Crisi climatica e montagna, dal crollo del ghiacciaio in Nepal alle Alpi senza neve

La crisi climatica sta impattando sulla montagna a ogni latitudine. In Himalaya il crollo di un ghiacciaio ha innescato un’alluvione che ha spazzato via villaggi e infrastrutture, sulle Alpi la neve naturale si assottiglia stagione dopo stagione. In Italia l’ultimo report Nevediversa 2026 di Legambiente, censisce 273 impianti sciistici dismessi.

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Crisi climatica e montagna, dal crollo del ghiacciaio in Nepal alle Alpi senza neve
Immagine generata dall’IA

La montagna sta perdendo la sua stabilità, e lo fa alle diverse latitudini con dinamiche diverse ma con la stessa causa di fondo: il cambiamento climatico. Proprio in questi giorni l’Himalaya sta vivendo una delle catastrofi più violente degli ultimi anni, dopo il crollo di un ghiacciaio al confine tra Nepal e Tibet che ha generato un’alluvione capace di travolgere interi villaggi. Sulle Alpi e sugli Appennini lo stesso riscaldamento globale si manifesta con una copertura nevosa in calo, ghiacciai in forte regresso e un turismo invernale in difficoltà. In Italia il report Nevediversa 2026 di Legambiente ci dice che sono 273 gli impianti sciistici dismessi tra Alpi e Appennini, più del doppio rispetto al 2020.

Non c’è, naturalmente, un legame diretto tra un ghiacciaio himalayano che cede d’agosto e una pista abbandonata sull’Appennino. Ma la causa di fondo è la stessa e in entrambi i casi la temperatura in aumento agisce sulla criosfera, l’insieme di neve e ghiaccio che regola l’equilibrio idrico e la sicurezza dei territori montani. Quando quell’equilibrio salta, a valle arrivano meno acqua, meno neve e maggiore rischio.

Cosa sta succedendo in Nepal

Il 26 agosto 2026, al confine tra Nepal e Tibet, un evento registrato inizialmente come terremoto si è rivelato il collasso di una massa glaciale. Lo ha chiarito l’USGS, l’istituto geologico statunitense, che dopo l’analisi delle onde sismiche e delle immagini satellitari ha stabilito che non si è verificato alcun sisma, ma un crollo glaciale seguito da una colata di detriti, con un’energia equivalente a un terremoto di magnitudo 5.2. La massa di acqua, ghiaccio e fango si è riversata lungo il fiume Bhote Koshi, nel distretto di Rasuwa, dove i livelli idrici sono saliti di diversi metri in mezz’ora. Il servizio europeo Copernicus Emergency Management Service ha attivato la mappatura satellitare rapida dei danni, ricondotti a un fenomeno di tipo GLOF, l’esondazione improvvisa di un bacino glaciale.

Il bilancio è provvisorio e in continuo aggiornamento, con centinaia di vittime accertate, oltre un migliaio di dispersi tra cui molti turisti stranieri e villaggi, ponti e strade cancellati. Gli Stati Uniti hanno stanziato 500 mila dollari di aiuti d’emergenza, mentre l’Unione europea, la Croce Rossa internazionale e le Nazioni Unite hanno avviato i propri interventi.

Da quello che sappiamo al momento in cui scriviamo, l’impatto sulle infrastrutture energetiche è significativo: secondo le autorità nepalesi la piena ha danneggiato otto impianti idroelettrici operativi, per complessivi 354 MW, e cinque impianti in costruzione nei distretti di Nuwakot e Rasuwa, aree in cui la produzione idroelettrica dipende direttamente dai regimi glaciali e nivali oggi sempre più instabili.

La situazione delle montagne italiane

Anche la montagna italiana – per fortuna senza eventi tanto tragici – mostra segni evidenti della stessa pressione climatica. Sulle Alpi la copertura nevosa si è ridotta del 5-6% per decennio negli ultimi cinquant’anni. I dati Eurac Research richiamati da Legambiente nel report NeveDiversa indicano che la stagione nevosa dura oggi tra i 22 e i 34 giorni in meno rispetto a mezzo secolo fa, con un calo superiore al 30% sia della profondità del manto sia dello Snow Water Equivalent, la quantità d’acqua effettivamente immagazzinata nella neve e quindi la reale riserva idrica stagionale. Sugli Appennini la presenza di neve naturale è ormai discontinua di anno in anno.

Parallelamente i ghiacciai italiani arretrano. Le rilevazioni della campagna Carovana dei ghiacciai di Legambiente descrivono apparati in forte sofferenza sull’intero arco alpino, con perdite di spessore e di lunghezza che nelle giornate più calde si misurano in centimetri al giorno. La minore riserva di neve e ghiaccio incide sulla disponibilità idrica a valle, sugli ecosistemi montani e sulle attività economiche che dipendono dalla risorsa, dall’agricoltura all’idroelettrico.

