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Indice degli argomenti: Cosa potrebbe cambiare nel percorso di sviluppo delle FER con gli ultimi provvedimenti (FER 2, bando agrisolare…) Lo spaio per l’agrivoltaico avanzato Il ruolo regioni sulle aree idonee Cosa occorre fare, da qui al 2030, a livello politico e industriale per ridurre la dipendenza dal gas e ridurre i prezzi dell’elettricità? L’apertura del Governo al nucleare è un bene? L’obiettivo di sviluppo delle rinnovabili al 2030 è ancora possibile in Italia? È una domanda lecita, visto il clima creatosi anche a seguito delle ultime decisioni normative che stanno preoccupando gli operatori del settore e i potenziali investitori. Ritardare o ostacolare la transizione energetica non solo creerebbe ulteriori problemi all’Italia, anche in termini di mancato raggiungimento degli obiettivi PNIEC, ma sarebbe anche una perdita in termini economici e occupazionali. Le potenzialità delle rinnovabili si possono comprendere anche considerando, per esempio, un recente studio condotto da Anie Confindustria e il Politecnico di Milano: entro il 2030, si attende un volume di investimenti in fonti rinnovabili stimato tra 45 e 90 miliardi di euro, per una quota di fotovoltaico pari a 80 GW di potenza installata e la possibilità di creare 100mila posti di lavoro. Contare su un maggiore apporto di fotovoltaico, eolico e di altre FER permetterebbe di abbassare il prezzo dell’energia elettrica e spezzare, o quantomeno ridurre fortemente, la dipendenza dal gas. L’Italia è il Paese europeo che più fa ricorso al gas per produrre energia elettrica, un combustibile che per il 96% è importato dall’estero. Lo ha ricordato in questi giorni Elettricità Futura, la principale associazione del mondo elettrico italiano, rappresentando oltre il 70% del mercato elettrico nazionale. Serve, però, contare su procedimenti autorizzativi più snelli rispetto al presente. La burocrazia rischia di soffocare lo sviluppo delle rinnovabili. Lo evidenzia anche il Renewable Energy Report 2024 dell’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano, in cui si prevede un forte rallentamento delle installazioni rinnovabili nel 2025 e nel 2026 a causa del quadro normativo. «In Italia le imprese affrontano i tempi più lunghi e i costi più alti d’Europa per un’autorizzazione, è un vero e proprio divario di competitività», afferma Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, ricordando che «ci vogliono da 5 a 9 anni per arrivare ad avere un’autorizzazione». Proprio con lui cerchiamo di mettere a fuoco quali siano le criticità che vivono le rinnovabili. Presidente Re Rebaudengo, per le rinnovabili è stata un’estate “rovente” a livello normativo: la pubblicazione del FER 2, il nuovo bando agrisolare, ma anche il Testo Unico Rinnovabili e l’attesa delle regioni sul Decreto” Aree Idonee”. Cosa cambia, anche in meglio, e cosa potrebbe cambiare nel percorso di sviluppo delle FER con questi provvedimenti? Partiamo dal Decreto FER 2. Per alcune categorie cosiddette “innovative” offre una prospettiva, anche se – va ricordato – era un decreto atteso da cinque anni. Certo, il rischio che quello che era considerato innovativo un lustro addietro, oggi non lo sia più. In ogni caso, seppure sia una misura positiva, va ad agire su una nicchia, sostenendo sì lo sviluppo di nuove tecnologie, ma non fornisce una risposta dimensionale, quindi quantitativa, in termini di MWh prodotti, significativa per il Paese. Inoltre, non dà una risposta in termini di minor costo dell’energia. Vorrei fare emergere, a questo proposito, la preoccupazione dei produttori di energia elettrica: con le limitazioni imposte dal decreto Agricoltura, l’ampiezza di discrezionalità del decreto “Aree Idonee”, e la non semplificazione apportata dal