Fusione nucleare: la corsa accelera tra investimenti e ricerca

Cresce l’interesse sulla fusione nucleare grazie a investimenti record, programmi internazionali e nuove strategie industriali. Restano importanti sfide tecnologiche, ma il settore sembra avvicinarsi alla dimostrazione della produzione di energia su scala commerciale

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Fusione nucleare: la corsa accelera tra investimenti e ricerca
Immagine generata con IA

Fino a pochi anni fa, la fusione nucleare pareva una scommessa ardita. Rispetto solo al 2021, la Fusion Industry Association (FIA) registrava meno di 2 miliardi di dollari investiti in sole quattro aziende. “Da allora, abbiamo assistito a un aumento del 650% degli investimenti nel settore”, ha scritto di recente Andrew Holland, Ceo FIA. Stando a The Global Fusion Industry, rapporto pubblicato dall’associazione a luglio 2026, si registrano quasi 4,5 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti negli ultimi 12 mesi nel settore dell’energia da fusione, superando “di gran lunga qualsiasi singolo bilancio governativo per la fusione nello stesso periodo”.

Le 56 aziende oggi attive hanno così raccolto complessivamente 14,2 miliardi di dollari di capitale privato, rispetto ai 9,8 miliardi del 2025. Dal report del 2021 a oggi, la maggior parte delle aziende del settore della fusione ha continuato a dichiarare che l’obiettivo è produrre energia dalla fusione a livello commerciale nel prossimo decennio. La maggior parte prevede di raggiungere tale obiettivo all’inizio degli anni 2030. Molte di più si spingono decisamente oltre negli annunci.

Finanziamenti totali del settore della fusione nucleare nel corso degli anni

Come riporta FIA,

“il 93% delle aziende private che operano nel settore della fusione nucleare ritiene che l’energia da fusione raggiungerà la rete elettrica entro il 2030.”

Tra interesse e incertezze, la fusione nucleare avanza

Resta difficile, a oggi, prevedere di contare su una produzione commerciale di energia dalla fusione nucleare nel prossimo decennio. Ma se le intenzioni fossero confermate, rappresenterebbe un salto in avanti straordinario per una delle tecnologie energetiche più promettenti oggi in fase di sviluppo, ma che presenta numerosi motivi per cui l’interesse internazionale è così vivo: viene presentata come una fonte energetica sostenibile, a basse emissioni, sicura e potenzialmente disponibile su scala globale.

Un altro elemento di interesse è rappresentato dal fatto che il progresso delle conoscenze e della tecnologia nella fusione nucleare è guidato dalla cooperazione internazionale, dai programmi scientifici e tecnologici nazionali e dalle iniziative del settore privato. L’esempio principale è ITER. Si tratta del più importante progetto di cooperazione internazionale. Avviato nel 2007, in Francia, l’International Thermonuclear Experimental Reactor conta sulla collaborazione di 34 Paesi, inclusi gli Stati membri dell’UE.

Il panorama degli investimenti

A sostenere questa accelerazione concorrono sia i finanziamenti pubblici sia il crescente ruolo del capitale privato.

Sull’accelerazione dei progetti e degli investimenti sulla fusione nucleare negli ultimi 3-4 anni giungono conferme anche dal rapporto Global Fusion Energy Trends del Fusion for Energy (F4E), l’organizzazione UE che gestisce il contributo europeo a ITER. Qui si riporta che gli investimenti nella fusione nucleare sono aumentati vertiginosamente tra il 2022 e il 2025. In questo lasso di tempo, i cinque attori principali (Unione Europea, Cina, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti) hanno destinato complessivamente 20,35 miliardi di euro alla fusione. Questa cifra comprende finanziamenti pubblici nazionali, contributi in natura da parte di ITER e capitali privati ​​raccolti da aziende del settore, con architetture diverse a seconda dei cinque attori coinvolti.

Gli Stati Uniti registrano il totale più elevato con 7,38 miliardi di euro e guidano gli investimenti privati, con 2,41 miliardi di euro raccolti. La Cina segue a ruota con un totale di 6,94 miliardi di euro, di cui 5,45 miliardi di euro di spesa pubblica. L’UE contribuisce con 3,34 miliardi di euro, inclusi 2,12 miliardi di euro in contributi in natura per ITER tramite F4E; mentre il Regno Unito ammonta a 1,49 miliardi di euro e il Giappone a 1,21 miliardi di euro, entrambi basati in gran parte su finanziamenti nazionali.

