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A cura di: Raffaella Capritti Indice degli argomenti Toggle Perché la desalinizzazione è vitale nei Paesi del GolfoGli attacchi recenti e la crescente vulnerabilità degli impiantiUna rete concentrata in pochi nodiLe conseguenze possibili: città, industria, energia e stabilità politicaIl caso Iran: crisi idrica preesistente e rischio di aggravamentoFAQ Conflitto, crisi idrica e desalinizzazionePerché la desalinizzazione è così importante nei Paesi del Golfo?Quanti impianti di desalinizzazione ci sono in Medio Oriente?Gli impianti di desalinizzazione sono stati colpiti dalla guerra?Cosa succede se un grande impianto viene fermato?Perché l’acqua è considerata più vulnerabile del petrolio in questa fase? Parlando di Medio Oriente e tensioni geopolitiche, da anni il baricentro del discorso è stato sempre lo stesso: petrolio, gas, rotte marittime, terminali, raffinerie. Oggi però il conflitto che coinvolge Iran, Israele e Stati Uniti sta facendo emergere con forza un’altra vulnerabilità, meno visibile ma particolarmente sensibile: quella della scarsità d’acqua potabile e della centralità della desalinizzazione. Nei Paesi del Golfo, infatti, l’acqua dolce che naturalmente rende possibile la vita urbana, il turismo, l’industria, la logistica e in parte la stessa produzione energetica, è molto scarsa. La centralità di questa infrastruttura è confermata anche dai numeri. Lo studio “Desalination and the Middle East: research, practices, implications, and prospects” pubblicato a gennaio 2026 su npj Clean Water indica che il Medio Oriente rappresenta il 41,8% della capacità operativa globale di desalinizzazione, pari a 28,96 milioni di metri cubi al giorno, e il 46,9% della capacità contrattualizzata mondiale. La Banca Mondiale, nel report “Fresh Perspectives: Emerging Issues and Opportunities for Desalination in the Middle East and North Africa” diffuso a gennaio 2026, conferma che la regione MENA concentra quasi metà della capacità mondiale operativa di desalinizzazione nel 2025, con oltre 5.000 impianti. Non si tratta quindi di un’infrastruttura marginale, ma di una colonna portante dei sistemi economici e urbani della regione. In questo contesto, i recenti episodi denunciati in Bahrain e in Iran hanno aperto un fronte nuovo. L’8 marzo 2026 Manama ha accusato Teheran di aver danneggiato con un drone un impianto di desalinizzazione. Pochi giorni prima, l’Iran aveva sostenuto che un impianto sull’isola di Qeshm fosse stato colpito da un raid statunitense, circostanza però smentita dal Comando Centrale degli Stati Uniti. Al di là delle versioni contrastanti, l’acqua è entrata esplicitamente nel perimetro del conflitto. Perché la desalinizzazione è vitale nei Paesi del Golfo La dipendenza dei Paesi del Golfo dalla desalinizzazione è strutturale e in alcuni casi quasi totale. Secondo Associated Press (una delle principali agenzie di stampa internazionali), i dati più aggiornati indicano che circa il 90% dell’acqua potabile in Kuwait proviene da desalinizzazione, l’86% in Oman e circa il 70% in Arabia Saudita. Per Bahrain e Qatar la dipendenza è prossima alla totalità, mentre in Israele la quota è compresa tra il 70% e l’80% del fabbisogno di acqua potabile. Negli Emirati Arabi Uniti il quadro è più articolato a livello nazionale, ma le grandi aree costiere e urbane dipendono in misura molto elevata dagli impianti marini. Le fonti ufficiali confermano questo assetto. In Arabia Saudita la piattaforma ONU dedicata alle partnership SDG, con dati SWCC, indica che la desalinizzazione fornisce circa il 70% dell’acqua potabile domestica del Regno. In Bahrain, la Electricity and Water Authority afferma che dal 2018 il Paese è diventato completamente dipendente dall’acqua desalinizzata, mantenendo le falde come riserva di emergenza. In Qatar, KAHRAMAA (la Qatar General Electricity & Water Corporation, cioè la società pubblica del Qatar responsabile della trasmissione e distribuzione di elettricità e acqua nel Paese), ha più volte indicato che la desalinizzazione copre circa il 98% del fabbisogno idrico nazionale. Il caso del Bahrain è emblematico anche dal punto di vista tecnico. Sul sito ufficiale EWA si legge che l’acqua del Paese è prodotta da sei impianti avanzati di desalinizzazione, con una capacità complessiva di 213 milioni di galloni imperiali al giorno. Il sistema nazionale si basa