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A cura di: Raffaella Capritti Indice degli argomenti Toggle Il perimetro del ritiro: clima, energia e governance globaleImplicazioni per la cooperazione internazionale e i settori strategiciUn quadro in evoluzione La Casa Bianca ha annunciato una decisione di ampia portata destinata a incidere sugli equilibri della cooperazione internazionale. Con la firma di un Presidential Memorandum, il presidente Donald J. Trump ha disposto il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, (molte delle quali legate al cambiamento climatico) tra enti delle Nazioni Unite e organismi multilaterali non ONU. Il provvedimento segue una revisione complessiva delle adesioni statunitensi a organizzazioni, convenzioni e trattati internazionali, avviata all’inizio del nuovo mandato, con l’obiettivo dichiarato di verificare la coerenza di tali impegni con gli interessi nazionali, economici e di sicurezza del Paese. Secondo il comunicato ufficiale della Casa Bianca, l’Amministrazione ha stabilito che numerose strutture multilaterali non offrano un ritorno adeguato in termini di benefici per gli Stati Uniti, oppure promuovano agende considerate incompatibili con la sovranità nazionale. La decisione comporta l’interruzione immediata della partecipazione e dei finanziamenti federali, nei limiti consentiti dalla legge, con effetti diretti su programmi e iniziative che spaziano dal clima allo sviluppo sostenibile, dalla cooperazione scientifica ai diritti umani. Il perimetro del ritiro: clima, energia e governance globale L’elenco delle organizzazioni interessate evidenzia una forte concentrazione nei settori della politica climatica, della transizione energetica e della governance ambientale globale. Tra gli organismi non ONU figurano, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, l’International Renewable Energy Agency, la Commission for Environmental Cooperation e reti internazionali dedicate alle politiche sulle energie rinnovabili e allo sviluppo sostenibile. Sul fronte delle Nazioni Unite, il ritiro riguarda strutture chiave come la UN Framework Convention on Climate Change, UN Energy, UN Water e il programma ONU per la riduzione delle emissioni da deforestazione (REDD+). Nel comunicato, la Casa Bianca sottolinea che molte di queste organizzazioni sarebbero promotrici di “radical climate policies” e di modelli di governance sovranazionale ritenuti in contrasto con le priorità economiche statunitensi. L’Amministrazione evidenzia inoltre l’entità dei contributi finanziari versati negli anni, valutati come sproporzionati rispetto ai risultati ottenuti, e ribadisce la necessità di riallocare le risorse verso obiettivi domestici quali infrastrutture, sicurezza nazionale e competitività industriale. Implicazioni per la cooperazione internazionale e i settori strategici Il ritiro degli Stati Uniti da un numero così elevato di organismi multilaterali solleva interrogativi rilevanti sul futuro della cooperazione internazionale, in particolare nei campi dell’energia e dell’ambiente. Gli Stati Uniti rappresentano storicamente uno dei principali finanziatori e attori politici di molte di queste istituzioni; la loro assenza potrebbe ridurre la capacità operativa di alcuni programmi e ridefinire gli equilibri decisionali a favore di altri Paesi o blocchi regionali. Dal punto di vista dei mercati energetici e delle politiche climatiche, la scelta si inserisce in una linea di continuità con precedenti decisioni, come l’uscita dall’Accordo di Parigi e il disimpegno da iniziative fiscali e regolatorie promosse in ambito OCSE. Ricordiamo che Trump ha più volte definito la scienza del clima una “truffa” ostacolando politiche e progetti legati alle energie rinnovabili, favorendo invece il mantenimento del modello basato sui combustibili fossili. Tuttavia, va segnalato che, per fortuna, una parte significativa delle politiche energetiche e ambientali negli Stati Uniti resta di competenza statale e locale, con Stati e grandi città che continuano a perseguire obiettivi di decarbonizzazione, efficienza energetica e sviluppo delle rinnovabili, spesso in coordinamento con reti internazionali informali. Per l’Unione europea e per i Paesi impegnati nella transizione energetica, la decisione americana potrebbe tradursi in un rafforzamento del ruolo di altri attori multilaterali e in una maggiore autonomia delle agenzie ONU rimaste operative. Allo stesso tempo, la riduzione del coinvolgimento statunitense nei tavoli globali sul clima potrebbe complicare il coordinamento su standard, reporting delle emissioni e strumenti finanziari legati alla mitigazione e all’adattamento. Un quadro in evoluzione Il Memorandum chiarisce che la revisione delle adesioni statunitensi è ancora in corso e che ulteriori decisioni potrebbero essere adottate nei prossimi mesi. Dal punto di vista giuridico, l’attuazione del ritiro avverrà nel rispetto delle leggi federali e degli impegni già in essere, con un ruolo centrale del Dipartimento di Stato nel definire le modalità operative. Nel complesso, il provvedimento rappresenta una delle più ampie riorganizzazioni della presenza statunitense nel sistema multilaterale degli ultimi decenni. Le sue conseguenze concrete dipenderanno dalla capacità delle organizzazioni coinvolte di riorientare le proprie attività e dalla risposta degli altri Paesi membri. In un contesto globale segnato da tensioni geopolitiche, transizione energetica e crisi climatica, la scelta degli Stati Uniti apre una nuova fase di ridefinizione delle dinamiche tra politiche nazionali e cooperazione internazionale, i cui effetti saranno osservabili nel medio-lungo periodo. Molte, come è ovvio immaginare, le critiche a questa decisione dell’amministrazione Trump da parte di ex funzionari governativi, esperti di clima e organizzazioni ambientaliste. Il quotidiano The Guardian parla di una rottura senza precedenti con il sistema multilaterale sul clima e sottolinea che segna, nei fatti, l’isolamento totale degli Stati Uniti dagli sforzi globali contro il cambiamento climatico. Il quotidiano britannico inquadra il ritiro dall’UN Framework Convention on Climate Change (UNFCCC) – “fondamento” della cooperazione climatica internazionale, ratificata da tutti i Paesi del mondo e approvata anche dal Senato statunitense nel 1992 – come l’elemento più grave e simbolicamente dirompente del provvedimento, che mette in discussione decenni di diplomazia climatica e di leadership americana. Secondo Manish Bapna, presidente del Natural Resources Defense Council, l’uscita dall’UNFCCC è un errore che indebolirà ulteriormente la competitività statunitense rispetto alla Cina, sempre più dominante nelle tecnologie per le energie pulite. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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