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Indice degli argomenti: Crisi climatica: parla Luca Mercalli Le CCS (Carbon Capture and Storage) potrebbero contribuire a ridurre il quantitativo di emissioni di CO₂? Come cittadini, come possiamo contribuire a invertire la rotta? La crisi climatica torna a farsi sentire. La tragedia avvenuta sul ghiacciaio della Marmolada, che ha causato la morte di diverse persone è solo l’ultimo, drammatico, sintomo del climate change. L’evento tragico mette ancora una volta in evidenza un problema legato al clima che cambia, in particolare al riscaldamento globale. Negli ultimi decenni i ghiacciai alpini sono in forte ritiro: l’ultimo Catasto dei ghiacciai italiani segnala che coprono una superficie di 368 kmq, pari al 40% in meno rispetto all’ultimo catasto. Contemporaneamente, il numero dei ghiacciai è cresciuto: 903, contro gli 824 nel 1962 e i 1,381 nel 1989, “ma l’aumento rispetto al 1962 è un altro segnale di pericolo perché dovuto all’intensa frammentazione che ha ridotto sistemi glaciali complessi a singoli ghiacciai più piccoli”, sottolinea WWF Italia. Con la media delle temperature degli ultimi anni, i ghiacciai sotto i 3.500 metri sono destinati a sparire nel giro di 20-30 anni. Crisi climatica: parla Luca Mercalli «La tragedia della Marmolada è legata anche alle elevate temperature di questi giorni: lo zero termico sabato era a 4700 metri, la fusione accelerata del ghiacciaio ha accumulato acqua dentro un crepaccio favorendo il distacco», ha spiegato Luca Mercalli, meteorologo e climatologo. «Questi eventi, che dovrebbero rappresentare dei campanelli d’allarme, diventano tragici quando restano zone altamente frequentate e turistiche. Ma non sono una sorpresa per noi: da almeno 30 anni i ghiacciai sono in forte condizione di stress. Sono rimasto sorpreso dal fatto che non avrei giudicato a rischio quel ghiacciaio. Scopriamo, purtroppo, che anche i ghiacciai che potevano sembrare sicuri, in realtà con condizioni di caldo di questo genere, diventano anch’essi delle zone a rischio». Di fronte a questi segnali, sintomo di una crisi climatica ormai evidente, cosa occorre fare a questo punto? Quali sono le azioni che è ancora possibile intraprendere? Le azioni da intraprendere sono quelle enunciate dall’accordo di Parigi: ridurre le emissioni di gas a effetto serra più in fretta possibile per arrivare entro il 2050 allo zero, a livello globale, in modo da impedire che la temperatura in questo secolo aumenti di più di 2 °C rispetto a oggi. Di questi due gradi, siamo già a 1,2 °C: quindi, ci resta lo 0,8 °C da qui a fine secolo. Questa è l’ipotesi più favorevole che vede l’accordo di Parigi: ormai è difficile rimanere sotto i due gradi. Lo stesso accordo indicava come preferibile contenere l’aumento massimo della temperatura a 1,5 °C. Tuttavia, se già oggi siamo a +1,2 °C, sarà veramente dura centrare questo obiettivo. Ponendo allora 2 °C come limite estremo di sicurezza, avremo però comunque meno di un grado centigrado di margine. Occorre quindi fermare le emissioni di gas a effetto serra entro metà secolo. Se non si raggiunge l’accordo di Parigi il rischio è di aumentare la temperatura massima, traducendosi in una catastrofe planetaria, soprattutto per le generazioni più giovani. Se rimaniamo entro i 2 °C, ci saranno ancora eventi estremi. Però le simulazioni ci dicono che, complessivamente, potremmo adattarci a quel tipo di clima. Pur se difficile, è possibile un adattamento. Posto questo scenario e quanto scritto nell’accordo di Parigi, quali sono le soluzioni da attuare quanto prima? Partiamo da una constatazione: sono anni che nei rapporti dell’IPCC si trovano indicazioni utili, oltre che su migliaia di articoli scientifici pubblicati sulle più autorevoli riviste internazionali. Il problema è che tutte le evidenze rimangono inascoltate dai decisori politici. Cosa fare allora? Dobbiamo semplicemente ridurre tutte le nostre emissioni, a partire dalle attività che comportano l’uso di combustibili fossili e fermando la deforestazione, a partire dalle grandi foreste tropicali. A esse aggiungiamo anche l‘allevamento intensivo del bestiame, che è unito alla deforestazione, e che contribuisce sensibilmente alla produzione di metano, il secondo gas a effetto serra più importante