Testo Unico per l’autorizzazione delle rinnovabili, si sono create le condizioni per una tempesta perfetta. Cosa implica questa situazione? Da oggi per un anno, un anno e mezzo, prevedo che sarà assai difficile autorizzare nuovi progetti. Le regioni hanno sei mesi di tempo per definire quali sono le aree idonee, ma è facile immaginare che si arriverà in ritardo, con la logica conseguenza che chi intende investire sull’avvio di un progetto FER, attenderà di avere il responso delle regioni per prendere qualsiasi decisione. Quindi il problema è molto serio, perché a questa incertezza per il futuro si somma l’esclusione della possibilità di fare fotovoltaico a terra nelle aree agricole. Non è stato considerato che per installare 84 GW di fotovoltaico sarebbero stati sufficienti 70mila ettari, pari allo 0,4% della superficie agricola totale, una porzione marginale, specie se paragonata ai 4 milioni di ettari di terreni agricoli abbandonati e ai 12,5 milioni di ha di SAU. Ci sarà spazio, però, per l’agrivoltaico avanzato… L’agri-fotovoltaico avanzato ha dei costi decisamente superiori, che stimiamo complessivamente di almeno il 50% in più, dovuti alle caratteristiche tecnologiche di tali impianti. Occorre, innanzitutto, far sì che essi stiano in alto, tra l’altro aumentando significativamente l’impatto visivo. Ma quello che preoccupa maggiormente sono i costi di sviluppo in termini di Capex: si pensi solo a come ancorare i pannelli per reggere ai fenomeni atmosferici estremi che stanno caratterizzando sempre più l’Italia. Per farlo, occorre prevedere tutta una serie di fondazioni in cemento armato che con il fotovoltaico a terra non si hanno. A ciò si aggiunga anche la complessità della manutenzione, decisamente più complessa. La stessa disponibilità di terreni, in forte calo, farà aumentare i costi, a tutto svantaggio sul costo del kWh prodotto. Quanto rischiano di pesare, invece, le decisioni delle regioni sulle aree idonee? Parecchio. Ricordo, a riguardo delle aree idonee, che dal Documento di descrizione degli scenari congiunti Terna-Snam emergeva che circa il 27% del territorio italiano rappresenta aree potenzialmente idonee all’installazione di impianti fotovoltaici a terra. A questo scenario si contrappone il rischio di una applicazione eccessivamente restrittiva delle cosiddette aree idonee. Ricordo, a tale proposito, una stima di Elemens secondo cui, qualora le Regioni applicassero nella maniera più restrittiva il divieto di installare nuovi impianti nelle aree distanti fino a sette chilometri dai beni paesaggistici (una facoltà concessa loro dal DM Aree Idonee), il 96% della superficie italiana sarebbe non idonea all’installazione di impianti fotovoltaici. Rispetto a tutti i problemi che abbiamo, in termini di competitività industriale, di dipendenza energetica e di costi dell’energia elevati, potremmo rendere più competitivo e indipendente il nostro Paese dal punto di vista delle fonti energetiche, sfruttando – oltre al vento per l’eolico – una fonte abbondante qual è il sole. Ciò che manca davvero oggi è la volontà di creare le condizioni perché gli impianti FER si facciano, a totale detrimento e penalizzazione del sistema italiano, costretto a pagare prezzi dell’energia tra i più alti d’Europa. Da qui proviene il recente appello di Elettricità Futura alle Regioni perché le loro decisioni saranno fondamentali, dato che il Decreto Aree Idonee ha demandato a loro la totale discrezionalità nell’individuarle. Come abbiamo scritto, “è di fondamentale importanza che nella nuova definizione delle aree idonee di competenza delle Regioni siano fatti salvi i progetti che dal 2021 a oggi sono stati localizzati nelle aree definite idonee ai sensi del decreto che ha attuato la RED II”. Elettricità Futura ha sollevato proprio in