Advertisement



Impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche: una marginalità che va superata

A oggi la presenza di impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche è marginale. È un limite significativo nello sviluppo delle CER e nel coinvolgimento attivo delle imprese nella transizione energetica. Lo ha sottolineato il vicepresidente di Italia Solare, Andrea Brumgnach, di recente, mettendo in luce i limiti tuttora presenti, primo tra i quali l’espansione del fotovoltaico nelle imprese, ma delineando anche i vantaggi offerti e il lavoro condotto a livello associativo e istituzionale per cambiare la situazione

A cura di:

Impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche: una marginalità che va superata

Per ora, si sono visti davvero poco gli impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche. Considerate le oltre 2000 configurazioni CACER in Italia «è un buon risultato, ma è un contesto un po’ chiaroscurale, se si considera che la media dei partecipanti è di 8,5 soggetti e la potenza media per singola comunità è di circa 95 kW», ha affermato Andrea Brumgnach, durante il recente convegno “Solar Finance”. Il vice presidente di Italia Solare e co-coordinatore del Gruppo di Lavoro CER e autoconsumo diffuso, all’interno dell’associazione, organizzatrice del convegno, ha affermato che il sistema non ha ancora espresso la sua piena potenzialità. «Di sicuro, un contributo lo può offrire una semplificazione importante delle regole».

La diffusione del fotovoltaico nel contesto commerciale e industriale

Il segmento fotovoltaico Commerciale & industriale (20 kW ≤ P < 1 MW) negli ultimi anni ha evidenziato numeri in costante crescita, anche se segnati da un rallentamento nel primo trimestre del 2025, rispetto ai precedenti. Un rallentamento, motivato da Italia Solare, con tutta probabilità di un effetto ritardato dall’implementazione del piano Transizione 5.0, che necessità di un approccio interdisciplinare dove il fotovoltaico è un intervento trainato dall’implementazione di soluzioni di efficienza energetica, e all’attesa dell’allargamento della platea per il contributo in conto capitale del PNRR. La stessa associazione, nell’analisi condotta, segnalava che nel primo trimestre risultavano comunque connessi 3.008 impianti per una potenza complessiva di 407 MW.

Andrea Brumgnach, vicepresidente Italia SolareC’è un problema, però: il numero di impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche è ancora marginale. Questo potrebbe cambiare presto, ha aggiunto lo stesso Brumgnach. «Nell’ultimo incontro che Italia solare ha avuto col GSE a fine luglio, il Gestore Servizi Energetici ha prospettato a breve delle semplificazioni, le cui anticipazioni – se verranno attuate – sono molto importanti e potrebbe garantire un grande contributo del mondo C&I, che può contribuire a generare nuova potenza rinnovabile, ma anche attrarre interesse», ma anche stimolare lo sviluppo delle CER. «Nel momento in cui un imprenditore realizza un impianto e lo inserisce in una configurazione, può anche coinvolgere i suoi dipendenti, in un’ottica di welfare aziendale, per esempio, quindi sostenendo la diffusione del concetto di autoconsumo energetico e renderlo maggiormente partecipato».

Impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche: i motivi di una presenza ancora marginale

Tuttavia, resta il fatto che gli impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche costituiscano a oggi una presenza marginale.

«Penso che quello delle comunità energetiche sia un settore che ha dimostrato di avere tempi di incubazione molto più lunghi di quelli sperati dagli operatori. Da qui i risultati ancora oggi marginali, in generale e soprattutto lato C&I. A oggi sappiamo quante CACER si contano al 31 agosto in Italia, conosciamo il numero medio di soggetti componenti, ma manca finora il dato riguardante quanta energia stanno realmente condividendo, che ipotizzo essere ancora residuale. Ciò significherebbe che il settore non ha ancora espresso il suo potenziale», afferma Andrea Brumgnach, che abbiamo incontrato a margine dell’evento.

Quali sono i motivi per cui non è partito?

«Sono diversi, uno dei quali è culturale: sono ancora in molti a non conoscere l’esistenza dell’opportunità costituita dalle CACER, sia per il residenziale sia per il commerciale & industriale. Inoltre, c’è troppa burocrazia, anche se il GSE si sta impegnando a semplificarla. Un terzo motivo può essere legato al fatto che non siano ancora state considerate, nell’insieme, le aziende che hanno deciso di beneficiare di Transizione 5.0 o del contributo a fondo perduto, previsto dal PNRR, che copre fino al 40% delle spese per impianti fotovoltaici, previso dal Decreto MASE, per l’installazione di impianti fotovoltaici realizzati all’interno di una comunità energetica, accessibile a privati, aziende, enti e terzo settore in Comuni sotto i 50mila abitanti. Se un imprenditore può contare sul 40% in contributo in conto capitale, cercherà di ottenerlo; quindi, chi sta percorrendo questa strada entrerà in una CER più avanti, magari l’anno prossimo. In ogni caso, ribadisco, c’è un limite cultura alla marginale presenza di impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche e non solo».

Qual è il problema culturale che sconta l’Italia?

«Il nostro Paese ha iniziato a realizzare seriamente impianti fotovoltaici nel 2007. Grazie ai vari Conto Energia si è sviluppato notevolmente il mercato, tanto da divenire il secondo al mondo. La domanda, a questo punto è: come è possibile che nel 2025 un’azienda, che ha nell’energia una delle voci di costo più importanti, sia ancora sprovvista di un impianto fotovoltaico? Questo secondo me è il quesito fondamentale. Far parte di una comunità energetica può essere in minima parte un acceleratore della domanda.