dopo la CO₂. Quindi fondamentalmente noi dobbiamo ridurre gli sprechi e spostarci verso un’economia che sia fondata sulle energie rinnovabili. Per fare questo bisogna anche investire su tecnologie sostenibili e saper rinunciare a qualcosa, puntando a una nuova sobrietà energetica. Ricordo che al momento il mondo conta su un mix energetico all’85% rappresentato da fonti fossili. Malgrado i proclami, i fatti raccontano che il 2021 è stato l’anno in cui si sono registrate le maggiori emissioni di sempre. Le tensioni geopolitiche innescate anche dall’invasione dell’Ucraina e da tutto quello che ne è conseguito rappresenta un ostacolo o un alibi alla mancanza di coraggio per dare seguito a politiche più coraggiose, in materia energetica e ambientale? La guerra ha spostato completamente le priorità della politica. Oggi si parla di corsa agli armamenti, con stanziamenti miliardari sulla costruzione di armi, non sui pannelli solari, non sulla transizione energetica. Quindi, a mio parere, la situazione che si è venuta a creare da febbraio a oggi è peggiorativa rispetto a quella che eravamo prima in cui già non brillavamo per scelte di sostenibilità ambientale. Per quanto riguarda le tecnologie, reputa che le CCS (Carbon Capture and Storage) potrebbero contribuire a ridurre il quantitativo di emissioni di CO₂? Va detto, innanzitutto, che nessuna di queste tecnologie è matura. Vi sono delle sperimentazioni, ma al momento nulla di più. La questione è che il problema climatico è urgente, anzi, siamo già in ritardo di 30-40 anni nell’applicazione della riduzione delle emissioni. È inutile continuare a favoleggiare su ipotesi di soluzioni che non ci sono. Al momento le soluzioni carbon capture and storage sono a livello sperimentale. Inoltre, quando si parla di carbon capture non si ragiona sul bilancio energetico. Nessuno quantifica quanta energia serve per catturare e stoccare le emissioni. Quindi, ancora una volta abbiamo delle operazioni di green washing. Si vuole fornire l’alibi di una soluzione facile a un problema complicatissimo. Magari è ipotizzabile che fra vent’anni qualcuno trovi una soluzione, ma non è spendibile per il presente. A livello attuale, l’unica possibilità che abbiamo è ridurre le emissioni. Come cittadini, come possiamo contribuire a invertire quantomeno la rotta o a cercare di limitare i danni all’avviamento? Sia chiaro: la rotta non si può invertire. La “febbre” continuerà a salire: dobbiamo decidere se raggiungere i due o superarli, ma non si può tornare alle condizioni climatiche antecedenti ai mutamenti indotti dalle attività umane indotti dalla rivoluzione industriale in poi. Sempre usando la metafora medica, la malattia entro certi limiti è incurabile: possiamo almeno evitare di peggiorare la situazione. Per farlo occorre ridurre l’impatto sull’ambiente. Per quanto riguarda l’Italia: ogni italiano emette in media 7 tonnellate di anidride carbonica. L’Unione europea dice entro il 2030 bisognerà dimezzare sostanzialmente questo numero. Il programma Fit for 55% afferma in sostanza questo. Ciò significa che al 2030 ognuno di noi deve emettere 3500 kg di CO₂ anziché settemila. Cosa possiamo fare, in pratica? Ognuno di noi deve interrogarsi su come vive oggi e come fare a tagliare del 50% tutto quello che fa. Alcune cose si possono fare semplicemente rinunciando. Per esempio, organizzando una riunione di lavoro via web anziché usare auto o, peggio, aereo, per muoversi. Altre azioni non comportano rinunce, ma investimenti: penso, per esempio, all’edilizia. Possiamo benissimo vivere in case confortevoli, con 20 °C d’inverno, facendo le opportune operazioni di riqualificazione energetica. Con un cappotto termico il comfort viene mantenuto, usando meno del 15% dell’energia rispetto a prima e diminuendo drasticamente le emissioni. In questo caso la tecnologia ci aiuta, attraverso l’impiego di fonti rinnovabili o, come detto, la riqualificazione edilizia. Si deve cambiare il proprio stile di vita, anche le proprie abitudini alimentari, puntando a una maggiore sostenibilità. Infine, bisogna puntare a operare scelte di economia circolare, evitando azioni “usa e getta”. Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici Commenta questo approfondimento
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