Eolico offshore in Italia: la scure del Governo, le prospettive del settore

La premier Meloni ha definito l’eolico offshore in Italia come una tecnologia immatura e costosa. La replica dei protagonisti del settore non si è fatta mancare, con dati, prospettive e uno studio condotto dall’associazione AERO, il cui presidente ci ha illustrato le potenzialità di un settore che può agire da volano economico per l’Italia

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Eolico offshore in Italia: la scure del Governo, le prospettive del settore

Sull’eolico offshore in Italia pare sia calato il sipario. Difficile non pensarlo, dopo quanto detto dalla Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Nel suo intervento al Senato riguardante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo 2026, nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente, parlando del tema energetico ha affermato:

«dal nostro punto di vista, non si possono addebitare agli italiani tecnologie che non sono mature e che sono caratterizzate da costi elevatissimi, ad esempio l’eolico offshore, che da solo sarebbe costato oltre 200 euro a megawattora, quindi sì alle rinnovabili – questa è la linea del Governo – ma no a bollette di famiglie e imprese gonfiate oltremodo da incentivi oggettivamente troppo generosi».

Eolico offshore in Italia, non un puro costo, ma una leva economica

Luigi Severini, ingegnere, Presidente iLStudio Engineering & Consulting Studio ed esperto in materia (è il progettista di Beleolico, primo – e finora unico parco eolico offshore in Italia) ha replicato su Linkedin all’intervento per spiegare perché, nel caso dell’eolico offshore flottante, quei 200 €/MWh sono in realtà «un investimento sistemico che riduce le bollette nel medio periodo».

Eolico offshore in Italia, non un puro costo, ma una leva economica

La storia delle energie rinnovabili «mostra che il costo iniziale delle tecnologie emergenti tende a ridursi rapidamente con la crescita della filiera industriale. È accaduto con il fotovoltaico, che nei primi anni 2000 superava i 400 €/MWh e che oggi produce energia a meno di 40 €/MWh. Un processo analogo ha caratterizzato l’eolico onshore, i cui costi si sono ridotti di oltre il 70% negli ultimi vent’anni. Le tecnologie offshore stanno seguendo una traiettoria simile. L’eolico flottante si trova oggi in una fase analoga a quella in cui si trovava l’offshore fisso circa quindici anni fa». La valutazione dei suoi costi non può limitarsi al prezzo iniziale dell’energia prodotta.

Gli effetti sul sistema elettrico

Occorre considerare il suo effetto sull’intero sistema elettrico. «Tre fattori sono particolarmente rilevanti: la riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili: ogni GW di capacità eolica offshore riduce strutturalmente l’esposizione del sistema elettrico alla volatilità dei prezzi internazionali del gas. A ciò si aggiungono la stabilità dei costi di produzione nel lungo periodo e l’effetto sul mercato elettrico.

Nel primo caso, «una volta installato, un impianto eolico ha costi operativi molto bassi e prevedibili per venti o trent’anni. Per quanto riguarda l’effetto sul mercato elettrico «le rinnovabili con costi marginali quasi nulli tendono a ridurre il prezzo medio dell’energia nel mercato all’ingrosso».

In altre parole, specifica lo stesso Severini, una maggiore produzione da fonti eoliche offshore contribuisce nel tempo a spingere verso il basso il prezzo medio dell’elettricità. «Per il governo italiano il nodo, dunque, non è decidere se finanziare o meno una tecnologia costosa. Il nodo è scegliere se continuare a pagare, in forma implicita ma ricorrente, il premio di rischio del gas, delle importazioni e della CO₂, oppure pagare una volta sola il premio di avvio di una filiera nazionale che poi abbassa il costo marginale del sistema. La differenza è sostanziale. Nel primo caso il Paese resta consumatore di tecnologia e importatore di prezzo. Nel secondo caso diventa produttore di tecnologia, riduce l’esposizione alle fonti fossili, stabilizza il prezzo dell’energia e attiva una filiera che comprende acciaio, cantieristica, porti, ingegneria e manutenzione avanzata».

Il parere del Presidente di AERO

Anche Fulvio Mamone Capria, presidente AERO (Associazione delle energie rinnovabili offshore) ha replicato all’intervento in Senato della premier: “l’eolico offshore galleggiante non è una tecnologia sperimentale, ma una realtà industriale ad esempio in paesi quali Francia e Gran Bretagna. Soprattutto, è una tecnologia nazionale e sicura”.