La crescita dei consumi energetici motiva l’interesse sulla fusione

Perché negli ultimi anni sono aumentati gli investimenti e la volontà di sostenere lo sviluppo della fusione nucleare? Una delle ragioni è la crescita della domanda mondiale di energia elettrica. Secondo l’ultimo aggiornamento di metà anno della IEA sul settore elettrico, si prevede che la domanda globale di energia elettrica crescerà del 3,6% nel 2026 e di un ulteriore 3,8% nel 2027, rispetto alla crescita del 3% registrata nel 2025. Il consumo a livello mondiale raggiungerà i 30.700 TWh nel 2027, rispetto ai 28.600 TWh del 2025.

La stessa Agenzia internazionale dell’Energia prevede che la domanda globale di elettricità aumenterà a un ritmo medio annuo sostenuto del 3,6% tra 2026 e 2030, grazie alla crescita dei consumi da parte dell’industria, dei veicoli elettrici, del condizionamento dell’aria e dei data center.

Ferve il lavoro della ricerca

Sulla possibilità di riprodurre sulla Terra la fusione nucleare stanno lavorando centinaia di scienziati in tutto il mondo. Sono numerosi i Paesi impegnati: la Cina e gli Stati Uniti stanno investendo nello sviluppo tecnologico e hanno iniziato a definire le condizioni quadro, incluso un ambiente normativo favorevole. La Cina, per la prima volta, ha incluso l’energia da fusione nella sezione industriale – e non solo come esperimento scientifico – del suo ultimo Piano quinquennale.

Anche l’Unione Europea è attivamente coinvolta. Nel documento “Nuclear fusion State of Play”, pubblicato lo scorso mese di maggio dal Parlamento UE, si legge che la Commissione europea dovrebbe pubblicare, nel corso del 2026, una strategia sulla fusione nucleare.

A livello scientifico, UE e Stati Uniti continuano a rappresentare i principali poli della ricerca scientifica sulla fusione: insieme, rappresentano circa il 65% delle pubblicazioni e il 75% delle citazioni nel periodo 1950-2026.

La filiera della fusione nucleare: cosa c’è e cosa manca

Anche la filiera industriale della fusione sta mostrando segnali di rafforzamento. Il rapporto FIA 2026 dedicato alla supply chain del comparto, rileva un netto miglioramento nell’allineamento tra acquirenti e venditori, con il 70% delle aziende di fusione che registra un aumento dei fornitori consolidati che si stanno orientando verso la fusione e il 25% che osserva i fornitori esistenti aumentare con successo la capacità produttiva per soddisfare le proprie esigenze.

Le sfide ci sono e complesse: il 48% delle aziende di fusione considera ora l’approvvigionamento di combustibile una delle principali preoccupazioni per il futuro. Per soddisfare il fabbisogno, il 54% prevede di collaborare con fornitori esterni per sviluppare tecnologie per il ciclo del combustibile da fusione, come la produzione e lo stoccaggio del trizio.

C’è poi da lavorare sui materiali: con il passaggio delle aziende del settore dalla fusione da esperimenti concettuali a operazioni su larga scala, i dati 2026 mostrano un aumento significativo delle preoccupazioni a lungo termine relative ai “materiali della prima parete”, che devono resistere a condizioni estreme su scala commerciale.

Per questi e altri motivi, nell’ultimo anno, i paesi di tutto il mondo hanno pubblicato nuove strategie per la fusione nucleare, supportate da nuove e significative risorse. Germania, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito hanno aggiornato le loro tempistiche e strategie, mentre gli Stati Uniti hanno presentato una nuova tabella di marcia.

Il ruolo attivo dell’Italia

Al centro della sfida per l’energia del sole e delle stelle c’è anche l’Italia. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nel suo discorso alla COP 29, aveva dichiarato che il nostro Paese “è all’avanguardia nella fusione nucleare”, ricordando che aveva organizzato, nell’ambito della Presidenza italiana del G7, il primo incontro del World Fusion Energy Group, patrocinato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Ha aggiunto a proposito che:

“Intendiamo rilanciare questa tecnologia che potrebbe rappresentare una svolta.”

Il documento “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile”, redatto dal MASE, prevede, una quota di energia da fusione intorno al 2050, ottenuta dai primi impianti potenzialmente disponibili.

L’Italia è entrata nel Comitato direttivo di IFMIF-DONES per la ricerca europea sulla fusione nucleare. Partecipa attivamente ai più importanti progetti internazionali nel settore, come ITER e DEMO, il primo prototipo di centrale a fusione che sarà effettivamente collegato alla rete elettrica.  Da segnalare anche l’esperimento scientifico, avviato a Frascati (Roma): il DTT – Divertor Tokamak Test. L’iniziativa, che richiede un investimento da 700 milioni di euro, ma promette ricadute economiche stimate in oltre 2 miliardi di euro, è promossa da ENEA, Eni e partner. Intende dar vita a uno dei poli scientifici più avanzati a livello mondiale e testare soluzioni per gestire il plasma a 100 milioni di gradi.