quindi su un numero limitato di grandi impianti, che concentrano una quota rilevante della capacità produttiva e risultano per questo esposti a possibili criticità. La utility DEWA a Dubai ha annunciato a inizio 2026 il 90% di completamento della prima fase del grande impianto RO – Reverse Osmosis di Hassyan, uno dei maggiori progetti al mondo nel suo segmento. L’azienda prevede che entro il 2030 la capacità complessiva di acqua desalinizzata raggiunga 730 MIGD (Million Imperial Gallons per Day), di cui 303 MIGD prodotti tramite osmosi inversa. Questo dato segnala non solo il peso della desalinizzazione, ma anche la progressiva transizione dai processi termici a quelli RO, considerati più efficienti sul piano energetico. Il peso della desalinizzazione nei sistemi idrici dei Paesi del Golfo Paese Quota stimata di acqua potabile da desalinizzazione Ruolo della desalinizzazione nel sistema idrico Osservazioni Kuwait Circa 90% Fonte primaria di acqua potabile Tra i Paesi più dipendenti dalla desalinizzazione per sostenere popolazione urbana e servizi essenziali. Oman Circa 86% Infrastruttura centrale per l’approvvigionamento idrico La dipendenza è particolarmente elevata nelle aree costiere e urbane. Arabia Saudita Circa 70% Asset strategico nazionale La desalinizzazione sostiene il fabbisogno domestico e industriale, con grandi poli costieri come Jubail. Bahrain Quasi 100% Sistema idrico quasi totalmente basato su acqua desalinizzata Dal 2018 il Paese è indicato come pienamente dipendente dalla desalinizzazione; recentemente ha denunciato danni a un impianto. Qatar Circa 98% Fonte dominante di acqua potabile Il sistema è supportato anche da riserve strategiche, ma resta fortemente dipendente dagli impianti costieri. Emirati Arabi Uniti Dato nazionale più articolato; dipendenza molto elevata nelle grandi aree urbane Infrastruttura fondamentale per città e industria Dubai e altri grandi centri costieri si basano in larga misura sulla desalinizzazione, con crescente ricorso all’osmosi inversa. Israele Circa 70-80% Componente chiave del sistema idropotabile La rete di impianti copre gran parte del fabbisogno di acqua potabile nazionale. I dati in tabella derivano da fonti AP, WSJ, KAHRAMAA, EWA, SWCC e fonti israeliane di settore. Gli attacchi recenti e la crescente vulnerabilità degli impianti Gli eventi degli ultimi giorni hanno reso evidente che il rischio di crisi idrica sia concreto. In Bahrain il Ministero dell’Interno ha denunciato danni materiali a un impianto di desalinizzazione a seguito di un attacco con drone attribuito all’Iran. WSJ, Al Jazeera e altri media internazionali riportano l’episodio come il primo attacco noto contro un’infrastruttura di acqua potabile nel Golfo durante questa escalation. Al tempo stesso, la Bahrain Electricity and Water Authority ha comunicato che l’approvvigionamento idrico ed elettrico non è stato interrotto. I sistemi di backup hanno finora evitato un’interruzione del servizio, ma la vulnerabilità di fondo naturalmente resta. Più controverso, invece, il caso iraniano di Qeshm. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato che un impianto di desalinizzazione sull’isola sarebbe stato colpito da un attacco statunitense, lasciando senza rifornimento idrico oltre 30 villaggi. Gli Stati Uniti hanno negato di aver preso di mira infrastrutture civili. Una rete concentrata in pochi nodi L’aspetto forse più allarmante riguarda la concentrazione del rischio. Associated Press segnala che oltre il 90% dell’acqua desalinizzata del Golfo dipende da appena 56 impianti. Questo significa che, in termini di resilienza sistemica, la continuità del servizio poggia su un numero relativamente ristretto di siti costieri. Per i piccoli Stati, dove la domanda è elevata e le alternative sono scarse, le finestre di autonomia sono brevi. Il Wall Street Journal sottolinea che in Paesi come Bahrain le riserve possono esaurirsi in pochi giorni se la capacità principale viene compromessa. È proprio questo il motivo per cui l’acqua, in uno scenario di guerra, può trasformarsi in un moltiplicatore di instabilità più rapido del petrolio: l’interruzione si scarica quasi immediatamente su popolazione, ospedali, hotel, reti civili, porti, aeroporti e industria. Le conseguenze possibili: città, industria, energia e stabilità politica Il rischio non riguarda soltanto l’acqua da bere. In molti Paesi del Golfo gli