La ricaduta sul turismo invernale è significativa. L’Osservatorio Italiano del Turismo Montano (JFC) ha stimato per la stagione 2025-2026 un calo del 14,5% degli sciatori giornalieri e una flessione del 3,9% degli italiani in vacanza su Alpi e Appennini, complice anche il rincaro dei prezzi, per un volume economico che resta comunque sopra i 12 miliardi di euro, di cui circa 6 nell’ospitalità. Un settore ancora rilevante, ma esposto a una vulnerabilità crescente man mano che la neve naturale è meno garantita.

Il report Nevediversa 2026 di Legambiente

Secondo il dossier annuale di Legambiente nel 2026 gli impianti sciistici dismessi tra Alpi e Appennini sono saliti a 273, otto in più rispetto ai 265 del 2025 e ben più del doppio dei 132 del 2020. A questi si aggiungono 106 impianti chiusi temporaneamente, 98 che operano a intermittenza e 231 sostenuti in una sorta di accanimento terapeutico, cioè attivi solo grazie ai fondi pubblici. Il Piemonte guida la classifica dei dismessi con 76 strutture, seguito dalla Lombardia, che sale a 51 e segna il peggioramento più marcato dell’anno. Il report introduce anche 247 edifici sospesi, tra alberghi, residence e complessi abbandonati in quota, e 28 luna park della montagna, attrazioni artificiali dall’impatto ambientale non sempre sostenibile.

Un aspetto che valuta il Rapporto riguarda la destinazione delle risorse. Legambiente stima che circa il 90% dei fondi pubblici per il turismo montano continui a sostenere il sistema neve, lasciando alla riconversione e alla destagionalizzazione una quota marginale. Nel frattempo, dove la neve non arriva, arrivano i cannoni, con tutte le conseguenze ambientali della neve artificiale. I bacini per l’innevamento artificiale censiti sono 169, in crescita di superficie rispetto all’anno precedente, e movimentano ogni anno milioni di metri cubi d’acqua, con un fabbisogno idrico ed energetico che in diversi comuni entra in concorrenza con l’approvvigionamento dei residenti.

Le alternative esistono ma restano poco praticate. In Italia i casi di riuso o smantellamento degli impianti abbandonati sono appena 37. La direzione indicata dal Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana, promosso da Legambiente insieme alle 300 Bandiere Verdi dell’arco alpino, propone la destagionalizzazione, con attività estive e autunnali, la riqualificazione energetica delle strutture, l’integrazione di fonti rinnovabili, una gestione più responsabile della risorsa idrica e un modello di montagna meno dipendente dall’artificio.

FAQ Crisi climatica e montagna

Come sta influendo la crisi climatica sulla montagna?

Il riscaldamento globale riduce neve e ghiaccio, rende i ghiacciai più instabili e altera la disponibilità idrica. Gli effetti vanno dalle esondazioni glaciali improvvise in Himalaya alla contrazione della stagione nevosa sulle Alpi, con impatti su ecosistemi, sicurezza dei territori e turismo invernale.

Cosa ha causato l’alluvione in Nepal dell’agosto 2026?

Secondo l’USGS l’evento del 26 agosto 2026 al confine tra Nepal e Tibet è stato provocato dal crollo di un ghiacciaio, seguito da una colata di detriti, e non da un terremoto come inizialmente riportato. Il fenomeno è riconducibile a un’esondazione glaciale (GLOF) e ha causato centinaia di vittime.

Quanti impianti sciistici dismessi ci sono in Italia?

Secondo il report Nevediversa 2026 di Legambiente gli impianti sciistici dismessi in Italia sono 273, otto in più rispetto al 2025 e più del doppio dei 132 del 2020. Il Piemonte ne conta 76, la Lombardia 51.

Perché diminuisce la neve sulle Alpi?

La causa principale è l’aumento delle temperature legato alla crisi climatica. Sulle Alpi la copertura nevosa cala del 5-6% per decennio e la stagione nevosa si è accorciata di 22-34 giorni in cinquant’anni, con una riduzione oltre il 30% della riserva idrica immagazzinata nella neve.

Cosa si può fare con gli impianti sciistici abbandonati?

Le opzioni principali sono la destagionalizzazione con attività estive, la riqualificazione energetica degli edifici, l’integrazione di fonti rinnovabili e una diversa gestione dei bacini idrici. In Italia i casi di riuso o smantellamento censiti sono ancora pochi, 37 in totale.

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