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Indice degli argomenti Toggle Crisi climatica, un problema di tuttiServe una comunicazione efficaceClimate change: cosa è cambiato negli anniCrisi climatica, tra bufale, fake news e mezze veritàL’estate che verràCrisi climatica e città italiane: quali misure servono per la resilienzaIl futuro che ci aspetta La crisi climatica è pressoché scomparsa dai mass-media. La situazione geopolitica ha di certo polarizzato l’attenzione, ma non può giustificare la sparizione della questione più importante per il futuro della nostra sopravvivenza sulla Terra. «Non ci siamo accorti che, da quando l’uomo Sapiens è sulla Terra e domina il pianeta, per la prima volta, c’è un nemico comune da combattere uniti: il cambiamento climatico» rileva Giulio Betti, climatologo, meteorologo del Consorzio LaMMA (Laboratorio di Monitoraggio e Modellistica Ambientale) e attivo presso IBE (Istituto di Biometeorologia) del CNR di Firenze. Da anni si occupa di questioni attinenti al clima che cambia e dei suoi effetti, che dovrebbero suscitare forte preoccupazione. Gli eventi meteorologici estremi come tempeste, ondate di calore e inondazioni, il cui numero è in aumento, hanno causato in tutta Europa negli ultimi 40 anni tra 85mila e 145mila morti. Oltre l’85% di queste vittime è stato causato da ondate di calore. Le perdite economiche causate da eventi meteorologici e climatici estremi in Europa hanno raggiunto circa 500 miliardi di euro nello stesso periodo (Fonte: Agenzia europea dell’Ambiente). Abbiamo archiviato il 2024 come anno più caldo di sempre e il primo a registrare un aumento della temperatura superiore a 1,5 °C, come ha rilevato Copernicus nella propria relazione Global Climate Highlights 2024. Ma la situazione non è migliorata nel 2025, tutt’altro. Crisi climatica, un problema di tutti Malgrado la situazione, la crisi climatica è stata messa in fondo all’agenda politica dall’Italia, ma non solo. A riprova, da marzo in Europa – che per prima nel mondo si è mossa con decisione per la questione climatica – si parla più del piano ReArm Europe che del Green Deal. Negli Stati Uniti, con l’avvento di Trump, la questione climatica è stata cestinata e l’Inflaction Reduction Act, misura di portata storica per la transizione energetica e per le politiche di decarbonizzazione, è prossima a essere cestinata. «Il tema del clima vive un momento difficile da un punto di vista mediatico, perché, la copertura rispetto al passato è molto diminuita. Sembra che il problema interessi solo a pochi. La verità è che gli effetti del cambiamento climatico colpiscono sia chi ha a cuore la questione sia chi non è affatto interessato o chi fa finta che il problema non sussista. Viviamo un periodo molto buio da un punto di vista geopolitico: abbiamo notizie di guerre un po’ ovunque nel mondo, quindi è comprensibile che in questo momento a livello mediatico l’attenzione sia rivolta, soprattutto a situazioni estremamente drammatiche, che stanno vivendo svariati Paesi. Tuttavia, questa instabilità è anche un segno di una politica poco lungimirante, che mira ad avere tutto e subito, senza una minima strategia a lungo termine che possa tenere conto anche delle necessità delle persone. Se c’è una guerra da combattere, è proprio quella che dovremmo affrontare tutti insieme contro la crisi climatica, che abbiamo generato noi esseri umani e che oggi facciamo finta che non esista». Serve una comunicazione efficace Betti rileva che negli anni non c’è stata una comunicazione adeguata rispetto a temi scientifici tra cui il cambiamento climatico, ma nota anche come su questi temi, nei convegni, ci sia una consistente partecipazione. «Noto spesso come le persone sono molto curiose e interessate sui temi scientifici. Ho avuto anche modo di incontrare degli scettici rispetto all’argomento climatico che, dopo aver spiegato loro la situazione, supportato da dati oggettivi, hanno aperto gli occhi su una realtà non conosciuta. Negli anni è mancata una comunicazione adeguata, che rendesse accessibili alle persone temi complessi spiegandoli nella maniera più semplice possibile, ossia fornendo loro una risposta comprensibile a un tema complesso. La fiducia nella scienza è venuta meno nel momento in cui la scienza si è allontanata dalle persone. Se