impianti di desalinizzazione sono integrati con centrali elettriche o comunque fortemente dipendenti dalla disponibilità di energia, combustibile e connessioni di rete. Colpire una centrale, una sottostazione o un’infrastruttura portuale può quindi avere effetti indiretti sulla produzione idrica. Proprio questa interdipendenza tra sistema elettrico e sistema idrico è da considerare uno dei principali fattori di fragilità regionale. A questo si aggiunge la vulnerabilità ambientale e operativa. Gli impianti devono trovarsi lungo la costa, con prese a mare, tubazioni, sezioni di pretrattamento e membrane o unità termiche particolarmente sensibili. Non serve necessariamente distruggere l’intero impianto per fermarlo: possono bastare danni alle strutture di captazione, contaminazioni marine, sversamenti petroliferi, problemi di power supply o interruzioni logistiche. Il caso Iran: crisi idrica preesistente e rischio di aggravamento Anche l’Iran si presenta a questa fase del conflitto in condizioni di forte stress idrico. A differenza delle monarchie del Golfo, il Paese non dispone della stessa rete capillare di grandi impianti di desalinizzazione e continua a dipendere in misura molto più ampia da dighe, falde e risorse superficiali già in sofferenza. Il Guardian e Al Jazeera hanno descritto tra fine 2025 e inizio 2026 una situazione molto tesa, con riserve delle dighe intorno a Teheran in forte contrazione e rischi concreti di razionamento e “day zero” in alcune aree urbane. L’acqua non è solo un elemento strategico nel Golfo arabo, ma anche un fattore di pressione interna in Iran. In un contesto già segnato da siccità, cambiamento climatico, cattiva gestione e tensioni economiche, eventuali danni alle infrastrutture idriche potrebbero produrre effetti politici e sociali rilevanti. Per questo molti analisti ritengono che la partita dell’acqua sia destinata a pesare sempre di più negli equilibri regionali. Nel breve termine, la priorità resta evitare un’escalation che coinvolga sistematicamente le infrastrutture civili. Nel medio-lungo periodo, però, il conflitto riapre un tema più profondo: la resilienza dei sistemi idrici nei Paesi desertici non può essere affidata solo alla crescita della capacità installata, ma deve includere ridondanza infrastrutturale, capacità di accumulo strategico, protezione fisica degli impianti, cyber-security, decarbonizzazione dei processi, riuso delle acque reflue e gestione della domanda. In un’area dove il petrolio ha costruito la ricchezza, oggi è l’acqua a definire il vero livello di vulnerabilità. FAQ Conflitto, crisi idrica e desalinizzazione Perché la desalinizzazione è così importante nei Paesi del Golfo? Perché in gran parte della regione le risorse idriche naturali sono estremamente limitate e la desalinizzazione copre quote molto alte dell’acqua potabile: circa 90% in Kuwait, 86% in Oman, 70% in Arabia Saudita, quasi 100% in Bahrain e circa 98% in Qatar. Quanti impianti di desalinizzazione ci sono in Medio Oriente? Secondo i dati più recenti, l’area MENA dispone di oltre 5.000 impianti e concentra quasi metà della capacità online globale. Uno studio del 2026 attribuisce al Medio Oriente il 41,8% della capacità operativa mondiale. Gli impianti di desalinizzazione sono stati colpiti dalla guerra? Il caso più confermato è quello del Bahrain, che l’8 marzo 2026 ha denunciato danni a un impianto di desalinizzazione dopo un attacco con drone attribuito all’Iran. Sul caso Qeshm, in Iran, esiste una denuncia di Teheran, ma la versione è stata smentita dagli Stati Uniti. Cosa succede se un grande impianto viene fermato? Le conseguenze possono essere rapide: carenza di acqua potabile, pressione sulle riserve, impatto su ospedali, turismo, industria e reti urbane. Nei piccoli Stati del Golfo, secondo il WSJ, le riserve possono ridursi in pochi giorni se la capacità principale viene meno. Perché l’acqua è considerata più vulnerabile del petrolio in questa fase? Perché la produzione di petrolio può essere ridistribuita o stoccata in modo diverso, mentre l’acqua potabile serve ogni giorno e dipende da impianti costieri facilmente individuabili, spesso integrati con la rete elettrica. Un danno idrico può quindi produrre effetti immediati e diffusi sulla popolazione e sulla stabilità interna. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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