L’Italia conta diverse aziende attive nella fusione, settore che già nel 2019 contava più di cento realtà industriali italiane fra cui Ansaldo Nucleare, ASG superconductors, capaci di aggiudicarsi gare per oltre un miliardo di euro, oltre il 50% del valore delle commesse europee per la produzione della componentistica ad alta tecnologia.

Di recente va ricordato il Programma di Ricerca Nucleare (PRN), piano triennale finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e attuato da ENEA, col Cnr nel ruolo di co-realizzatore e la collaborazione del Consorzio RFX. Il programma si propone come strumento operativo chiave per rispondere alle priorità europee in materia di sicurezza degli approvvigionamenti energetici e di transizione verso la decarbonizzazione.

Tra i principali ambiti di intervento figura la fusione nucleare, oltre allo sviluppo delle tecnologie nucleari “di nuova generazione”.

Prospettive

Come abbiamo visto, la corsa alla fusione nucleare è entrata in una fase di grande fermento: tra Stati Uniti, Cina, Unione Europea, Giappone e Regno Unito sono già operativi 42 impianti sperimentali, mentre altri 41 sono in costruzione o in fase di progettazione, segnala il Global Fusion Energy Trends. Gli Stati Uniti guidano per numero di dispositivi attivi, ma il primato non si misura solo in quantità: ogni Paese sta puntando su tecnologie diverse e complementari.

Nonostante i risultati raggiunti, nessun impianto ha ancora dimostrato una produzione elettrica continua e commerciale di energia da fusione. Per questo la sfida non riguarda solo i reattori, ma anche materiali avanzati, gestione del trizio, sistemi di raffreddamento e manutenzione.

La fusione è dunque sempre più una realtà scientifica, ma la strada verso un’energia pulita, sicura e disponibile su larga scala richiederà ancora tempo e innovazione.

FAQ fusione nucleare

Cos’è la fusione nucleare?

Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), la fusione nucleare è “un processo mediante il quale due nuclei atomici leggeri si combinano per formarne uno singolo più pesante, rilasciando enormi quantità di energia”. Questo processo avviene nel nucleo del Sole, dove i nuclei di idrogeno si scontrano e si fondono in elio, un elemento più pesante, rilasciando quantità estremamente elevate di energia. La reazione di fusione si verifica in un plasma, definibile come un gas caldo, denso e ionizzato.
La fusione nucleare potrebbe generare quattro volte più energia per chilogrammo di combustibile rispetto alla fissione nucleare, e fino a quattro milioni di volte più energia rispetto al petrolio e al carbone, segnala il Parlamento UE nel documento “Nuclear Fusion State of Play”. Tuttavia, ottenere una produzione energetica sfruttabile resta una sfida: occorre raggiungere temperature superiori a 100 milioni di gradi, mantenere stabile la reazione fino a ottenere più energia di quella impiegata per avviarla e trasformare il calore prodotto in elettricità.

Quali sono le tecnologie più sviluppate?

Sono due: la fusione a confinamento magnetico (MCF) e la fusione a confinamento inerziale (ICF).
La prima utilizza campi magnetici per confinare un plasma caldo per un tempo sufficientemente lungo da permettere la fusione. Le configurazioni più note sono i tokamak e gli stellarator.
La fusione a confinamento inerziale (ICF) utilizza laser, fasci di particelle o impulsi di energia elettrica per comprimere e riscaldare un piccolo bersaglio di combustibile fino alle condizioni di fusione, sfruttandone l’inerzia per un periodo estremamente breve. Un sistema di produzione di energia dovrebbe ripetere il processo ad alta frequenza. L’ICF comprende approcci di compressione del bersaglio basati su laser, fasci ionici e impulsi di energia.
Ci sono poi alcuni approcci alternativi, i cui concetti basilari non rientrano completamente nella MCF o ICF convenzionali, oppure combinano elementi di entrambe. Tra queste figurano la fusione magneto-inerziale (o fusione a bersaglio magnetizzato), in cui un plasma magnetizzato viene rapidamente compresso da un rivestimento, un proiettile o un altro elemento di azionamento, nonché il confinamento inerziale-elettrostatico e altri concetti emergenti. 

Cos’è ITER?

ITER è il più grande progetto internazionale dedicato alla fusione nucleare attualmente in costruzione. È stato avviato con l’obiettivo di dimostrare la fattibilità scientifica e tecnologica della fusione attraverso la tecnologia di fusione a confinamento magnetico. L’impianto dovrebbe essere pronto per l’utilizzo con deuterio-trizio entro il 2039, con un costo di costruzione stimato tra i 18 e i 22 miliardi di euro.
Nel novembre 2025, la 37ª riunione del Consiglio ITER ha rilevato che il progetto era “leggermente in anticipo rispetto alla tabella di marcia”.

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