Il superamento di 1,5 °C è ormai a un passo, ma c’è ancora spazio per limitarlo

L’aumento della temperatura globale con ogni probabilità supererà 1,5 °C entro pochi anni, con impatti climatici sempre più gravi, ma è ancora possibile far scendere le temperature e centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il nuovo Report UNEP Limiting Overshoot, individua nel percorso overshoot, peak and decline la migliore opzione rimasta. Nello scenario più ottimistico il picco si ferma a 1,8 °C, con le politiche attuali si arriva a 2,6 °C entro fine secolo. Per rientrare sotto la soglia servono tagli immediati alle emissioni, riduzioni del metano ed emissioni nette negative sostenute, con una rimozione della CO₂ regolata da quadri di governance solidi. L’avvertimento dell’UNEP è che nessuno scenario sopra 1,5 °C può essere considerato accettabile

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Il superamento di 1,5 °C è ormai a un passo, ma c'è ancora spazio per limitarlo

Il mondo si prepara a superare la soglia di 1,5 °C di riscaldamento rispetto ai livelli preindustriali nei prossimi anni, con impatti sempre più gravi per l’ambiente. Resta però aperta la possibilità di far scendere le temperature e di rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, a condizione che le decisioni arrivino ora. È il quadro tracciato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente nel report Limiting Overshoot. Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return, presentato a Nairobi il 2 settembre 2026 con il contributo di un comitato scientifico di 24 esperti e di decine di autori, tra cui i ricercatori della Fondazione CMCC.

«Non esistono buoni esiti se restiamo sopra 1,5 °C», ha dichiarato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’UNEP, ricordando che le ondate di calore estreme stanno già dimostrando come gli impatti climatici arrivino prima, colpiscano più duramente e durino più a lungo. Il Segretario generale dell’ONU António Guterres ha aggiunto che rendere il superamento più contenuto e più breve possibile «richiede un overshoot di ambizione».

Come funziona il percorso overshoot, peak and decline

È il percorso overshoot, peak and decline la strada indicata dall’UNEP come la migliore opzione rimasta: superare la soglia contenendo il più possibile il picco, restarci il meno a lungo possibile e riportare la temperatura sotto 1,5 °C entro la fine del secolo. Non una traiettoria desiderabile, precisa il report, ma l’unica ancora compatibile con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi una volta perduta la possibilità di evitare del tutto lo sforamento.

Prima di descriverla, il documento chiarisce che l’overshoot non coincide con un anno singolo sopra la soglia, come è accaduto nel 2024, ma con il superamento della media multidecennale della temperatura superficiale globale. La traiettoria si articola in quattro stadi, ciascuno con implicazioni diverse per mitigazione, adattamento e resilienza.

  • Superamento (exceedance), il periodo in cui il riscaldamento globale oltrepassa 1,5 °C prima di raggiungere il massimo.
  • Plateau, la fase in cui la temperatura si stabilizza sul valore di picco.
  • Discesa (decline), avviata soltanto con emissioni nette negative di CO₂ sostenute nel tempo.
  • Stabilizzazione, il ritorno a un valore pari o inferiore a 1,5 °C.

Quanto sia vicino il primo stadio lo dicono le previsioni decadali dell’Organizzazione meteorologica mondiale, che assegnano tre probabilità su quattro al superamento di 1,5 °C nella media quinquennale 2026-2030. Il margine residuo è altrettanto stretto sul piano delle emissioni. Il budget di carbonio per restare entro 1,5 °C con il 50% di probabilità ammonta a circa 130 miliardi di tonnellate di CO₂ a partire dal 2026, mentre le sole emissioni da combustibili fossili e industria hanno raggiunto circa 40 GtCO₂ nel 2024. Ai ritmi attuali quel budget si esaurisce in circa tre anni.

Ogni ritardo ha un prezzo quantificabile. Cinque anni di emissioni elevate aggiungono all’incirca 0,1 °C al picco, e le oltre 400 GtCO₂ emesse dal 2015 hanno già alzato di circa 0,2 °C il minimo riscaldamento oggi raggiungibile.

Lo scenario più ottimistico ipotizzato dal report prevede un aumento della temperatura massimo di 1,8 °C rispetto ai livelli preindustriali, superando l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1,5 °C stabilito dall’Accordo di Parigi. La maggior parte degli altri scenari prevede picchi più elevati.

Perché ogni frazione di grado cambia il conto finale

Il report insiste sul fatto che magnitudo e durata dell’overshoot determinano l’entità dei danni permanenti. Sopra 1,5 °C aumentano la probabilità di destabilizzare le calotte di Groenlandia e Antartide occidentale, di indebolire la circolazione meridionale atlantica (AMOC) –  il sistema di correnti che trasporta le acque superficiali calde verso nord e le acque profonde fredde verso sud, svolgendo un ruolo molto importante nella regolazione del clima – e di innescare il degrado della foresta amazzonica. I ghiacciai, escluse le calotte polari, potrebbero perdere tra un quarto e oltre il 40% della massa entro il 2100, contribuendo all’innalzamento del livello del mare tra 9 cm nello scenario a 1,5 °C e 15,4 cm in quello a 4 °C. Secondo le stime ogni secolo di permanenza sopra 1,5 °C comporterebbe circa 40 cm in più di innalzamento del mare al 2300 rispetto a una traiettoria che non supera la soglia.

