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A cura di: Stefania Manfrin Indice degli argomenti Toggle Perché serve una roadmap globale per uscire dai fossiliLa COP30 come momento decisivo per una transizione equaActionAid: serve un piano globale per una transizione giusta Alla vigilia della COP30 di Belém, il WWF lancia un appello deciso ai governi: il mondo non può più rimandare l’uscita dai combustibili fossili. Nel suo nuovo Policy Brief “Fossil fuel phase-out”, l’organizzazione ambientale chiede che la conferenza di quest’anno definisca una roadmap vincolante per eliminare progressivamente carbone, petrolio e gas, sostenendo i Paesi più vulnerabili nella costruzione di un sistema energetico rinnovabile, efficiente e inclusivo. Il documento ricorda che la produzione e l’uso di combustibili fossili sono responsabili di circa il 75% delle emissioni globali di gas serra e che senza una svolta rapida e coordinata sarà impossibile limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C. Secondo il WWF, il carbone deve uscire dal mix energetico entro il 2030 nei Paesi industrializzati e dieci anni più tardi nelle economie in via di sviluppo, mentre petrolio e gas devono essere abbandonati entro il 2040 per i Paesi ricchi e non oltre il 2050 per il resto del mondo. “Il 2025 deve essere l’anno in cui il mondo decide di cambiare davvero direzione”, si legge nel documento, ricordando che le emissioni globali devono raggiungere il picco entro quest’anno e ridursi quasi della metà entro il 2030 per evitare il superamento dei punti di non ritorno climatici. Perché serve una roadmap globale per uscire dai fossili Il WWF avverte che l’aumento delle rinnovabili, pur fondamentale, non basta a sostituire automaticamente i combustibili fossili, poiché la domanda energetica mondiale continua a crescere. Senza misure strutturali e politiche chiare, le fonti fossili restano integrate nei sistemi economici, sostenute da sussidi che ne prolungano la vita e rallentano l’adozione delle tecnologie pulite. L’organizzazione ambientalista propone che la COP30 introduca scadenze, parametri e meccanismi di monitoraggio per guidare il phase-out globale, fermando al contempo ogni nuova esplorazione o concessione per giacimenti di carbone, petrolio e gas. Il documento sottolinea anche che le tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio (CCS) non rappresentano una soluzione efficace su larga scala e rischiano di drenare risorse economiche necessarie alla transizione verso le rinnovabili. Il WWF invita i governi a reindirizzare i sussidi destinati ai combustibili fossili verso le energie rinnovabili, con l’obiettivo di triplicare la capacità installata entro il 2030 e di raddoppiare l’efficienza energetica. La priorità è costruire un sistema basato su eolico e solare capace di garantire accesso universale all’energia, ridurre le disuguaglianze e migliorare la qualità della vita nelle regioni ancora escluse dai benefici della transizione. La COP30 come momento decisivo per una transizione equa Nel Policy Brief, il WWF riconosce che i progressi registrati nell’espansione delle rinnovabili sono incoraggianti, ma denuncia un deficit di ambizione e di coerenza nell’attuazione degli impegni assunti. L’organizzazione richiama l’attenzione sulla necessità di rendere la giusta transizione energetica (Just Energy Transition) parte integrante dei negoziati, assicurando che i lavoratori, le comunità e i Paesi più esposti siano sostenuti nel cambiamento. La transizione, spiega il documento, non è solo una scelta ambientale ma una strategia economica e sociale che crea occupazione, aumenta la sicurezza energetica e riduce l’inquinamento. Nel 2023, oltre il 60% delle nuove installazioni rinnovabili è risultato più economico delle alternative fossili, mentre il settore ha generato più di 16 milioni di posti di lavoro a livello globale. Per il WWF, la COP30 deve diventare il punto di svolta per tradurre gli impegni in azioni concrete, accelerando l’attuazione del Global Stocktake e definendo un percorso chiaro e condiviso verso un sistema energetico sostenibile, equo e decarbonizzato. Solo così, conclude il report, sarà possibile colmare il divario tra ambizioni e risultati e costruire un futuro in cui l’energia sia davvero al servizio delle persone e del pianeta. Lunedì 17 Novembre ore 17.30-19.00 (21.30 ora italiana) presso il Padiglione Italia, il WWF organizza l’evento “The costs of inaction for citizens, communities, and economies”. ActionAid: serve un piano globale per una transizione giusta Alla vigilia della COP30 di Belém, anche ActionAid richiama l’attenzione sulla necessità di una transizione energetica e climatica che non lasci indietro le persone. Secondo il nuovo rapporto Climate Finance for Just Transition: How the Finance Flows, meno del 3% dei fondi globali per il clima è destinato a iniziative che garantiscono una transizione equa per lavoratori, donne e comunità vulnerabili. L’organizzazione denuncia un sistema di finanziamento sbilanciato che, pur puntando alla decarbonizzazione, rischia di creare nuove disuguaglianze sociali. Basandosi sui dati del Green Climate Fund e dei Climate Investment Funds, lo studio mostra che solo un progetto su cinquanta include misure concrete di sostegno alle persone nei processi di cambiamento, e che appena un dollaro ogni 35 dei finanziamenti climatici globali viene investito in politiche di equità sociale e territoriale. Per ActionAid, è necessario istituire un meccanismo internazionale che coordini gli sforzi e garantisca che la transizione ecologica sia anche giusta, inclusiva e rispettosa dei diritti. Da qui la proposta del “Belém Action Mechanism”, un nuovo strumento per promuovere cooperazione, scambio di buone pratiche e supporto diretto ai Paesi e alle comunità più colpite dalla crisi climatica. “Questa è un’opportunità per far evolvere davvero l’azione climatica globale. Senza una transizione giusta, rischiamo di generare nuove ingiustizie mentre cerchiamo di risolverne altre”, afferma Cristiano Maugeri, responsabile giustizia climatica di ActionAid Italia. Il rapporto include anche un focus sul Brasile, Paese ospitante della COP30, dove la deforestazione e l’espansione dell’agricoltura industriale continuano a minacciare le comunità locali. Nello stato del Maranhão, ad esempio, le raccoglitrici di noci di babassu resistono alla pressione delle grandi aziende agricole che vogliono sottrarre le loro terre per far spazio a coltivazioni intensive di soia e allevamenti bovini. Il settore agricolo, responsabile di oltre il 97% della perdita di vegetazione nativa tra il 2019 e il 2023, resta uno dei principali fattori di distruzione dell’Amazzonia. Consiglia questa notizia ai tuoi amici Commenta questa notizia
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