questi giorni la questione del prezzo della energia elettrica, per l’Italia un tasto dolente quale Paese che fa più ricorso al gas per la produzione di elettricità. Ma anche in Europa, il rapporto di Mario Draghiha messo in evidenza l’eccessiva dipendenza dal gas dell’UE per produrla. Serve un maggiore apporto di fonti rinnovabili, ma anche investimenti sulla rete. Cosa occorre fare, da qui al 2030, a livello politico e industriale per ridurre la dipendenza dal gas e ridurre i prezzi dell’elettricità? Servirebbero alcune condizioni fondamentali. A tale proposito torno sul Decreto Aree Idonee. Esso arriva tardivamente in risposta alle previsioni della RED II. Siamo riusciti a fare un decreto che, anziché semplificare e accelerare i processi del permitting, complica enormemente e ritarda. È bene ricordare che entro maggio 2025, così come dispone la RED III gli Stati membri dovranno redigere una mappatura coordinata in vista della diffusione delle energie rinnovabili sul loro territorio in modo da individuare il potenziale nazionale e la superficie terrestre. Oltre agli spazi necessari per installare impianti rinnovabili, occorre snellire i tempi autorizzativi. Ne tratta, a riguardo, lo stesso Mario Draghi nel rapporto “Il futuro della competitività europea”. Ricordo che in Italia ci vogliono tra i 5 e i 9 anni per ottenere un’autorizzazione. Non solo: si conta una moria enorme di progetti, perché queste autorizzazioni vengono anche arbitrariamente negate. Cosa serve quindi? Occorre invertire questo trend, ma a questo punto temo sia molto difficile. Le decisioni che sono state prese vanno nella direzione di rendere tutto più complicato. Non può essere solo un caso… Da una parte un quadro assai complicato per le fonti energetiche rinnovabili, dall’altro la volontà del Governo di riaprire al nucleare, specie quello “di terza generazione avanzata”. Lei reputa un bene che ci sia anche questa apertura al nucleare oppure può togliere spazio e creare ancora più ostacoli allo sviluppo delle rinnovabili? Gli Small Modular Reactors, ovvero piccoli reattori modulari, sono ancora una tecnologia oggi non disponibile (Nel 2022 erano operativi tre impianti SMR, situati in Russia, Cina e India. Altri tre risultano in costruzione, rivela Statista – nda). In Italia abbiamo un problema di normativa. Per ora c’è una promessa dei due Ministri (Pichetto Fratin e Urso) di ridefinire, entro fine anno, il quadro normativo autorizzativo per nuovi impianti nucleari. A oggi, ricordo, vi sono ben due referendum abrogativi (nel 1987 e nel 2011) e ridefinire il perimetro di legge non sarà una passeggiata. Inoltre, avremmo già dovuto realizzare un deposito nazionale per i rifiuti radioattivi e continuiamo a non riuscire a farlo. Resta poi la questione forse più sensibile: se facciamo fatica a realizzare un impianto fotovoltaico, o uno per produrre idrogeno verde o biometano dalla frazione organica dei rifiuti urbani, quanto tempo servirà per autorizzare un impianto nucleare? Secondo uno studio presentato a Cernobbio, l’energia elettrica prodotta dal nuovo nucleare Small Modular Reactor dovrebbe costare tra i 90 e i 110 euro/MWh. Ma allora perché viene visto come unica soluzione per abbassare i costi? Sebbene nemmeno le rinnovabili siano esenti dalla crescita dei costi dovuti all’inflazione e all’aumento della complessità normativa, restano ad oggi le energie più competitive e con tecnologia ampiamente collaudata. Siccome la tecnologia nucleare SMR si prevede che sarà pronta non prima del prossimo decennio, rispetto agli obiettivi 2030 e 2040 le rinnovabili dovrebbero essere la priorità, con il backup degli impianti turbogas, e lo svilupparsi dello storage. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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