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Indice degli argomenti Toggle Stazioni sciistiche e impianti di risalitaNeve artificiale, “macchina elefantiaca”Turismo sulla neve. Per la Corte dei Conti francese un modello «che si indebolisce»Occorre ripensare il modello di turismo invernaleGuardare alle buone pratiche: in Italia ci sono Gli impianti di risalita e il turismo invernale basato sulla stagione sciistica e sulla neve artificiale sono sostenibili? È una domanda lecita, specie se si pensa che il turismo sulla neve ha attirato lo scorso inverno 8,9 milioni di italiani per un giro d’affari di 6,1 miliardi di euro, di cui 4,3 miliardi di euro dalle settimane bianche (fonte: Federalberghi). Da una parte c’è un modello economico, basato per lo più sullo sci e sulle infrastrutture che vi gravitano intorno, che crea introiti e occupazione, dall’altra c’è uno scenario sempre più caratterizzato dagli effetti causati dai cambiamenti climatici. «Le nevicate stanno diventando meno frequenti e più spesso sostituite dalla pioggia, con una riduzione significativa della copertura nevosa sulle montagne negli ultimi decenni. Per compensare la carenza di precipitazioni nevose, viene utilizzata la neve artificiale che, però, ha un elevato costo ambientale a causa del consumo di energia e acqua, specialmente in aree a rischio di siccità». A riportarlo è Nevediversa 2024, report di Legambiente che considera la questione del turismo della neve “nelle montagne senza neve”. Già oggi le strutture sciistiche utilizzate anche per le Olimpiadi invernali si affidano sempre più alla neve artificiale. «L’Italia evidenzia in questo una delle maggiori dipendenze, innevando artificialmente oltre il 90% delle sue piste». Tutto questo implica consumi idrici ed energetici sensibili, implicando costi e un impatto ambientale non più trascurabili. Non è un problema unicamente nazionale: come vedremo, la Corte dei Conti francese ha messo in evidenza una situazione analoga nel Paese transalpino, che è uno dei principali punti di attrazione mondiali del turismo invernale. Occorre cominciare a cercare soluzioni di turismo alternative: c’è chi le ha trovate e ne sta sperimentando gli effetti positivi. Stazioni sciistiche e impianti di risalita La crisi climatica incide sulla progressiva carenza di neve. «Circa l’85% delle località analizzate mostra tendenze complessive di riduzione dell’innevamento, più evidenti in primavera, sotto i 2000 metri e al Sud delle Alpi (versante italiano) rispetto al Nord e alle quote superiori. Oltre allo spessore della neve, a ridursi è anche la sua durata: sul versante sudalpino la lunghezza della stagione innevata è diminuita in media di 34 giorni a quote tra 1000 e 2000 metri, ovvero oltre un mese (all’anno) di suolo innevato in meno», riportano Luca Mercalli e Daniele Cat Berro, della Società Meteorologica Italiana in Nevediversa 2024. Solo lo scorso inverno, gli sbalzi meteo hanno messo in crisi gli impianti di risalita: gli impianti temporaneamente chiusi sono 177, 39 in più dallo scorso anno. Ci sono anche gli impianti “un po’ chiusi, un po’ aperti” sono 93 (+3), come pure quelli aperti per “accanimento terapeutico”: sono 214, 33 in più rispetto al 2023. Inoltre, si contano 260 tra impianti ed edifici dismessi, 11 in più rispetto al 2023. Gli edifici fatiscenti sono 78, numero invariato rispetto alla precedente edizione, mentre sono solo 31 gli edifici smantellati o sottoposti a riuso (ma raddoppiati, rispetto al 2023). Questa situazione imporrebbe riflessioni e la necessità di trovare alternative al tradizionale modello di business, promuovendolo anche sotto forma di finanziamenti. Invece, da quanto si legge nel report di Legambiente, il Ministero del Turismo ha stanziato 148 milioni di euro per l’ammodernamento degli impianti di risalita e di innevamento artificiale a fronte di soli 4 milioni per promuovere l’ecoturismo. Non è solo una questione legata alle decisioni ministeriali, ma anche alla volontà delle regioni e degli enti locali a stanziare fondi alle società proprietarie degli impianti e non certo da quest’anno: sono almeno vent’anni che va avanti tale situazione. Il report annota gli stanziamenti regionali, come pure i costi lievitati per le Olimpiadi invernali 2026. Neve artificiale, “macchina elefantiaca” Il dibattito sull’innevamento artificiale «rimane il tema più scottante e, forse, il più divisivo», sottolinea Legambiente nel rapporto, ponendo la questione relativa a quale sia l’impatto ambientale ed economico della sostituzione della neve naturale con la neve artificiale. La prima considerazione è nel costo delle risorse. «Il consumo complessivo di energia delle stazioni sciistiche rispondenti nella stagione 2019-2020 è risultato pari a 24 GWh circa. La produzione della neve assorbe il 41,8% del totale», mentre il resto è legato al funzionamento degli impianti di risalita. C’è poi la richiesta idrica che richiede l’innevamento artificiale: il report segnala che ne sono stati individuati ben 158 per una superficie totale pari a 1.853.233 mq circa. Il WWF, a proposito di neve artificiale, evidenzia che per l’innevamento di base (circa 30 cm di neve, spesso anche di più) di una pista di un ettaro, occorrono almeno un milione di litri, cioè mille metri cubi d’acqua. Gli innevamenti successivi richiedono, invece, a seconda della situazione, un consumo d’acqua nettamente