la scienza tornerà a parlare alle persone, allora raggiungerà il suo fine e diffonde conoscenza. Lo sta già facendo». Greta Thunberg ha svolto un ruolo fondamentale nel sensibilizzare tante persone, specie le giovani generazioni, al tema del clima. «Ha avuto il merito di rompere una barriera invisibile ma potente che si era instaurata tra il pubblico e la scienza. Ha reso il tema della crisi climatica un problema attuale. Ciò che ci ha insegnato Greta è che noi scienziati dobbiamo parlare ai ragazzi, ai giovani, che sono a loro volta preziosi divulgatori. A questo proposito invito tutti ad andare a visitare i profili social di giovanissimi impegnati a parlare di scienza, facendolo benissimo. In questo è stato fondamentale il movimento Fridays for Future, inspirando molti giovani a interessarsi e a trattare di materie scientifiche. In questo senso, i social – spesso vituperati – si rivelano ottimi strumenti. Sta a noi usarli in maniera appropriata». Climate change: cosa è cambiato negli anni Da specialista del clima, qual è Giulio Betti, com’è cambiata negli anni la sua percezione sui cambiamenti climatici? «20-25 anni fa, quando ho cominciato a lavorare su questi temi, non avevo ancora realizzato pienamente quanto fossimo messi male o, meglio, quanto fossero realistiche e concrete le proiezioni al 2025. All’epoca pensavo (speravo) che fossero stime lievemente sovrastimate. Invece, la mia illusione di giovane è stata letteralmente spazzata via dai dati che erano stati ampiamente previsti mediante modelli rudimentali già negli anni Ottanta del XX secolo, se non addirittura negli anni Settanta. Quello che sta succedendo ora a livello generale, come aumento della temperatura, è stato perfettamente previsto dai primi modelli climatici, tra cui anche quelli delle grandi compagnie petrolifere. Mi ha colpito non soltanto la precisione della scienza, ma anche vivere il cambiamento incredibile nei successivi 20 anni. Faccio solo l’esempio delle precipitazioni giornaliere, che negli anni – come Consorzio LaMMA abbiamo dovuto aggiornare sempre più verso l’alto. Siamo passati da 200 mm come massima giornaliera a 350 mm. La realtà sperimentata è stata davvero dura». Crisi climatica, tra bufale, fake news e mezze verità Nel libro “Ha sempre fatto caldo!” (Aboca Edizioni), pubblicato nel 2024, il climatologo e meteorologo ha voluto smontare diverse bufale storiche, ma anche fake news e mezze verità attuali. «Spesso dietro alle esternazioni condite con toni pseudo-scientifici si vuole passare per vero che dietro a quanto sta accadendo ci sia la volontà di qualcuno e che, quando si scoprirà, si risolverà tutto. È una narrazione molto rassicurante, ma favoleggiante, degna dei migliori film di Hollywood, ma non risponde minimamente al vero. Per esempio: in questi giorni è giunta anche sull’Italia la fuliggine proveniente dagli incendi che hanno colpito il Canada. Qualcuno può bollarla come una “stupidaggine ambientalista” e che invece sia il frutto di qualche altro non ben chiaro fenomeno. Ma sarebbe bene pensare che in poco più di un mese sono andati in fumo 2,6 milioni di ettari di foresta». A titolo di paragone, ogni anno si verificano oltre 8mila incendi boschivi, che bruciano in media più di 2,1 milioni di ettari (fonte: National Forestry Database). «Tutto questo fumo è arrivato in Europa perché è stato preso in carico dalla corrente a getto che da ovest si sposta verso est. Una volta giunta sull’Europa e sull’Italia la fuliggine è rimasta intrappolata nell’anticiclone che, peraltro, ha portato temperature prossime ai 40 °C ieri in Romagna. O si guarda la realtà dei fatti, che è questa, gravissima, fatta di ecosistemi che stanno perdendo completamente il loro equilibrio oppure si continua a credere alle favole. È un atteggiamento puerile e sbagliato». Quali sono le più temibili fake news o mezze verità? «una delle più pericolose è confondere la meteorologia col clima. Per capire la differenza faccio l’esempio di quanto accaduto a Milano, dove si è avuto un inizio giugno molto caldo, in cui si sono registrati 12 giorni sopra la media (di 5-7 °C). Se poi nei successivi 2-3 giorni farà più fresco, le temperature si riporteranno su valori nella norma. Ma quest’ultimo sarà un episodio meteo che nulla andrà a cambiare rispetto al caldo