Fotovoltaico e paesaggio: il giusto design può contribuire alla transizione energetica

Tra necessità di sviluppo e vincoli paesaggistici, il rischio che il fotovoltaico non riesca a svilupparsi c’è. Occorre lavorare sulla progettualità e superare alcuni preconcetti

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Fotovoltaico e paesaggio: il giusto design può contribuire alla transizione energetica

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Conciliare fotovoltaico e paesaggio in Italia non è facile, ma necessario. Stiamo parlando del Paese con il più alto numero di siti del patrimonio Unesco al mondo insieme alla Cina, e tra quelli con i più ambiziosi obiettivi di energia rinnovabile (e, soprattutto, di fotovoltaico) in Europa.

Sull’agrivoltaico e fotovoltaico nel complesso l’Italia ha scommesso molto. Nel PNRR si parla di 1,1 miliardi per lo sviluppo del primo, il secondo è presente in varie iniziative per cui sono stati stanziate cospicue somme, dalle Comunità energetiche al superbonus al rivestimento di 100 carrozze ferroviarie. Nello stesso Piano Nazionale Ripresa e Resilienza si parla di semplificazioni per il fotovoltaico, anche perché si sa come la burocrazia strozzi sul nascere i progetti: a riprova basta vedere le ultime aste andate pressoché deserte. Eppure il fotovoltaico dovrà crescere e molto in Italia: nel PNIEC (tra l’altro da aggiornare) si dovranno, infatti, raggiungere i 28,5 GW nel 2025 per arrivare a 52GW nel 2030.

Da una parte, quindi, obiettivi e investimenti ambiziosi, dall’altra la necessità di concretizzare e di coniugare anche sviluppo tecnologico al contesto paesaggistico, che conta anche su vincoli urbanistici e non solo: città d’arte, ma anche borghi, e in tutto questo ci sono le obiezioni per la tutela dei campi e del contesto agricolo.

Alessandra Scognamiglio, architetto e ricercatrice ENEACome riuscire a conciliare la transizione energetica ai troppi “no” per realizzare nuovi impianti da fonti rinnovabili? «Attraverso il paesaggio riconosciamo una cultura ed una società, esso è il modo in cui una società si rappresenta e quindi quella contemporanea si può rappresentare anche attraverso l’impiego di tecnologie rinnovabili», afferma Alessandra Scognamiglio, architetto e ricercatrice ENEA, specializzata in Photovoltaics design for buildings and Landscapes. Da tempo è focalizzata sulle tematiche legate all’impiego delle fonti rinnovabili in architettura, oltre che di edifici a consumo zero nell’ambito della IEA.

Autrice di brevetti per componenti fotovoltaici adatti all’integrazione in architettura ed in contesti urbani, Alessandra Scognamiglio si occupa di combinare paesaggio e tecnologia, superando ostacoli e ritrosie spesso legate a una mentalità conservatrice, che in linea di massima non riesce a unificare paesaggio e tecnologie in un’unica complessa visione di preservazione. «Il paesaggio è una questione culturale e il fotovoltaico può trovare spazio in esso purché vi sia un approccio “colto”».

Da qui l’organizzazione di un evento, avviato già dal 2011 (Photovoltaics | Forms | Landscapes), dedicato proprio a mettere in luce la possibilità di coniugare questi due temi e del quale l’architetto Scognamiglio è ideatrice e chair. E a evidenziare come l’Italia sia un laboratorio vivente per sperimentare contraddizioni e sinergie tra un’idea tradizionale di conservazione e le nuove sfide offerte dall’introduzione del fotovoltaico nel paesaggio.

Architetto Scognamiglio, come si possono conciliare fotovoltaico e paesaggio?

«La prima considerazione da fare è che, così com’è, il paesaggio dove è insediato l’uomo non è naturale, ma antropico: pensiamo per esempio, al paesaggio delle coltivazioni di vite. Il fotovoltaico esiste, come esistono le centrali nucleari o quelle termoelettriche. Solo che queste ultime non sono visibili, ma non significa che non esistano. Il fotovoltaico, però, a differenza di molte altre fonti, rinnovabili e non, può essere oggetto di design e prestarsi a una duttilità di impieghi davvero significativa. I moduli fotovoltaici hanno la possibilità di essere modulari, sono integrabili in molte soluzioni, scalabili non solo a livello di modulo ma anche di cella. Ciò che è davvero essenziale è superare l’idea che il fotovoltaico sia “fatto solo in un certo modo” e invece concepirlo in maniera flessibile nel design.