superiore, «che corrisponde approssimativamente al consumo annuo d’acqua di una città di 1,5 milioni di abitanti». L’innovazione tecnologica ha certamente contribuito a ridurre sprechi e consumi e lo ribadisce in Valeria Ghezzi, Presidente Anef (Associazione nazionale esercenti funiviari) in Nevediversa 2024: rispetto agli anni Ottanta del secolo scorso, «oggi per la stessa quantità di neve serve meno di un quinto dell’energia e lo stesso vale per l’acqua». Tuttavia, anche se ridotta, la neve artificiale «è una macchina elefantiaca che invece di risolvere un problema, lo ingigantisce e non ha granché senso che i comprensori sciistici cerchino di rendersi indipendenti dalla natura», rilevano Vanda Bonardo e Sebastiano Venneri, rispettivamente responsabile Alpi e Turismo di Legambiente. Turismo sulla neve. Per la Corte dei Conti francese un modello «che si indebolisce» Il caso della Francia – tra le mete turistiche invernali più attrattive del mondo – è simile a quello italiano. Oltralpe si contano più di duecento stazioni sciistiche e numerosi impianti di risalita, offrendo il maggior numero di grandi comprensori sciistici, con più di un milione di giornate sciatrici a stagione. Il Paese transalpino «dispone inoltre della più grande flotta di impianti di risalita del mondo», riporta la Corte dei Conti francese nella cui relazione riguardante “le stazioni di montagna di fronte ai cambiamenti climatici”, evidenzia che il modello economico dello sci francese si indebolisce. «Mentre alla fine del XX secolo poteva contare su una dinamica alimentata dalla crescita del turismo sciistico che portava alla crescita delle infrastrutture immobiliari e degli impianti di risalita, il modello economico dei comprensori sciistici è ormai in crisi dai cambiamenti climatici dall’inizio del 21° secolo. Dalla fine degli anni 2000, il calo dell’attività sciistica e la crescente inidoneità del patrimonio immobiliare delle località hanno iniziato ad indebolire l’equilibrio finanziario degli impianti di risalita e l’economia locale che in parte ne deriva». Occorre ripensare il modello di turismo invernale I cambiamenti climatici sono una costante anche per la Francia. Ma anche qui si punta sul mantenimento di un modello costituito da impianti di risalita e neve artificiale, la cui produzione rende l’innevamento più affidabile a breve termine, ma costituisce solo una protezione relativa e transitoria contro gli effetti del cambiamento climatico. «Il suo costo è rilevante e la sua efficacia tende a ridursi con l’aumentare delle temperature. In Francia si registra una «mobilitazione di ingenti risorse finanziarie a favore della produzione di neve», che rischia «di mantenere un “percorso di dipendenza” dallo sci, lasciando poco spazio all’invenzione di alternative». Le analogie con l’Italia sono evidenti: anche oltralpe sono stati identificati quasi 200 impianti inutilizzati e non smantellati. Inoltre, le sovvenzioni pubbliche sono significative e in crescita. I finanziamenti pubblici ricevuti dagli operatori di impianti di risalita il cui fatturato annuo è inferiore a 15 milioni di euro sono stimati a 124 milioni di euro all’anno. Tale importo va confrontato con il fatturato complessivo generato da questi operatori, pari a circa 529 milioni di euro, ovvero un livello di dipendenza dalla spesa pubblica pari a circa il 23%. Per le stazioni con fatturato inferiore a 10 milioni di euro l’importo è di 87 milioni di euro, pari al 28% del fatturato delle stazioni interessate. Un modello economico di questo genere non è gestibile, ribadisce la stessa Cour des Comptes: «Non riuscendo a ripensare radicalmente il modello economico, il livello dei sussidi pubblici non può che aumentare tenendo conto delle proiezioni climatiche, bloccando le comunità in un percorso di dipendenza dallo sci, privandole dello spazio di manovra per sviluppare il turismo “quattro stagioni”» L’organismo incaricato di verificare la regolarità dei conti pubblici francesi, oltre a evidenziare i problemi, pone una serie di possibili soluzioni. Esse segnalano, tra l’altro, l’opportunità di sviluppare un quadro normativo in modo tale che le autorizzazioni per i prelievi idrici destinati alla produzione di neve tengano conto delle prospettive climatiche. Inoltre prevedono l’istituzione di un fondo di adattamento al cambiamento climatico destinato a finanziare interventi di diversificazione e smantellamento degli impianti obsoleti, finanziato con i proventi della tassa sugli impianti di risalita. Guardare alle buone pratiche: in Italia ci sono Abbiamo ricordato all’inizio che il turismo invernale è un modello che crea economia e occupazione. Se si vuole cambiare, occorre farlo, considerando la necessità di avviare alternative capaci di coniugare attenzione all’ambiente con l’occupazione e l’economia territoriale. Già oggi ci sono esempi reali di buone pratiche avviate. Nel report di Legambiente sono censite ben 73 buone pratiche, in diverse zone dell’Italia. Dalla Liguria, che propone itinerari da percorrere d’inverno con le ciaspole e casi virtuosi di ospitalità diffusa (l’esempio è Una montagna di accoglienza nel Parco) al Cammino del Gran Sasso in Abruzzo, fino al Progetto Neve nelle Nebrodi, in Sicilia, in molte regioni si contano esempi virtuosi. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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