, poiché necessita di più di 10 volte la domanda di elettricità del Paese prevista per il 2030 per soddisfare le previste esportazioni di idrogeno verso l’Ue”. E la metà della sua popolazione “attualmente non ha alcun accesso all’elettricità”. L’idrogeno richiede anche quantità significative di acqua. Per produrre le 2,6 milioni di tonnellate di idrogeno da esportare nell’Ue al 2030, sarebbero “necessari tra i 55 e gli 80 milioni di tonnellate di acqua. Tutti i Paesi, tranne la Norvegia, si troveranno ad affrontare una significativa scarsità d’acqua”. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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