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Indice degli argomenti: Perché fare di più? Le reti delle città Come devono cambiare le città Il momento è ora Sono al centro di una trasformazione continua, che va avanti da secoli. E che oggi deve prendere una direzione: quella della lotta ai cambiamenti climatici per le città è la sfida più imponente; sia perché nei grandi centri vive più di metà della popolazione mondiale, sia perché sono responsabili dell’80% delle emissioni di gas serra. Proprio perché – nell’ottica della necessaria e urgente transizione ecologica – nessun percorso di decarbonizzazione può prescindere da un loro coinvolgimento, oltre 100 città hanno partecipato all’ iniziativa ‘Le città e la sfida della neutralità climatica‘, promossa dal Green city network e Italy for climate in collaborazione con l’Ambasciata Britannica e con il Gse (Gestore dei servizi energetici); l’evento aderisce al programma ‘All4climate‘ del ministero dell’Ambiente, ed è un convegno in vista della prossima Conferenza delle parti sul clima, la Cop26 prevista per novembre a Glasgow e di cui l’Italia organizza i passi preparatori. “Per arrivare alla neutralità climatica entro il 2050 – ha messo in evidenza Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, promotrice delle due reti ‘Green city network’ e ‘Italy for climate’ – è necessario aumentare notevolmente l’impegno delle città al 2030, alzando il target di riduzione dei gas serra dal 40% precedente al 55% come indicato dall’Unione europea. Un nuovo obiettivo che richiede molto più di quanto fatto finora, in particolare per l’aumento delle fonti rinnovabili, per la decarbonizzazione dei trasporti urbani, per i consumi energetici degli edifici e per lo sviluppo a livello locale delle attività produttive”. Perché fare di più? Il futuro si concentra nelle città. Ecco perché diventa indispensabile impegnarsi: entro il 2050 – viene stimato dalla Banca Mondiale – il 70% della popolazione globale abiterà infatti nelle metropoli. Sono allora essenziali piani e strategie da parte dei sindaci per centrare gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Non solo. A spingere verso lo sviluppo sostenibile ci ha pensato il Covid-19 che ha svelato le fragilità di un sistema che non stava più in piedi, e allo stesso tempo accelerato la consapevolezza diffusa tra le persone, e in molti casi ha portato anche ad azioni concrete. “La pandemia – ha osservato Raf Tuts, direttore della divisione Global solutions dell UN Habitat (il programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani) – ha messo in luce l’esigenza di una transizione sostenibile nel sistema dei trasporti, degli spazi pubblici e della sicurezza sanitaria. Soggetti pubblici e privati hanno compreso che gli investimenti in questa direzione sono la chiave per la resilienza oggi, ma anche in futuro, per avere città più vivibili, fruibili ed eque”. L’ emergenza sanitaria – e subito dietro quella economica e sociale – ha messo davanti a tutti che la transizione deve essere un passaggio sì graduale ma contemporaneamente decisamente veloce; a patto che cittadini e classe dirigente lo vogliano veramente. Un ruolo decisivo spetta naturalmente all’amministrazione comunale, alla predisposizione di target misurabili e di tappe intermedie con cui confrontarsi. Le reti delle città Un guida esiste già. L’Agenda 2030 per esempio con l‘obiettivo numero 11 (dei 17 in tutto) mette in chiaro i principi che devono animare il concetto di sostenibilità: un sistema a 360 gradi che sia non solo ambientale ma anche economico e sociale. Sono nate così reti di grandi centri urbani che, in una specie di ragnatela di buone pratiche possibilmente e auspicabilmente replicabili, cercano di alleggerire – fino a renderla inesistente – la propria impronta ambientale. Tra queste c’è la ‘Carbon neutral cities alliance‘ che unisce 22 città (da Yokohama a New York a Toronto). Per esempio Oslo è la prima città che ha messo in campo un ‘Climate budget’; ha cioè inserito accanto al bilancio finanziario, anche un sistema per contare le emissioni in atmosfera. Ma c’è anche Copenhagen che vuole anticipare gli obiettivi e puntare a zero emissioni per il 2025. La Sirenetta, simbolo di Copenhagen La rete C-40 – che prende il nome dal numero di città incluse nel network a un anno dalla sua creazione nel 2005 grazie al sindaco di Londra Ken Livingstone – è quella che prende le mosse dall’Accordo di Parigi, a esso si ispira e prova trasformare quegli impegni in ‘opere’ concrete sul territorio. Attualmente le città che fanno parte di C-40 sono 97. In tutto si arriva a più di 700 milioni di abitanti. Il Pil raggiunge un quarto dell’economia globale. In Italia ne fanno parte Milano, Roma e Venezia. Come devono cambiare le città La trasformazione della città è quindi obbligatoria. Un esempio di come possa avvenire questo passaggio può essere Parigi: la sindaca Anne Hidalgo ha pensato a una capitale che abbia tutti i servizi a ’15-minuti-di-distanza’; una metropoli spezzettata in tanti quartieri e unita sotto il segno della qualità della vita. E’ una modalità che cambia la fisionomia della città ma anche gli stili di vita delle persone, a cominciare dai trasporti. Sulla stessa lunghezza d’onda si posizionano Londra, Lisbona, Helsinki, Stoccolma, Barcellona. Tutte città che hanno in mente l’ampliamento dell’offerta di piste ciclabili, centri storici chiusi al traffico, riqualificazione urbana, e il potenziamento dei mezzi pubblici (sempre più elettrificati). A questi elementi si aggiunge il ruolo sociale della trasformazione: ed arriva allora l’inclusione, l’integrazione, la valorizzazione di arte e cultura. Una città del genere intreccia l’innovazione, la tecnologia, il digitale. Nella sostenibilità la chiave per tenere tutto insieme. Secondo le stime di UN Habitat a livello globale servirebbero investimenti in infrastrutture per circa 38mila miliardi di dollari – pari a oltre il 40% del Pil mondiale all’anno – in 10 anni per edilizia, trasporti, gestione dei rifiuti, spazi pubblici e pianificazione. Il momento è ora Il momento è ora. Tanto banale quanto essenziale. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) su questo dovrà avere elementi tangibili. Anche tenendo presente l’intenzione della commissione Europea di puntare su questo approccio in 100 città, attraverso un Climate city contract – un contratto sul clima – utilizzando un insieme di strumenti contemporaneamente: fino al 10% delle risorse per il clima nel bilancio Ue del 2021 – 2027 dovranno avere una corsia preferenziale nell’ambito dei fondi strutturali del Recovery. In Italia servirebbero – secondo uno studio dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile (l’Asvis) – 31,2 miliardi per lo sviluppo sostenibile delle città, con un’attenzione specifica sul trasporto pubblico, senza dimenticare la riqualificazione energetica in edilizia e un occhio di riguardo per le periferie. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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