Fulvio Mamone Capria, presidente AERO
Fulvio Mamone Capria

In occasione di KEY lo abbiamo incontrato, a margine di un convegno di presentazione di uno studio che motiva le ragioni dello sviluppo di una filiera dell’eolico offshore in Italia.

«L’Italia può costruire un modello industriale nazionale ed europeo attraverso lo sviluppo della filiera dell’eolico offshore, garantendo nuova occupazione e crescita economica finalizzata anche alla creazione di una filiera italiana integrata e al raggiungimento dell’indipendenza energetica nazionale».

Il potenziale dell’eolico offshore in Italia

Secondo i primi risultati dello studio analitico innovativo commissionato da AERO e affidato a un team composto da Intesa Sanpaolo, Politecnico di Bari, Politecnico di Torino, Prometeia e Owemes, ipotizzando 20 GW installati a mare, in linea con i piani Terna/SNAM, se le aste partono in tempo si genererebbero 129 miliardi di euro di produzione attivata, 56 miliardi di valore aggiunto (il 2,8% del PIL italiano 2024), 25 miliardi di gettito fiscale e oltre 800mila occupati. Ma già con i soli 3,8 GW dei FER 2 i benefici sarebbero consistenti e misurabili.

Per contro, rischia di essere alquanto salato il conto del ritardo: 31 miliardi di valore aggiunto bruciati, 13 miliardi in meno per il fisco, 400mila occupati in meno.

«I dati dello studio, evidenziano che l’Italia può contare su una grande filiera industriale, quindi non soltanto emerge l’idea di contribuire a realizzare energia pulita nel mix delle rinnovabili con il potenziale dell’eolico offshore. Si fa strada la possibilità di dare vita a una grande industria nel Mediterraneo che accanto a quelle già sviluppate nei porti francesi e quelle che si svilupperanno tra la Grecia, la Spagna, la Croazia può diventare veramente un motore del Made in Italy».

Mezzogiorno, bacino ideale per lo sviluppo

Quali saranno i luoghi dove l’eolico offshore in Italia, dove potrà dare dove potrà svilupparsi?

«Innanzitutto in assenza di una pianificazione spaziale marittima che il governo ha avviato tardivamente, la maggior parte degli sviluppatori – a proprie spese e con propri studi – sono andati a posizionarsi con i progetti dove la forza del vento è più intensa. Stiamo parlando del lato ionico, quindi l’area del basso Salento, la parte ionica che guarda verso la Calabria, il mare di Sicilia, il mare di Sardegna. A queste si aggiungono un altro paio di aree interessanti quali l’Alto Adriatico e la zona Tirrenica di fronte a Civitavecchia», spiega Mamone Capria, aggiungendo che ogni progetto, ha delle differenze importanti in quanto si tratta di fondali diversi nell’Adriatico. «I due progetti che hanno superato la VIA sono posizionati a 12 miglia al largo di Ravenna e di Rimini, ma sono a fondazione fissa analoghi a quelli costruiti nel mare del Nord. Il 98% degli altri progetti è un galleggiante che può essere in acciaio o in cemento o misto. Lungo le coste sarde, siciliane e tra la Calabria e la Puglia, possono generare una produzione elettrica importante».

Regole FER 2 riviste (si spera)

A oggi, queste sono le potenzialità ancora per lo più sulla carta. Il settore dell’eolico offshore in Italia sta aspettando di svilupparsi. Cosa ci dobbiamo attendere? «Abbiamo avuto notizie dal ministro Pichetto Frattin che vuole rivedere, anche se in corsa, le regole del gioco, ovvero le regole del FER 2 perché ritiene non soddisfacenti i valori dedicati all’eolico galleggiante che ha costi importanti all’inizio, necessari per avviare una filiera credibile che ha bisogno di essere sostenuta nei primi anni. Nel corso dell’anno ci aspettiamo un’interlocuzione tra il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e la Commissione Europea che in pochi mesi possa avvalorare una revisione del FER2 in grado di garantire un maggiore vantaggio agli imprenditori. È bene ricordare che finora hanno sostenuto spese per decine e decine di milioni di euro e ovviamente vogliono investire qualcosa, che solo per i 3,8 GW sopra citati, significano 15 miliardi di investimenti nel breve periodo. Si comprende, quindi l’importanza per un Paese come l’Italia dove l’industria è ferma; un valore aggiunto al PIL italiano che può davvero fare la differenza».

