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L’Unione Europea ha presentato un pacchetto di misure vincolanti per ogni stato membro, con l’obiettivo di ridurre i livelli di anidride carbonica, coerentemente con le decisioni definite dall’accordo di Parigi sul clima di dicembre 2015. Il traguardo dell’Unione energetica fissato nel 2014 richiede la diminuzione collettiva delle emissioni di gas serra del 40%, almeno, entro il 2030 rispetto ai livello del 1990, in tutti i settori dell’economia, assicurando una transizione verso un’Europa più competitiva ed ecologica. I target annuali per i singoli paesi sono stati fissati in funzione del Pil di ogni Stato, nel periodo tra il 2021 e il 2030 e coinvolgono i settori responsabili nel 2014 del 60% delle emissioni europee, ovvero edilizia, agricoltura, rifiuti e trasporti. Sono interessati per la prima volta anche i settori dell’uso del suolo e forestale. Alla base della proposta vincolante vi è il principio di equità e solidarietà, con particolare attenzione verso la prospettiva del costo-efficacia e dell’integrità ambientale. Ai paesi più ricchi è dunque richiesto l’impegno maggiore, a partire dalla Germania, con una diminuzione del 38%, a Regno Unito e Francia è richiesto un taglio del 37%. All’Italia è richiesta una diminuzione del 33%. A Croazia, Lettonia, Lituania, Ungheria, Polonia e Romania tagli dal 2% al 9%. La Bulgaria è l’unico Stato a cui non è imposta alcuna riduzione. Miguel Arias Cañete commissario per l’azione per il clima e l’energia, ha commentato che i target fissati per gli Stati dell’Unione sono equi, flessibili e realistici e, se rispettati, potranno assicurare il rispetto dell’accordo di Parigi. Critico il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti che in un comunicato ha commentato che i meccanismi di flessibilità previsti non sono equi e non considerano le politiche lungimiranti adottate dall’Italia prima di altri paesi, ma anzi sembrano andare nella direzione opposta “premiando le Nazioni più inquinanti e punendo quelle più virtuose”. In particolare “il punto di partenza per la riduzione prevista non tiene conto del raggiungimento (e nel caso italiano del superamento) degli obiettivi fissati al 2020, né della ridotta incidenza della nostra agricoltura nella produzione di emissioni inquinanti”. Gli obiettivi fissati dalla Commissione dovranno ora essere discussi dal Parlamento e Consiglio europeo e dai singoli Stati per i quali è prevista una certa flessibilità, per assicurare che siano raggiunti gli obiettivi senza danneggiare l’economia e che consideri gli imprevisti climatici. Il parere di Legambiente Molto critica Legambiente che in una nota commenta che i target nazionali sono inadeguati e deboli rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’Europa dovrebbe ridurre le emissioni complessive di CO2 di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al 1990. Bisognerebbe fissare obiettivi più ambiziosi ma comunque raggiungibili, aumentando i target rispetto al 2005 per i settori non-ETS (trasporti, edifici, agricoltura e rifiuti) dal 30% al 45% e per i settori ETS – centrali elettriche e gran parte degli impianti industriali – dal 43% al 60%. Legambiente ricorda a questo proposito che il Rapporto di Ecofys per il Parlamento europeo, stima che il raggiungimento congiunto degli obiettivi del 30% di rinnovabili e del 40% di efficienza energetica si realizzerebbe una riduzione delle emissioni climalteranti del 54%. Per raggiungere l’obiettivo del 55% entro il 2030 rispetto al 1990, l’Italia deve aumentare i target per i settori non-ETS dal 33%, proposto dalla Commissione, al 49%. Mauro Albrizio, direttore dell’Ufficio Europeo di Legambiente evidenzia che si tratta di una sfida possibile che aiuterebbe molto anche l’economia, la competitività delle aziende e l’occupazione: “Nel periodo 1990-2014 si è registrato un forte disaccoppiamento tra riduzione delle emissioni ed aumento del PIL. Mentre le emissioni sono diminuite del 24.4%, il PIL europeo è invece aumentato del 47%”. Legambiente, inoltre, sottolinea che la proposta adottata dalla Commissione, sbagliando, non prevede nel regolamento un meccanismo di revisione automatica dei target nazionali, strumento che semplificherebbe la procedura legislativa e permetterebbe di mettere in atto la revisione degli impegni che nel 2018 l’Europa è chiamata ad assumere nell’ambito dell’Accordo di Parigi. Revisione che si renderà comunque necessaria durante i negoziati sulla Brexit, visto che i target nazionali proposti oggi includono anche il Regno Unito. Strategia per la mobilità elettrica Insieme ai traguardi sulla riduzione delle emissioni per il 2030, l’Ue ha presentato una strategia per la mobilità a basse emissioni, basata su veicoli ecologici e combustibili alternativi, con l’obiettivo di raggiungere trasporti a zero emissioni, in modo da rispettare gli ambiziosi obiettivi Ue per il clima. Come ha sottolineato il commissario per i trasporti, Violeta Bulc, i trasporti rappresentano un quarto delle emissioni di gas a effetto serra in Europa e sono la principale causa dell’inquinamento dell’aria. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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