Gli impatti previsti includono l’intensificarsi di eventi meteorologici estremi, la perdita di ecosistemi e la sommersione dei piccoli Stati insulari in via di sviluppo e delle città costiere a bassa quota.

Sul fronte alimentare le proiezioni indicano cali fino al 14% della produzione globale entro il 2050 in assenza di misure di adattamento efficaci. Nelle aree urbane, il passaggio da 1,5 °C a 3 °C comporterebbe ondate di calore più lunghe del 28% e più frequenti del 25%.

Indicatore Valore secondo il report UNEP
Riscaldamento antropico attuale circa 1,4 °C, con trend di 0,25 °C per decennio
Budget di carbonio residuo per 1,5 °C (50% di probabilità) circa 130 GtCO₂ dal 2026
Picco di temperatura con piena attuazione degli NDC e dei target net zero circa 1,8 °C (intervallo 1,7-2,2 °C)
Riscaldamento con le politiche attuali al 2100 circa 2,6 °C (intervallo 1,9-3,6 °C)
CO₂ da rimuovere per abbassare la temperatura di 0,1 °C circa 220 GtCO₂ di emissioni nette negative
Rimozione del carbonio oggi operativa (afforestazione e riforestazione) 2,2 GtCO₂ all’anno (intervallo 1,8-2,6)
Contributo del metano al riscaldamento attuale circa 0,5 °C
Quota di rinnovabili necessaria sulla generazione elettrica globale al 2030 60-70%
Potenziale di mitigazione al 2035 sotto i 200 USD/tCO₂e 41 GtCO₂e all’anno, metà sotto i 20 USD/tCO₂e (stima riferita a un’azione avviata nel 2020)
Fabbisogno annuo di investimento del sistema energetico circa 2.400 miliardi di dollari

Oltre il net zero, la nuova frontiera sono le emissioni nette negative

Per quanto concerne le implicazioni per il settore energetico, il report sottolinea che non si può costruire la politica climatica solo intorno alla neutralità carbonica, perché il net zero stabilizza la temperatura ma non la fa scendere. Per invertire la traiettoria servono rimozioni superiori alle emissioni residue, cioè emissioni nette negative mantenute per decenni. Per molte economie avanzate questo significa fissare target di GHG net-negative oltre il 2050, in coerenza con il principio delle responsabilità comuni ma differenziate richiamato dall’articolo 4.1 dell’Accordo di Parigi.

Preparare questa transizione è un compito della generazione presente, non di quelle successive, il Report dice chiaramente che saranno le decisioni prese in questo decennio a stabilire se l’opzione di far scendere la temperatura resterà sul tavolo.

Nell’immediato la leva principale resta la sostituzione della generazione fossile. Il documento indica una quota di rinnovabili compresa tra il 60 e il 70% della produzione elettrica globale al 2030, sostenuta da sviluppo delle reti, accumuli e flessibilità della domanda, una traiettoria in linea con l’impegno assunto alla COP 28 di triplicare la capacità rinnovabile installata portandola ad almeno 11.000 GW. Nella direzione opposta pesa il parco fossile: le infrastrutture esistenti e quelle già pianificate eccedono del 120% le emissioni di CO₂ al 2030 compatibili con 1,5 °C, impianti che vincolano le emissioni per decenni e che, se dismessi prima del tempo, si traducono in capitale svalutato.

Il metano contribuisce per circa 0,5 °C al riscaldamento attuale e offre ampi margini di abbattimento a basso costo nel comparto oil & gas, nella gestione dei rifiuti e nella captazione del biogas da discarica. Anche dopo il picco una riduzione ulteriore di 60-70 milioni di tonnellate all’anno di metano residuo abbasserebbe la temperatura di circa 0,1 °C nei 50-100 anni successivi, un effetto equivalente a 220 GtCO₂ di emissioni nette negative.

I limiti tecnici ed economici della rimozione del carbonio

Secondo il report la Carbon Dioxide Removal – CDR serve, ma in aggiunta e non in sostituzione dei tagli alle emissioni, e può contribuire in modo credibile al rientro sotto 1,5 °C soltanto se il picco resta ben al di sotto di 2 °C e le emissioni residue vengono ridotte.
Le cifre spiegano il perché. Afforestazione e riforestazione rimuovono oggi circa 2,2 GtCO₂ l’anno e servirebbe oltre un secolo di attività a questa scala, con emissioni residue di CO₂ azzerate, per abbassare la temperatura di 0,1 °C. Le tecnologie più avanzate valgono per ora meno dello 0,1% della CDR convenzionale, con la DACCS che costa tra 100 e 600 dollari per tonnellata ed è fortemente energivora. Anche lo spazio di stoccaggio ha un limite: la capacità dei bacini sedimentari è stimata sotto le 1.500 GtCO₂ e, con emissioni residue di 10 GtCO₂ l’anno dal 2050, potrebbe esaurirsi entro il 2200 soltanto per mantenere il net zero.