Impianti fotovoltaici C&I nelle comunità energetiche: una marginalità che va superata

Ci sono ancora tantissime aziende che, pur avendo tetti ottimali per installare un impianto fotovoltaico, non hanno ancora deciso di investire, malgrado gli istituti di credito lo reputino una commodity facilmente finanziabile e con leve debito/equity molto interessanti.

Anche se si considera l’investimento dal punto di vista tecnologico, è una scelta vincente: i moduli fotovoltaici garantiscono lunga durata, come pure i componenti. Quindi, è possibile contare su bassissimi costi di gestione e costi CapEx relativamente bassi: per un’azienda che decide di investire su un impianto fotovoltaico sul tetto con un autoconsumo intorno al 60% dell’energia prodotta, potrà contare su un IRR full equity a due cifre. Significa avere un alto ritorno sull’investimento, anche senza incentivi.

C’è una domanda che rivolgo spesso agli imprenditori che incontro: qual è l’investimento a basso rischio che possono fare, come aziende o come privati, che gli può garantire un rendimento del genere? Stiamo parlando, infatti, di un rendimento incredibile, che non richiede altri incentivi. Per gli impianti fotovoltaici C&I, le comunità energetiche costituirebbero la classica ciliegina sulla torta nel momento in cui decidono di pianificare l’impianto».

Essere parte di una CER che valore assume per un’impresa commerciale o industriale?

È un valore aggiunto importante, dal punto di vista ESG, ma anche lato welfare aziendale e di maggior inclusione all’interno del territorio in cui operano. Anche a livello marketing e comunicazione costituisce un vantaggio dall’impatto ambientale e sociale rilevante. Decidere di entrare in una CER non ha nessun costo. Il massimo rischio cui possono incorrere entrando in una comunità è di non guadagnare altri soldi oltre a quelli derivanti dall’aver realizzato l’impianto (autoconsumo fisico e cessione in rete delle eccedenze mediante convenzione RID o PPA). Quindi, mi verrebbe da dire non è un elemento trainante, ma trainato dall’importanza di dotarsi di un impianto fotovoltaico».

Ci sono ostacoli di natura fiscale che possono far desistere un’azienda a entrare in una CER?

L’unico elemento vincolante che possiamo citare riguarda il produttore terzo, ovvero quel soggetto che intende realizzare un impianto e vuole mettere l’energia prodotta dall’impianto nella disponibilità della comunità energetica, ma non può accedervi perché o è una grande impresa oppure perché il suo codice Ateco gli impedisce di farne parte. Tipicamente, è il caso che si pone per quei soggetti che vogliono realizzare un impianto a terra in totale cessione e costituisce un elemento fondamentale per lo sviluppo delle comunità. Quel soggetto, se è un produttore terzo, dovrà fatturare la quota di propria spettanza con l’IVA al 22%. Mentre se si è un’azienda che installa l’impianto sul proprio tetto o che non può farlo, ma vuole entrare in comunità, la quota di tariffa incentivante ventennale di loro spettanza non ha assolutamente nessun tipo di IVA, quindi per loro quello non è un problema. Lo è, invece, per loro il limite del 55% quale somma di tutti gli incentivi che vanno alle imprese all’interno della configurazione. Questo è un limite aggravato nel caso in cui ci sia un produttore terzo. In ogni caso, dovrebbero essere valutati i vantaggi ambientali e sociali che non sono indifferenti per un’azienda, ma che spesso non vengono pensati e rappresenta il limite culturale precedentemente accennato».

Italia Solare come sta affrontando la questione per contribuire a superare questi problemi?

«Stiamo lavorando sia come associazione sia come associati che operano in questo settore. Italia Solare ha un gruppo di lavoro dedicato alle comunità energetiche che conta sulla presenza di tantissimi associati che, tutti i giorni, hanno un contatto costante con i propri stakeholder (cittadini, pubbliche amministrazioni, altre aziende). A essi possono spiegare i vantaggi della comunità energetica, facendo così opera di informazione e didattica.

Invece, come associazione, stiamo lavorando con le istituzioni per continuare a ribadire quali sono gli elementi frenanti. Una delle richieste che abbiamo fatto è di lavorare di concerto col Ministero e il GSE nei confronti dell’Agenzia delle Entrate perché l’IVA al 22% prima citata venga o ridotta al 4% o, se possibile, eliminata. Quindi la nostra azione è duplice: lavorare di concerto per semplificare le regole e agevolare le imprese, snellendo procedure e consentendo alla digitalizzazione di velocizzare molti aspetti».

Ravvisate uno spirito collaborativo nelle istituzioni?

«Direi di sì. Il GSE ci ha detto che sta lavorando nella direzione auspicata, mostrandosi molto ricettivi ad ascoltare gli operatori. Seppure i tempi della pubblica amministrazione non si concilino con quelli di chi opera nel contesto commerciale e industriale, in ogni caso si sta procedendo per sbloccare gli ostacoli. Uno per tutti: posto che il decreto si applica fino al trentesimo giorno successivo alla data del raggiungimento di un contingente di potenza incentivata pari a 5 GW, e comunque non oltre il 31 dicembre 2027, come Italia Solare abbiamo chiesto – a fronte di un meccanismo che sta stentando a decollare – di eliminare la data e mantenere quale discrimine i 5 GW. Questo permetterebbe di avere una finestra temporale più ampia, potendo così pianificare investimenti con maggiore tranquillità».

 

Consiglia questo approfondimento ai tuoi amici

Commenta questo approfondimento



Tema Tecnico

Le ultime notizie sull’argomento