Gli effetti si avrebbero nel Sud Italia, conferma? «Proprio così. Si avrebbero benefici immediati nel Mezzogiorno perché i primi porti indicati da un altro decreto come hub per realizzare i galleggianti, assemblare gli aerogeneratori, sono – per ora – Taranto e Augusta. Questi otterranno anche dei benefici economici. Parliamo di 70 milioni di euro stimati per rafforzare le banchine. Poi sarà la volta di Brindisi, di Civitavecchia, probabilmente di Oristano, Corigliano-Rossano e altri porti perché solo una rete di porti adeguati può costruire una filiera così ambiziosa dove un solo galleggiante può arrivare a pesare 4000 tonnellate d’acciaio».

Una filiera eolica offshore made in Europe

L’eolico offshore per l’Italia potrebbe costituire un volano economico importante, oltre a contribuire a generare una filiera made in Europe. Lo scorso gennaio, ad Amburgo, si è tenuto il vertice del Mare del Nord, cui hanno partecipato sette Capi di Stato e di Governo e i Ministri dell’Energia dei nove Paesi del Mare del Nord. Obiettivo dell’incontro: promuovere l’espansione dell’eolico offshore. Per concretizzarlo, è stato suggellato il “Patto per gli Investimenti nei Mari del Nord“, insieme all’industria e agli operatori dei sistemi di trasmissione. Con esso, i Governi si impegnano a costruire 15 GW di energia eolica offshore all’anno nel periodo 2031-2040 e a ridurre i rischi degli investimenti nell’eolico offshore. L’industria, in cambio, si impegna a ridurre i costi, a creare 91mila posti di lavoro aggiuntivi e a generare mille miliardi di euro di attività economica.

Ritornando all’Italia, che occasione può essere per la manifattura nazionale ed europea l’eolico offshore? «Innanzitutto, vorrei ricordare che tra i partecipanti c’era anche la Francia che nonostante sia un paese con una grande capacità nucleare, sta investendo molto nell’eolico offshore. Quell’accordo per riuscire a sganciarsi definitivamente dalla dipendenza dell’ultimo 10% del gas russo porterà alla realizzazione di altri 300 GW di eolico offshore nei mari. La nostra speranza è quella che l’Italia possa guidare un summit dei paesi del Mediterraneo nei prossimi anni per chiudere degli accordi anche di interconnessione tra Paesi, cercando di valorizzare ovviamente tutte le filiere possibili partendo proprio da quello che noi sappiamo realizzare in Italia. A tale proposito, ricordo che abbiamo una delle migliori società al mondo produttrice di cavi sottomarini, (Prysmian). Inoltre, possiamo contare su Fincantieri e Saipem che sulla lavorazione dell’acciaio e le capacità di realizzare piattaforme offshore per l’oil and gas. Sono alcuni esempi che fanno capire come ci siano tutti gli elementi per concretizzare una grande opportunità per l’Italia, il suo sistema manifatturiero, per la metalmeccanica, la siderurgia, le interconnessioni elettriche per costruire un’industria dai grandi potenziali. È un’opportunità che non possiamo rinviare fra qualche anno. Va ricordato che il FER2 scade nel 2028».

Per chi potrebbe costituire, in particolare, un’occasione importante? «Penso ai tanti lavoratori dell’ex Ilva di Taranto che possono convertirsi, puntando all’assemblaggio degli aerogeneratori a Taranto, dalle aree da decarbonizzare di Priolo per costruire la logistica nel porto di Augusta».

Nucleare ed eolico offshore conciliabili

Il Governo italiano ha dichiarato di guardare al nucleare, tra le opzioni energetiche da considerare con impegno e investimenti.

Questa strategia rischia di distrarre attenzione e investimenti economici che possono andare all’eolico offshore in Italia o è possibile creare una pacifica coesistenza e sinergia?

«L’Esecutivo punta al nucleare per una stabilità energetica, i cui primi risultati li potremmo vedere fra 15 anni, se non oltre. In ogni caso l’eolico offshore non va in contrasto: possono essere complementari. Anzi, soggetti autorevoli del mondo politico, anche di recente, hanno lanciato una proposta: facciamo partire velocemente l’eolico offshore. Costruiamo questi grandi galleggianti a distanza dalla costa. Con quella rete di connessione che porterà l’energia a terra fra 15-20 anni si potranno ospitare container, con SMR nucleari al largo delle nostre coste, in piena sicurezza senza dover ingenerare timori tra i cittadini che già non vogliono le rinnovabili, come testimoniano i comitati di opposizione nati un po’ in tutta Italia. Resto convinto che possiamo costruire un futuro energetico caratterizzato dall’autonomia e indipendenza per il paese senza escludere nessuno».

 

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