Solar Mountain installazione realizzata con solare fotovoltaico e materiali riciclati
Solar Mountain è un’installazione realizzata con solare fotovoltaico e materiali riciclati. Img by Photovoltaics | Forms | Landscapes

Conciliare paesaggio e fotovoltaico è possibile quindi. Si può partire da uno studio del paesaggio per valutare e comprendere perché è fatto così. Per esempio, se sono presenti file di alberi o giaciture preesistenti, è possibile pensare di orientare diversamente le file dei pannelli fotovoltaici – in genere disposti lungo la direzione est-ovest, e rivolti a sud nel nostro emisfero, per massimizzare la captazione solare durante l’anno, – o modificare le distanze proprio per assecondare i segni di paesaggio esistenti. L’ottimizzazione energetica si perde leggermente, è vero, ma a vantaggio dell’integrazione nel paesaggio, la cui attenta lettura dovrebbe il punto di partenza».

In città dove è possibile conciliare uno sviluppo del fotovoltaico con i vincoli legati alla morfologia urbana?

«Anche in questo caso dipende dalla qualità del progetto. In città c’è poi da considerare il problema di potenziale solare, dovendo evitare il rischio ombreggiamento, frequente. Tuttavia, gli stratagemmi e le opportune infrastrutture in grado di supportare l’installazione del fotovoltaico ci sono. Si pensi, per esempio, alle pensiline di fermata del bus o dei parcheggi, oppure alle edicole o a infrastrutture ripetitive che, anche se piccole sono numerose, e possono contribuire a produrre energia, se coperte opportunamente con moduli fotovoltaici. L’importante è non limitarsi ad un approccio prevalentemente tecnico ed economico. Lo sviluppo tecnologico permette una grande scelta tra moduli diversi, e di prevedere una flessibilità di impiego più ampia. Nel momento in cui il costo della cella è diminuito i produttori hanno pensato a nuove soluzioni: uno degli esempi vede anteporre dei filtri al modulo fotovoltaico che consentono di stamparli su una superficie esterna. Così il modulo diventa invisibile, o irriconoscibile, con possibilità molteplici in termini di creatività: è possibile, per esempio, mimare una texture geometrica o addirittura simulare un muro in mattoni. Tutto questo comporta costi maggiorati, ma le possibilità si ampliano così da fornire al progettista innumerevoli soluzioni alternative».

Così avviene che la dimensione visiva del fotovoltaico diventa fondamentale per l’accettabilità sociale. In questo senso il cosiddetto Building Integrated Photovoltaics è un possibile catalizzatore quando il fotovoltaico è integrato (nascosto) in morfologie di involucro edilizio familiari al pubblico, o, anche, è semplicemente “bello”. Questo rende il fotovoltaico più accettabile, poiché le preferenze estetiche sono influenzate dalla familiarità, e la varietà di opzioni di design aiuta a raggiungere una prestazione visiva soddisfacente per il BIPV.

Spesso però a fermare progetti di sviluppo fotovoltaico sono i vincoli burocratici o decisioni prese da chi conosce forse poco le potenzialità di questa tecnologia. Come è possibile superare l’impasse?

«Con una maggiore conoscenza. Ad esempio ENEA, Con AIAPP (Associazione Italiana Architettura del Paesaggio), sta lavorando ad iniziative che prevedano uno scambio di conoscenze tra i principali soggetti coinvolti nei processi di progettazione, autorizzazione e implementazione del fotovoltaico. L’idea è fornire strumenti di conoscenza ai decisori per una più ampia comprensione del tema, in modo da conciliare architettura, paesaggio e tecnologia. Sempre per agevolare le necessità di sviluppo del fotovoltaico, tutelando il paesaggio, sarebbe caldeggiabile predisporre un formulario per le domande di autorizzazione degli impianti fotovoltaici che risponda a svariate istanze transdisciplinari. Se il fotovoltaico viene descritto nelle sue parti tecniche, senza che il progetto venga ricondotto ad un “tutto” ecologico, resterà un elemento tecnico e continuerà a trovare barriere ed ostacoli nell’impiego. Serve una integrazione di competenze per riuscire a prendere decisioni così importanti, supportati anche da linee guida chiare con indicazioni puntuali. Ma serve anche disponibilità di ascolto da parte di chi prende le decisioni».