anomalo dei giorni precedenti e che successivamente tornerà. Piccoli episodi temporaleschi o più freschi all’interno di un’estate caldissima – come sarà – non vanno a incidere sul trend dell’aumento delle temperature. Quindi, un evento fresco o freddo localizzato non va a incidere sulla tendenza globale dell’aumento delle temperature. Saper distingue tra un evento meteo e un trend climatico è fondamentale per riuscire a non essere ingannati dalle falsità che si leggono spesso sui social». L’estate che verrà L’estate è alle porte e così pure i rischi connessi, dalle ondate di calore agli eventi meteo estremi. Cosa dobbiamo aspettarci? «La probabilità di avere un’estate termicamente più fresca del normale è bassissima. Quella di averne una termicamente normale, o meglio con una media già alta come quella del periodo 1991-2020 è bassa. La probabilità di avere un’estate più calda e normale è piuttosto alta, ma non bisogna essere meteorologi per indovinare tale andamento. Questa previsione è basata sul fatto che l’Europa, in quanto hotspot del cambiamento climatico e contando sul deserto del Sahara quale sede dell’anticiclone subtropicale continentale, è chiaro che più si scalda il pianeta, più è probabile che l’estensione di questo anticiclone si espanda. Quindi, avremo un’estate più calda del normale, con un numero di ondate di calore più elevato della norma. Dato che l’estate meteorologica va dal primo giugno al primo settembre, già questo giugno, dal punto di vista tecnico, è compromesso e chiuderà sopra la norma, classificandosi tra i più caldi della serie storica». Comprenderemo più avanti se sarà l’estate più calda della serie storica o tra le più calde. «Personalmente, non è difficile prevedere che l’Europa Centro-Meridionale non avrà molte probabilità di avere un’estate gradevole da un punto di vista termico. È più probabile che vivremo un’estate molto calda, intervallata da brevi fasi instabili, durante le quali, purtroppo, per l’eccesso di vapore acqueo e per l’eccesso di calore, i temporali saranno rovinosi», rileva Betti. Crisi climatica e città italiane: quali misure servono per la resilienza Le città italiane devono affrontare eventi meteo estremi. Quali precauzioni dovrebbero essere messe in atto per contare su città più resilienti? «Basterebbe prendere ispirazione da quanto fatto a Stoccarda, per esempio. È una città che subiva e subirà ancora forti ondate di calore, ma ha rinverdito oltre il 50% della superficie della città, sottoponendolo a vincolo naturalistico. I risultati sono stati un miglioramento sensibile della qualità dell’aria e migliori condizioni per abbassare di diversi gradi la temperatura media della città durante le ondate di calore, creando rifugi climatici per chi cerca ombra e refrigerio, sotto forma di strutture coibentate, più fresche, dove accogliere le persone, specie le più fragili, che possono così contare anche su occasioni di relazione sociale. Un altro intervento da prevedere nelle città è de-pavimentare il più possibile, sostituendo dove sia opportuno le strisce d’asfalto con prati erbosi e alberi. Questo tipo di interventi permette di ridurre significativamente la temperatura media di una città e assorbire meglio la quantità d’acqua delle precipitazioni, sempre più copiose». Il futuro che ci aspetta Possiamo ancora farcela a raggiungere gli obiettivi fissati nell’accordo di Parigi di contenere l’innalzamento delle temperature sotto 1,5 °C? «No. Sarebbe illusorio sperarlo. La situazione non è per nulla positiva da questo punto di vista. Quindi, anche se si mettessero in campo tutte le azioni utili allo scopo. I tipping point associati sono già in atto e sono irreversibili. A questo punto dobbiamo mettercela tutta e contenere la temperatura entro i 2 °C. In ogni caso è bene ribadire che non centrando l’obiettivo di 1,5 °C abbiamo ipotecato tante situazioni che potevano essere decisamente migliori rispetto alla situazione attuale e questo rappresenta un elemento di una gravità storica e sociale notevole. Ce la possiamo ancora fare a non innalzare le temperature oltre i 2 °C, però il prezzo da pagare a livello di conseguenze meteo-climatiche, soprattutto di eventi estremi, sarà molto alto e l’adattamento costerà di più», conclude Betti. 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