A complicare il quadro, il riscaldamento erode la capacità di assorbimento della natura, perché stress termico, siccità, incendi e attacchi parassitari riducono il sequestro e aumentano il rischio di rilascio del carbonio già stoccato. Anche in uno scenario di crescita rapida, la CDR difficilmente produrrebbe un’inversione superiore a qualche decimo di grado entro il secolo.

Adattamento e mitigazione devono avanzare insieme

Il report dedica un intero capitolo alla dipendenza reciproca tra le due strategie. Un adattamento insufficiente costringe i governi a spostare risorse dalla pianificazione di lungo periodo alla gestione dell’emergenza, erodendo la capacità fiscale e istituzionale necessaria per sostenere la decarbonizzazione. Si genera così un circuito di retroazione che allunga la durata stessa dell’overshoot. Nei Paesi a basso e medio reddito ogni dollaro investito in infrastrutture resilienti al clima produce circa quattro dollari di perdite evitate.

Anche il sistema energetico rientra fra gli oggetti dell’adattamento. Le siccità prolungate riducono la produzione idroelettrica, le ondate di calore abbassano il rendimento del fotovoltaico, i regimi ventosi alterati rendono meno prevedibile la produzione eolica. Il documento evidenzia che la minore disponibilità idrica aumenta il ricorso ai combustibili fossili e rende più difficile raggiungere le emissioni nette negative, a meno di progettare i percorsi di decarbonizzazione tenendo conto della variabilità idroclimatica.

La domanda di raffrescamento rappresenta l’altro fronte critico. I consumi elettrici globali per la climatizzazione potrebbero passare da circa 5.000 TWh del 2022 fino a 18.000 TWh al 2050 nello scenario ad alte emissioni, con efficienza e politiche adeguate come unico argine possibile. Le soluzioni basate sulla natura offrono benefici doppi, riducendo l’isola di calore urbana e insieme il fabbisogno di condizionamento, ma sono a loro volta esposte. Entro il 2050, con 1,8 °C di riscaldamento, il 76% delle specie arboree urbane risulterebbe a rischio per le variazioni di temperatura media e precipitazioni.

Sul piano giuridico, il report ricorda che il quadro delle obbligazioni non cambia. Il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2025 ha definito 1,5 °C l’obiettivo primario concordato dalle parti dell’Accordo di Parigi, e una risoluzione dell’Assemblea generale ONU del 2026 ha confermato quell’impostazione. Il superamento della soglia non attenua gli obblighi degli Stati, anzi innalza lo standard di diligenza richiesto nella preparazione degli NDC e nella regolazione delle emissioni, comprese quelle degli operatori privati.

FAQ overshoot di 1,5 °C

Che cosa significa overshoot di 1,5 °C?

Indica il superamento della soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale rispetto al periodo 1850-1900, misurato come media multidecennale della temperatura superficiale e non come valore di un singolo anno. Un anno sopra 1,5 °C, come il 2024, non equivale quindi allo sforamento del limite fissato dall’Accordo di Parigi.

Quando verrà superata la soglia di 1,5 °C?

Secondo il report UNEP il superamento è atteso entro pochi anni. Le previsioni decadali dell’Organizzazione meteorologica mondiale assegnano tre probabilità su quattro al superamento nella media quinquennale 2026-2030, con un riscaldamento antropico attuale intorno a 1,4 °C che cresce di circa 0,25 °C per decennio.

Che cos’è il percorso overshoot, peak and decline?

È la traiettoria in cui il riscaldamento globale supera 1,5 °C, raggiunge un picco il più contenuto possibile e successivamente scende fino a rientrare sotto la soglia entro la fine del secolo. Richiede tagli immediati e profondi alle emissioni, il raggiungimento del net zero e poi emissioni nette negative sostenute, accompagnate da misure di adattamento trasformativo.

La rimozione della CO₂ può riportare le temperature sotto 1,5 °C?

Solo in parte e solo a determinate condizioni. Servono circa 220 GtCO₂ di emissioni nette negative per abbassare la temperatura di 0,1 °C, mentre la rimozione oggi operativa vale circa 2,2 GtCO₂ l’anno. Il report indica che la CDR può contribuire in modo credibile al rientro sotto 1,5 °C soltanto se il picco resta ben sotto 2 °C e le emissioni residue di CO₂, metano e altri gas serra vengono ridotte.

Superare 1,5 °C significa che l’Accordo di Parigi ha fallito?

No. Il report ribadisce che l’obiettivo resta valido e che va perseguito approcciandolo dall’alto, mentre il mondo si adatta a impatti più intensi. La Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto 1,5 °C come obiettivo primario concordato dalle parti e il superamento della soglia rende gli obblighi degli Stati più stringenti, non meno.

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