A proposito degli impianti utility scale. È possibile conciliare esigenze di grandi taglie con un contesto come quello italiano?

«L’Italia è caratterizzata da un contesto paesaggistico spesso molto parcellizzato in cui gli impianti di piccole-medie dimensioni possono essere considerati utility scale nel loro impatto. Prima di pensare di realizzare un impianto di grande dimensione occorrerebbe fare opportune valutazioni che tengano conto del paesaggio, e di chi lo abita. Ancora oggi un impianto viene considerato “grande”, in generale, se supera la soglia di 1 MW. Ma non è possibile pensare che non vi sia differenza tra una taglia da 1, 10, 30 o 100 MW. Un impianto da venti ettari può essere estremamente preponderante rispetto all’intorno. Per questo bisognerebbe considerare il tema in maniera nuova e non con un punto di vista che è rimasto quello del passato».

Fotovoltaico e impianti utility scale, come conciliare le esigenze di grandi taglie con il paesaggio
Img by pixabay

L’idea che deve passare è una valutazione metodologica generale che tenga conto di tutti gli aspetti e di obiettivi di qualità specifici che siano considerati su misura del singolo progetto e che possano conciliare tutti gli aspetti. Quindi, nel caso di un impianto in un contesto con una scarsa presenza umana, ad esempio, un principio guida può essere la produzione energetica, poiché l’impatto visivo sarà limitato, in un altro serviranno altri discorsi.

Fotovoltaico nei borghi. È un’opzione possibile per un loro rilancio?

«Si potrebbe pensare a rendere attrattiva l’idea di contare su edifici a consumo zero. Il fotovoltaico potrebbe entrare in gioco come elemento rappresentativo di un borgo, capace anche di unire una comunità. Pensiamo, oggi alle comunità energetiche, e al potenziale volano di interesse che potrebbero avere. Potrebbe, quindi, rivelarsi un elemento attraente l’idea di un borgo completamente indipendente dal punto di vista energetico, reso tale da installazioni diffuse che dalla pensilina del bus arrivi fino al parco giochi. Le soluzioni tecnologiche e di design si trovano per ripensare i borghi anche dal punto di vista energetico, che non vuol dire snaturarli, ma rivalutarne le loro potenzialità e capacità attrattiva».

A proposito dell’avvio della prima rete nazionale per l’agrivoltaico sostenibile. Perché è stato inserito il termine “sostenibile”?

Il concetto di sostenibilità è essenziale per cercare di evitare fraintendimenti e di allontanare il rischio di camuffare dietro il termine “agrivoltaico” ciò che così non è. Conciliare agricoltura e fotovoltaico significa pensare che il secondo sostenga lo sviluppo della prima, creando una sinergia tra produzione energetica da fonti rinnovabili e la crescita organica delle coltivazioni agricole. Il binomio non è solo possibile, ma è fondamentale per definire l’agrivoltaico. E l’idea di sostenibilità dell’agrivoltaico non può che basarsi su una triade: paesaggio, energia, agricoltura.

Dighe e invasi artificiali con fotovoltaico. È possibile pensare all’adozione di moduli fotovoltaici galleggianti?

L’idea di abbinare moduli fotovoltaici galleggianti su invasi non è nuova, anche se è un concetto di cui oggi si discute molto. Ci sono Paesi più avanzati sul tema, come l’Olanda, o Singapore, complice la scarsità di terreno che limita lo sviluppo del fotovoltaico in quei Paese. Tuttavia, la complessità tecnica del fotovoltaico galleggiante è elevata, anche perché i moduli sono in movimento. Inoltre, non è chiaro che impatto ambientale abbiano i moduli fotovoltaici sulla fauna e flora sottostante. La questione assume maggiore rilevanza tanto più gli impianti sono grandi. Queste perplessità si ripropongono anche nel PNRR in cui si parla di investimenti significativi sia nell’agrivoltaico (addirittura anche galleggiante) a fronte di una ricerca ancora poco sviluppata, ma necessaria per conciliare necessità di sviluppo energetico e sostenibilità ambientale.

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